Attualità
14 marzo, 2026Alla nave è stato assegnato il porto di Civitavecchia, a quasi mille chilometri di distanza. Una decisione, per Emergency, che “obbliga le 98 persone a bordo, già provate da un viaggio difficile e in condizioni di estrema fragilità fisica e psicologica, a trascorrere altri giorni in mare, ritardando il loro accesso ai servizi essenziali”
“Vedo un asset all’orizzonte, gommone nero con persone a bordo”. Dal ponte di comando della MV Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, la soccorritrice Magalì V. avvista un natante alla deriva, a circa 25 miglia a nord dalle coste della Libia, verso Tripoli.
Alle 10:50 circa, le condizioni meteo per il salvataggio sono ottimali, il cielo è terso e il mare relativamente calmo, con onde di circa mezzo metro. In pochi istanti il team Sar (Search and rescue, ndr) è operativo sul ponte della nave, mentre il resto dell’équipe, dai mediatori e mediatrici culturali allo staff medico e logistico, allestisce il deck per l’accoglienza a bordo.
Tramite due gru posizionate a poppa della nave, vengono calati in acqua i Rhib, gommoni a chiglia rigida utilizzati per il trasbordo dall’imbarcazione che verrà soccorsa. In circa tre minuti di navigazione a venti nodi (circa 40 km/h), il Rhib1 di Emergency si accosta al natante alla deriva: un piccolo gommone nero senza luci di segnalazione, di circa sei metri, partito dalle coste libiche alle 4:00 di questa mattina (13 marzo). A bordo 41 persone, di cui una donna incinta e dieci minori non accompagnati, provenienti per la maggior parte dal Sudan, e poi da Somalia e Sud Sudan.

“Adesso vi daremo i salvagente, rimanete seduti e passateli al vostro vicino”, spiega a gran voce il SAR team leader della missione, Pau B., tradotto in arabo dalla mediatrice culturale Annachiara B. per chi non capisce l’inglese. Il Rhib1 carica a bordo 25 persone, mentre il secondo gommone di soccorso, in costante comunicazione con capitano e SAR coordinator, entrambi nel bridge, si prepara a soccorrere la restante parte del gruppo.
Due giovanissimi scattano dei selfie mentre si rientra verso la nave madre, altri restano in silenzio, infreddoliti, in attesa di essere accolti sul ponte della Life Support. Il triage procede senza intoppi, e anche le condizioni delle persone soccorse sembrano buone, comprese quelle dell’unica donna incinta, che lamenta forti segni di stanchezza.

Mentre si conclude la seconda operazione di imbarco, il Rhib1 tagga il natante ormai vuoto con una bomboletta arancione: LS068, ossia “Life Support 068”, un codice identificativo del salvataggio che servirà a chi recupererà o si imbatterà nell’imbarcazione. A bordo una quarantina di ciambelle gonfiabili in lattice e le calzature zuppe di alcune delle persone soccorse.
“Con questa operazione, dall’inizio delle nostre attività di SAR, nel 2022, abbiamo salvato 3.289 persone”, racconta Alberto R., pilota di uno dei Rhib, mentre aggiorna il numero su una lavagnetta all’interno dell’area comune della nave, dove crew e team SAR possono riposare o svolgere riunioni di aggiornamento.
“Rimaniamo operativi in acque internazionali, in zona SAR libica”, spiega il SAR Coordinator della Life Support, Jonathan Nanì La Terra, spiegando che la nave di ricerca e soccorso è ora diretta “verso un altro caso di distress, ricevuto tramite mayday relay (una procedura radio VHF, sul canale di emergenza 16, utilizzata per inoltrare una richiesta di soccorso per conto di un’altra imbarcazione in situazione di pericolo imminente), che ha segnalato la presenza di un altro gommone sovraffollato e in condizioni critiche”.

Poche ore dopo la messa in sicurezza del primo gruppo di persone, nel buio della notte, dal ponte di comando arriva un altro avvistamento, questa volta tramite termocamera: un altro gommone partito da Gasr Garabulli (a est di Tripoli) con 57 persone a bordo, di cui nove dodici donne e nove minori, provenienti da Nigeria, Guinea Bissau, Senegal, Sudan, Gambia, Guinea Conakry e Sud Sudan. Non si tratta però del mayday relay ricevuto la mattina.
Il salvataggio, nell’oscurità più totale, richiede tre staffette dalla Life Support al natante alla deriva. Sul Rhib1, più capiente, vengono sistemate prima 25 persone, tra cui madri con figli neonati, poi 17 nell’ultima tornata. Il Rhib2 carica le restanti, mentre umidità e freddo avvolgono il ponte della nave. Nello shelter, l’area destinata all’accoglienza sottocoperta, il gruppo soccorso la mattina dorme, anche nel caos del momento, mentre decine di persone appena arrivate vengono visitate e ascoltate dal personale Emergency. Alcuni di loro si abbracciano, con sguardo stanco, cercando di togliere il cellulare dal triplo strato di cellophane in cui avevano il dispositivo per non farlo bagnare.
Intanto, subito dopo il primo soccorso, il team a bordo ha prontamente avvisato le autorità competenti e alla nave è stato assegnato come Place of Safety (POS) il porto di Civitavecchia (RM), a più di 500 miglia nautiche (926 km) dall’attuale posizione della Life Support.
“L’assegnazione di un porto così lontano obbliga le 98 persone a bordo, già provate da un viaggio difficile e in condizioni di estrema fragilità fisica e psicologica, a trascorrere altri giorni in mare, ritardando il loro accesso ai servizi essenziali”, sottolinea Emergency in un comunicato.

Mentre le ultime persone soccorse salgono sul ponte della nave, accolte nella rescue area, il Rhib2 viene riposizionato sul deck, passando sotto una scritta ben visibile su entrambi i lati della prua della Life Support. È una frase di Gino Strada, il fondatore di Emergency, scomparso ormai cinque anni fa. Recita: “I diritti degli esseri umani devono essere di tutti, proprio di tutti. Altrimenti chiamateli privilegi”.

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