Attualità
9 febbraio, 2026Quarant’anni fa nell’Astronave dell’Ucciardone la prima udienza. La costruzione di un monumento giudiziario che segnò un punto di non ritorno
Era tutto grandioso: la posta in gioco, la sfida, l’impresa ritenuta inimmaginabile, il clima di terrore, scetticismo, diffidenza e aperta ostilità che la circondava. Il prezzo pagato prima, durante. E soprattutto dopo. Eppure lo sforzo solitario di un drappello di magistrati e investigatori raggiunse lo scopo: portare la mafia alla sbarra e ottenere condanne su condanne.
Alle 9,45 del 10 febbraio 1986, Palermo mostra al mondo la sua “astronave”: un’aula bunker da 36 miliardi di lire, costruita in sei mesi. Cemento e vetri blindati, luci al neon a riflettere un verde freddo di fondo. Centoventi operai l’hanno tirata su nel carcere dell’Ucciardone, la fortezza borbonica che i capimafia chiamavano il Grand Hotel. Presiede Alfonso Giordano, a latere Pietro Grasso, quattrocento imputati in gabbia. Luciano Liggio, il boss dei Corleonesi, in tuta blu. Pippo Calò, il cassiere di Cosa nostra, con il cappotto sulle spalle. Gli spalti gremiti da familiari di imputati, pochi, invece, quelli delle vittime. Tanti giornalisti. Tutti sottoposti a un’estenuante coda per i controlli sotto la pioggia battente.
Per arrivare a quel giorno si passa per anni orribili. Il reato di associazione mafiosa è entrato nel Codice penale con l’articolo 416 bis solo nel 1982. L’artefice è Pio La Torre, ucciso il 30 aprile, prima dell’approvazione. Il 3 settembre è toccato al prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La strage di via Isidoro Carini, in cui sono stati uccisi anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo, ha determinato in Parlamento l’accelerazione della legge voluta dal ministro Virginio Rognoni. «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», recita un cartello anonimo lasciato sul luogo dell’eccidio. Da Rocco Chinnici nasce l’idea di costituire il pool antimafia: un nucleo di magistrati che lavora in gruppo, con metodo condiviso. Ne fanno parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Il 29 luglio 1983 un’autobomba uccide Chinnici, due carabinieri e il portiere del palazzo. Il metodo, però, resta. Da Firenze arriva Antonino Caponnetto.
La svolta si impone tra il 1983 e il 1984. Tommaso Buscetta, 56 anni, il boss dei due mondi, legato ai perdenti, arrestato in Brasile, mostra segni di cedimento. Inizia a collaborare con Giovanni Falcone. Ricostruisce nel dettaglio il sistema dell’organizzazione, svela delitti e indica i capi della commissione. La “cantata” di Buscetta produce 366 mandati di cattura. Parla anche Totuccio Contorno, “Prima luce”. Anche a lui hanno sterminato i parenti. Prima con l’obiettivo di stanarlo, poi di ridurlo al silenzio. La sua scelta di collaborare diventa irreversibile. Il 12 novembre 1984 le indagini arrivano al gotha dell’economia siciliana: finiscono in manette i cugini Nino e Ignazio Salvo, gli esattori di Salemi. Prima dell’inizio del maxiprocesso la mafia uccide il commissario Giuseppe Montana e, il 6 agosto 1985, Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Falcone e Borsellino vengono portati all’Asinara a completare il lavoro che prelude al processo. L’8 novembre 1985 Caponnetto e il pool concludono il primo giro di boa: 707 nomi su cui sanno tutto. La sentenza ordinanza occupa quaranta volumi. Michele Greco, il Papa della mafia, è il numero 310. Luciano Liggio il 367. Totò Riina, latitante, il 564. Una contabilità sterminata che ora deve avere un’aula.
Quel 10 febbraio del 1986 le schermaglie cominciano subito. La prima udienza va avanti sulle questioni procedurali fino alle 23. Poi inizia lo show degli imputati, inaugurato da Liggio: chiede di poter assistere alle udienze in compagnia, rivendica la vita comune nella gabbia, apre la strategia del disturbo. Altri lo imitano. Qualcuno si finge matto, ingoia chiodi, si cuce la bocca.
Il 3 aprile 1986 l’aria nell’astronave si ferma. Entra Tommaso Buscetta. Il suo interrogatorio va avanti fino al 10 aprile. Muti, dalle gabbie, i boss ascoltano le parole della loro disfatta. Il pomeriggio del 10 aprile Pippo Calò chiede e ottiene un confronto del quale si pentirà amaramente. Buscetta è sciolto, pacato, ma implacabile. Calò si agita, per dargli del bugiardo ripete come un mantra: «La storia che racconti». Vacilla quando Buscetta gli rinfaccia di aver dato al figlio Antonio i soldi segnati provenienti dal riscatto di un sequestro e di «aver calpestato ciò che hai accarezzato», riferendosi allo sterminio dei parenti: «Mezza famiglia mi hai fatto ammazzare». L’affondo finale è sull’omicidio di Giovanni Lallicata: «Giannuzzu Lallicata con le tue mani lo hai fatto». Calò perde il controllo. Gli sfugge un sinistro avvertimento: «Ma non ti preoccupare».
L’11 aprile è la volta di Totuccio Contorno, che parla fino al 18 aprile. Inchioda i suoi nemici. Il 23 maggio 1986 Luciano Liggio si sottopone a interrogatorio. Ammette di conoscere Riina, Salvatore Greco “Cicchiteddu” e Tommaso Buscetta. Rivela di aver partecipato a una riunione in cui gli era stato proposto il coinvolgimento nel golpe Borghese. Prova ad accreditarsi come salvatore della Patria, ma finisce per confermare il proprio ruolo e regalare un’implicita ammissione dell’esistenza di Cosa nostra. Michele Greco viene arrestato a Caccamo il 20 febbraio 1986, a dieci giorni dall’inizio del processo. L’11 giugno depone e prova a respingere l’accusa di essere il capo della commissione. Impreca contro la «valanga di fango», prova a raccontarsi come un contadino possidente timorato di Dio.
Dentro e fuori l’aula la tensione resta alta. Anche sui testimoni grava il peso di parole che possono cambiare il destino di chi dalle gabbie ascolta. C’è chi nega l’evidenza, chi arretra, chi recita. Giuseppe Foglietta, ferito da bambino in un agguato a Contorno, arriva a sostenere di non averlo mai conosciuto. Rita Sinagra, sorella di Vincenzo Sinagra — quello che ha fatto scoprire la camera della morte di Sant’Erasmo — fatica perfino ad ammettere la parentela: «È parente di mio padre». L’aula è una galleria di orrori: strangolamenti, corpi sciolti nella calce e nell’acido. Lupare bianche e carneficine. Vita Rugnetta, il 18 luglio 1986, sale sul pretorio con una foto in mano. «Mio figlio non era un delinquente né spione. Se sono uomini d’onore, debbono dire perché me lo hanno ammazzato, strangolandolo». È la madre di Antonio, sequestrato, torturato e ucciso nel 1981. «Se vogliono uccidermi, possono farlo, non mi interessa».
Per i giudici è una corsa contro il tempo: il rischio che il processo finisca a gabbie vuote. Il 22 ottobre 1986 esplode la questione della lettura integrale degli atti, che dilaterebbe tutto fino a rendere inutile la sentenza. Serve un intervento legislativo: la legge n.29 del 17 febbraio 1987 congela di fatto i termini di custodia cautelare e modifica la disciplina sulla lettura. Nell’attesa, la corte legge in aula i rapporti degli investigatori morti per costruire quel processo. Dopo gli interventi delle parti civili, il 30 marzo 1987 inizia la requisitoria dei pm Giuseppe Ayala e Domenico Signorino, che va avanti per diciassette giorni.
Il 16 dicembre 1987 la sentenza. Arriva in fondo a 638 giorni di udienze e 35 di camera di consiglio. Il verdetto della corte d’assise: 19 ergastoli, pene per 2.655 anni di carcere, 346 condanne e 114 assoluzioni.
È il colpo più importante assestato a un’organizzazione che sul vincolo dell’omertà ha edificato il mito della propria impunità secolare. Ai padrini non resta che il secondo round. E per prepararlo colpiscono ancora: uccidono Antonino Saetta, destinato a presiedere l’appello. Poi Antonino Scopelliti, procuratore generale della Cassazione.
Il 30 gennaio 1992 la Suprema Corte consacra il verdetto. Si chiude un ciclo. A sentenza emessa, Riina e soci mobilitano due superkiller per braccare Salvo Lima, l’uomo della Dc su cui avevano scommesso per sabotare il processo. Viene ucciso il 12 marzo. Non ha fermato Falcone, non ha mosso Giulio Andreotti in loro favore. È inutile e ingombrante. Nella requisitoria per l’omicidio Lima, la sentenza del maxiprocesso verrà paragonata al muro di Berlino: «Dopo quel giorno – dirà il pm Gioacchino Natoli – nulla rimase più come prima».
Molti sono morti prima del traguardo. Altri hanno scontato il successo come fosse una colpa, per finire a brandelli nell’estate del tritolo di Capaci e via D’Amelio. La storia cominciata dentro un’aula blindata finisce fuori, nel fragore che spacca l’Italia.
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