Attualità
5 marzo, 2026Articoli correlati
È un corso di formazione totalmente autoprodotto e destinato agli insegnanti della scuola primaria e dell’infanzia, con l’obiettivo di estirpare gli stereotipi e le radici culturali che generano la violenza di genere
Come una lingua straniera, una poesia a memoria o la tabellina del 9, l’uguaglianza di genere è una di quelle cose che è meglio imparare da bambini, perché poi da adulti si fa fatica. E può capitare che, pur avendo già ascoltato la lezione, non si riesca a evitare di commettere i soliti errori. È successo a Carlo Conti, che soltanto dieci minuti prima di accogliere sul palco di Sanremo Gino Cecchettin ha rivendicato scherzosamente il suo diritto di decidere quali jeans può indossare sua moglie e quali invece sono vietati. Eppure il messaggio era chiaro: «È già violenza quando scambiamo il controllo per l’amore, quando pensiamo che la gelosia sia necessaria per la nostra relazione, quando nei silenzi lasciamo passare le battute sessiste, quando usiamo violenza nelle nostre parole». Di certo lo aveva sentito durante le prove, ma il punto è ricordarsene.
Deve aver avuto lo stesso problema mnemonico il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara quando ormai un anno e mezzo fa, sempre in presenza di Gino Cecchettin, ha affermato che «il patriarcato è finito. Piuttosto, ci sono ancora nel nostro Paese residui di maschilismo. Occorre non far finta di non vedere che l’incremento di fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e di devianza in qualche modo discendenti da un’immigrazione illegale». L’occasione, se possibile, era ancora più istituzionale del Festival: la presentazione alla Camera dei deputati della Fondazione dedicata a Giulia Cecchettin. La storia della studentessa ventiduenne assassinata dall’ex fidanzato nel novembre del 2023 ha segnato il Paese e rappresenta ancora oggi uno spartiacque nella percezione condivisa della violenza maschile contro le donne. Ciò è stato possibile anche grazie alla famiglia di Giulia Cecchettin, all’impegno del padre Gino e alle parole della sorella Elena, che hanno subito evidenziato la natura strutturale del problema, parlando in modo chiaro di patriarcato e cultura dello stupro. Anche durante quella presentazione alla Camera i concetti espressi dallo stesso Cecchettin e dai membri della Fondazione non erano di certo fraintendibili, ma non hanno attecchito. E allora forse è giusto ripartire dalle basi.
La prima grande iniziativa realizzata dalla Fondazione Giulia Cecchettin riguarda proprio l’insegnamento della parità di genere fin dalla prima infanzia. È un corso di formazione per maestre e maestri elementari e dell’asilo e ha l’obiettivo dichiarato di estirpare gli stereotipi e le radici culturali che generano e alimentano la violenza di genere, a partire dalla scuola. «Io lo chiamo il nostro “progettone”», racconta a L’Espresso Gino Cecchettin, «perché è il primo che ho visto nascere completamente all’interno della Fondazione. È stato totalmente finanziato da noi e prevede la collaborazione con l’Università di Firenze, la cui partecipazione era doverosa per dare un contorno autorevole e scientifico». Il progetto è perfettamente coerente con il protocollo d’intesa siglato dalla Fondazione e dal ministro Valditara a gennaio 2025. Il documento impegnava le parti a «svolgere attività di sensibilizzazione rivolte a studentesse e studenti delle scuole di ogni ordine e grado sul tema degli stereotipi di genere, delle discriminazioni e delle offese alla dignità delle donne e della gestione non violenta dei conflitti» e «promuovere corsi di formazione su scala nazionale rivolti al personale docente delle scuole di ogni ordine e grado». Nonostante ciò, il “progettone” è stato realizzato unicamente attraverso le risorse della Fondazione. Al momento sono stati coinvolti tre uffici scolastici regionali, quelli di Puglia, Toscana e Veneto. «Abbiamo scelto queste tre regioni per avere un campione statistico che comprendesse Nord, Centro e Sud», spiega Irene Biemmi, docente di Pedagogia di genere all’Università di Firenze e componente del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin. L’iniziativa, infatti, prevede anche un’indagine che porterà alla produzione di dati aggiornati sulla consapevolezza di genere nella scuola italiana.
La formazione del personale docente su questi temi è stata individuata come una lacuna strutturale su cui intervenire: «Abbiamo la classe insegnante più anziana d’Europa», prosegue Biemmi. «Molte maestre oggi in servizio sono diplomate magistrali e anche le giovani laureate escono senza una formazione specifica. Nella tabella ministeriale della Laurea in Scienze della Formazione Primaria non c’è traccia di pedagogia di genere o pedagogia delle differenze». Il corso, interamente online e asincrono per consentire la massima partecipazione, andrà avanti per tutto il 2026. Sarà inaugurato il prossimo 21 marzo all’Università di Firenze alla presenza di Gino Cecchettin e del comitato scientifico: «Le iscrizioni stanno andando benissimo. Abbiamo raggiunto il massimale di mille insegnanti. E il dato sorprendente è che la maggioranza ha oltre vent’anni di servizio. C’è una fortissima richiesta dal basso». Colmare questo vuoto a livello nazionale, secondo l’esperta, avrebbe un enorme effetto moltiplicatore nel lungo periodo, molto più efficace rispetto ad altri interventi: «Mandare un esperto in aula per due o quattro ore non è lungimirante, perché poi l’esperto va via e in classe restano insegnanti con la stessa formazione di prima. Una maestra ben formata, invece, raggiunge nel corso della carriera centinaia di bambini e bambine. E non fa una “lezione sulla parità”: la trasmette in ogni gesto, nel modo di insegnare storia, matematica, arte, nel linguaggio quotidiano». La stessa strada è stata scelta, con ottimi risultati, dai Paesi del Nord Europa, dove «soprattutto nella fascia di età da 0 a 6 anni, tutto è costruito in ottica paritaria: materiali neutri, giochi condivisi, fiabe coerenti con i principi dell’uguaglianza. Non c’è bisogno di “insegnare” l’uguaglianza, perché viene praticata». Gli stereotipi di genere, anche i peggiori, fanno presto a sedimentarsi e spesso per liberarsene non basta una vita: «Già dalla scuola primaria le esperienze si polarizzano: maschi da una parte, femmine dall’altra. Anche in famiglie paritarie, i bambini arrivano a scuola e riportano stereotipi: “questo è da maschio, questo è da femmina”. E i grembiulini rosa e azzurri contribuiscono all’istituzionalizzazione delle differenze». L’educazione alla sessualità, poi, anche quando viene insegnata, è soprattutto biologica e difensiva: si parla del funzionamento del corpo, di contraccezione, di rischi e pericoli. Non solo non si insegnano principi della parità, ma si introduce l’idea della sessualità come qualcosa da cui proteggersi. Sia a scuola che in famiglia, su alcuni temi prevalgono le reticenze, l’imbarazzo e la paura che i bambini possano essere “indottrinati” da presunte ideologie.
Sulla base di questi timori il ddl promosso dal ministro Giuseppe Valditara ha introdotto l’obbligo di autorizzazione preventiva delle famiglie per la partecipazione degli studenti ad attività extracurriculari legate all’educazione sessuale e affettiva. «Chiedere l’approvazione dei genitori solo per questi temi», commenta Irene Biemmi, «può innescare un clima di paura e autocensura anche tra le insegnanti». Il consenso informato, ha spiegato in una nota il ministro Valditara, «si riferisce alle teorie sulla identità di genere ovvero alla cultura gender che nulla ha a che vedere con il tema dei femminicidi e della violenza sulle donne». Malgrado trovi ampio spazio nel dibattito pubblico inquinato dalla propaganda (e adesso anche nelle comunicazioni ministeriali), la “cultura gender”, dal punto di vista scientifico, non esiste. «Tra noi studiosi ci si confronta, ci si critica, ma non c’è nessuna ideologia monolitica», chiarisce Biemmi. «Ci sono pedagogisti, sociologi, psicologi dell’età evolutiva che studiano questi temi da decenni. Se tutti convergiamo su certi punti, è perché esistono delle evidenze». Per contrastare queste convinzioni antiscientifiche una parte del percorso di formazione per docenti è dedicata a disambiguare la parola “genere”. La differenza sessuale è biologica, cromosomica. Il genere è un costrutto sociale: a partire dalla differenza naturale, si costruiscono ruoli e gerarchie che producono disparità. «Il vero spauracchio italiano», continua la docente, «è la femminilizzazione dei maschi. Se un bambino gioca con una bambola scatta l’allarme sociale. Se una bambina si veste da cowboy, no. La paura è che il maschile perda potere. Molte famiglie danno per scontato che l’assetto sociale vada bene così. Non si sente l’esigenza di ribaltare i ruoli perché la cura è sempre stata una mansione femminile. Ai bambini non viene insegnato a prendersi cura. La bambola serve ad addestrare al ruolo materno. Un bambino con la bambola non viene associato al ruolo paterno, ma a tutt’altro. Invece educare anche i maschi alla cura avrebbe un potenziale enorme nella prevenzione della violenza».
I femminicidi sono l’ultimo atto, il problema è sistemico. Ne è convinto Gino Cecchettin: «Non è corretto focalizzarsi solo sull’emergenza. Gli esperti ci consentono di andare alla radice della questione e affrontarla con elementi scientifici. Io sono un tecnico: so che per risolvere un problema bisogna studiarlo. E chi meglio di chi lo studia da una vita può offrire soluzioni autorevoli?» «Purtroppo», continua, «per ragioni storiche e culturali, la scienza (soprattutto quando è di frontiera) viene vista con scetticismo. Si tende a ragionare per partito preso, a dire: “Si è sempre fatto così”. Ma non bisogna perdere di vista l’autorevolezza di chi affronta certi temi in modo serio». Con il ministero per ora non è stata trovata una quadra, ma Gino Cecchettin crede ancora con forza nel dialogo con le istituzioni: «Le posizioni possono essere diverse, ma resto fiducioso che si possa trovare un accordo. L’importante è che l’attenzione sia rivolta ai ragazzi, alle ragazze e al loro benessere. Continuiamo a confrontarci, ci piacerebbe, per esempio, potenziare i corsi di formazione ed estenderli anche alle scuole superiori. Abbiamo modulato le nostre proposte in tal senso e aspettiamo una risposta».
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