Attualità
13 gennaio, 2026La sentenza del processo con il rito abbreviato ha riconosciuto l'alleanza tra le tre storiche mafie italiane in Lombardia: "L'associazione ha esercitato capacità intimidatoria determinando condizioni di assoggettamento e di omertà sulla collettività"
Cinque secoli. Cinquecento anni di carcere e molti elementi che proverebbero l’esistenza di un “sistema mafioso lombardo”, come emerso dalla maxinchiesta Hydra. Quell’alleanza tra ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra che, nella regione più ricca e produttiva d’Italia, ha trovato terreno fertile e connivenze. Dopo anni di indagini, ora è una sentenza - emessa ieri sera (12 gennaio) nell’aula bunker del carcere di Opera - a riconoscere non tanto una “super mafia”, e neanche una “mafia nuova” o una “mafia delocalizzata”, ma una “mafiosità immanente”, come l’ha definita ieri durante la sua requisitoria la pm Alessandra Cerreti.
"Insieme per fare business, autorizzate dalle case madri"
“Si tratta - ha aggiunto Cerreti prima della pronuncia in rito abbreviato del gup Emanuele Mancini - di un'associazione mafiosa alla quale aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta”.
I condannati
Alcuni dei cognomi dei condannati sono già comparsi in altre inchieste sulla criminalità organizzata al Nord. Ad esempio, c’è Giuseppe Fidanzati (14 anni) dell’omonima cosca della mafia siciliana, protagonista della delocalizzazione di Cosa nostra al Nord. Il padre di Fidanzati, Gaetano, venne condannato durante il maxiprocesso di Palermo.
Condannato a 16 anni, invece, Massimo Rosi, della locale di Lonate Pozzolo, tra le prime insediate in pianta stabile in Lombardia. Quattrodici anni a Filippo Crea, dell’omonima ‘ndrina, collegata e imparentata con la potente famiglia Alvaro di Sinopoli.
62 condanne
Degli 80 imputati che avevano optato per il rito abbreviato - chiamati a rispondere a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, tentata rapina, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, frodi fiscali e omessi versamenti tributari, nonché reati di riciclaggio e utilizzo di fatture false - il giudice ha pronunciato 62 condanne e 18 assoluzioni con formula piena, al termine di oltre sei ore di camera di consiglio. Altri 45 imputati che hanno scelto il rito ordinario sono stati rinviati a giudizio, con la prima udienza calendarizzata il prossimo 19 marzo.
Tribunale Milano: "Affiliati delle 3 mafie hanno creato un clima di omertà"
Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro novanta giorni, ma intanto i vertici giudiziari di Milano - il presidente del tribunale Fabio Roia e la presidente della sezione Gip-Gup Ezia Maccora - hanno pubblicato un comunicato, una “informazione provvisoria” esplicativa della sentenza di ieri. Il gup Mancini, scrivono Roia e Maccora, ha riconosciuto "l'operatività sul territorio lombardo di un'associazione costituita da singoli soggetti, alcuni dei quali già in passato ricondotti giudiziariamente alle cosiddetta mafie storiche (Cosa nostra, Camorra, 'Ndrangheta) e altri comunque collegati a tali soggetti, che ha esercitato la propria capacità intimidatoria determinando condizioni di assoggettamento e di omertà sulla collettività mediante il ricorso alla violenza e alla minaccia”. E gestendo "l'attività di cessione delle sostanze stupefacenti (cocaina, hashish, marijuana) ed inserendosi nella realtà economica locale con proprie società le cui attività erano finalizzate principalmente all'attività di riciclaggio di denaro proveniente da precedenti illeciti”.
Lo scontro tra procura e gip
Un percorso giudiziario complesso, quello che ieri è arrivato a una prima pronuncia. Passato innanzitutto per uno scontro tra toghe quando, nell’ottobre del 2023, il gip Tommaso Perna accolse soltanto 11 arresti sulle 153 misure cautelari richieste, disconoscendo di fatto l’impianto accusatorio portati avanti dalla procura guidata da Marcello Viola. Da lì era partito un ricorso di oltre mille pagine al tribunale del Riesame, in cui la procuratrice Cerreti difendeva l’esistenza di una “struttura confederativa orizzontale”, non estemporanea ma sistemica. Poi il tribunale del Riesame aveva accolto il ricorso, fino ad arrivare agli scorsi mesi con la Cassazione che, a sua volta, ha dato ragione alla procura e ha autorizzato l’applicazione delle misure cautelari per i principali imputati. Fino alla condanna di ieri.
Le minacce a Cerreti e Viola
Ma negli scorsi mesi si è alzato il livello di guardia anche per le intimidazioni ricevute da Cerreti e Viola, con la scorta che è stata rafforzata per entrambi. Segno della delicatezza del loro lavoro. E durante una delle udienze, lo scorso 12 settembre, un imputato ha minacciato in aula Cerreti facendosi per tre volte il segno della croce con la mano sinistra.
Un'alleanza non nuova
Milano e la Lombardia si risvegliano improvvisamente con la mafia in casa? Tutt’altro. Non solo perché infiltrazioni criminali sono comprovate in Lombardia almeno dagli anni Settanta dello scorso secolo ed è oggi tra le regioni a più alta densità di cosche. Ma anche perché, come ha ribadito la stessa procuratrice Cerreti durante la requisitoria, “questa è un'associazione mafiosa la cui genesi è già testata dalle sentenze definitive dei processi milanesi ‘Wall Street’ e ‘Countdown’” degli anni Novanta, in cui già si parlava dell’esistenza di un “consorzio lombardo”. Perché, come ha aggiunto il pm Rosario Ferracane, “a casa loro sono padroni, ma su Milano devono fare i conti con la presenza degli altri”.
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