Attualità
10 marzo, 2026La pioggia che ha distrutto Niscemi è un balsamo per le campagne. Ma ora le dighe sono troppo piene, l’acqua finisce in mare, e l’Agrigentino resta a secco
Nella chiesa di Ribera, patria delle arance Dop, si celebra una messa per ringraziare Dio per la pioggia. «Dove non è arrivata la politica ci ha pensato il Signore – dice don Antonio Nuara, parroco della cittadina –. Nessun ente ci ha aiutato». Nella terra dove l’agricoltura è la fonte di sostentamento per migliaia di famiglie, si reagisce così agli errori della politica che tratta da emergenza una questione diventata ordinaria: la siccità in Sicilia.
Se a Niscemi, Caltanissetta, si piangono i danni causati dalla pioggia, a pochi chilometri, in provincia di Agrigento, la terra che più di altre soffre i rubinetti a secco, si sfregano le mani. A Ribera e nei paesi dei Monti Sicani, tra uliveti, mandorli e vigneti, si può finalmente sperare in un’estate senza l’incubo siccità.
Forse. Perché le dighe della provincia, per le quali non si è fatto nulla per anni, anche quando sui fondali, tra fango e detriti, si poteva camminare, ora sono piene. Anzi, troppo piene.
Per questo motivo, nella terra del paradosso per eccellenza, oggi l’acqua in eccesso della diga Castello di Bivona, dopo aver riempito i laghetti artificiali, viene sversata in mare. La stessa acqua che in un altro punto della provincia, a Canicattì prenderebbero, se potessero, volentieri. Nella cittadina, record degli allacci abusivi alla rete – un’utenza su due – è bastato lo stop a un’autobotte – abusiva – a lasciare i rubinetti a secco. Si è scoperto così che è proprio il sistema delle autobotti abusive, ad essere essenziale per il sistema idrico. Lo si è visto quando gli autotrasportatori, per protestare contro la multa inflitta a un loro collega si sono fermati. E ciò che era noto a tutti ha raggiunto il clamore dell’evidenza anche per la politica. Gli autobottisti hanno protestato davanti al Comune di Canicattì, reclamando un preteso diritto fondato sulla pubblica utilità.
Già, perché il sistema idrico parallelo è il prodotto di una costante atavica: in provincia di Agrigento non esiste l’erogazione continua di acqua, solo turnazioni. Con intervalli anche di 15 giorni, solitamente di sette. E questo a fronte di una bolletta tra le più care d’Italia. Come pagare un canone mensile per la luce, rimanendo al buio per tre settimane su quattro.
Chi ha l’acqua, che ad Agrigento vale più dell’oro, prova a tenersela stretta. Come il Comune di Santo Stefano Quisquina, che detiene una fonte capace di rifornire un terzo della provincia. Fonte preziosa e continuamente minacciata dall’idea di scavare sempre nuovi pozzi. Sempre in nome dell’emergenza senza fine. «Se si scavano nuovi pozzi – si infervora il sindaco Francesco Cacciatore – si rischia di prosciugare il bacino e di causare danni da dissesto a territorio già fragile». Il suo monito però non è stato accolto, perché la parola “emergenza”, in Sicilia è un lasciapassare indispensabile. Serve a scavare: più comodo e immediatamente redditizio che rifare una rete idrica che disperde la metà dell’acqua immessa. È sempre l’emergenza che, del resto, permette di creare un dissalatore a Porto Empedocle, nella spiaggia turistica del commissario Montalbano. Una struttura che doveva essere mobile e con sorpresa della stessa Regione che pure ne aveva caldeggiato l’utilizzo, si scopre fissa. Nonostante costituisca uno sfregio incompatibile con la ritrovata vocazione della cittadina e sia, per di più, troppo vicina alle case. Abbastanza perché l’acqua, comunque la si metta, da queste parti evoca solo paradossi, dentro ai quali si perderebbe anche la ferrea logica del commissario Montalbano. Non resta che pregare.
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