Attualità
13 marzo, 2026I bambini non sono proprietà di qualcuno. Sono persone. E come tali titolari di diritti propri, che non possono essere subordinati alle ideologie degli adulti
Da mesi il caso della cosiddetta famiglia nel bosco alimenta un dibattito su che cosa significhi essere un buon genitore e su dove passi il confine tra libertà familiare e intervento dello Stato. È una discussione che attraversa la politica, divide l’opinione pubblica e si nutre ogni giorno di nuovi dettagli morbosi, populisti e spesso pericolosi per i minori che, comunque vada, da questa vicenda non sono stati davvero protetti da nessuno. I bambini non sono proprietà di qualcuno. Sono persone. E come tali titolari di diritti propri, che non possono essere subordinati alle ideologie degli adulti.
La vicenda dei coniugi Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, che vivevano in una casa isolata nelle campagne di Palmoli, in Abruzzo, è diventata rapidamente un simbolo. Per alcuni si è trasformata in un’immagine idilliaca, quasi un racconto antico, tanto da evocare, con paragoni azzardati, la vita dei nonni.
All’inizio della loro esposizione mediatica Caroline disse ai microfoni di un programma televisivo pomeridiano che non le piaceva il mondo con questi cellulari, questi social. Aveva voluto proteggere i suoi figli da questi tempi bui. Questo confronto è stato immediatamente potente per polarizzare l’opinione pubblica. Ci siamo tutti interrogati se questo nobile intento non fosse un’accusa al nostro metodo educativo.
In quelle parole c’era l’idea che, se il pericolo entra dalle porte, l’unico modo per salvarli sia chiuderle tutte. A modo suo, Caroline ha messo in atto un esperimento radicale: immaginare un’infanzia in sottrazione. Un mondo apparentemente senza rischi, senza l’esposizione continua al giudizio, senza quella violenza sottile e costante che attraversa le nostre vite. Hanno scelto di sottrarre i figli al mondo che non sia il perimetro controllato dai genitori. Ma questa convinzione si è rivelata fallimentare: non li hanno protetti del tutto.
La vicenda è infatti iniziata quando l’intera famiglia viene ricoverata per un’intossicazione da funghi velenosi. Da quell’episodio prende avvio l’intervento dei servizi sociali, che segnalano infatti carenze igienico-sanitarie, isolamento sociale e l’assenza di un percorso scolastico verificabile. Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila dispone l’allontanamento dei bambini. L’ultimo provvedimento, del 5 marzo scorso, ha stabilito anche l’allontanamento della madre dalla struttura protetta dove era ospitata insieme ai figli giudicata ostile e non collaborativa.
Immediatamente si descrive la magistratura “brutta e cattiva” e si condannano gli assistenti sociali a prescindere. Si semplifica la vicenda basata su un costante aggiornamento sulle abitudini dei bambini, sulle loro reazioni, sulle tensioni tra i genitori, sulle crisi della madre all’interno della comunità. Gli scatti dei fotografi davanti alla struttura, le troupe televisive appostate nei pressi della casa famiglia, la pressione continua di telecamere e microfoni: davvero tutto questo è innocuo per l’equilibrio di tre bambini già esposti a una vicenda traumatica?
La Carta di Treviso impone ai giornalisti di tutelare identità, dignità e riservatezza dei minori coinvolti in fatti di cronaca. Il diritto di cronaca si arresta davanti alla vulnerabilità dell’infanzia.
Anche la politica ha trovato rapidamente il modo di entrare nella vicenda. Alcuni esponenti della maggioranza parlano di figli sottratti, trasformando il caso in un nuovo capitolo dello scontro con la magistratura proprio mentre il Paese si avvicina al referendum sulla giustizia. È una narrazione efficace sul piano emotivo, ma attraversata da una contraddizione evidente. Lo stesso governo che oggi denuncia un eccesso di intervento pubblico ha varato il decreto Caivano, che inasprisce le pene per i genitori che non garantiscono l’istruzione dei figli.
Crescere un figlio non significa esercitare un dominio. Significa custodire la libertà di un’altra persona, difesa non solo dagli errori degli adulti, ma anche dal rumore che questi producono attorno alle loro vite.
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