Attualità
16 marzo, 2026Neanche il tempo di riprendersi dalla frana e Niscemi si ritrova a temere un attacco al Muos. Il sistema di comunicazioni satellitari è un potenziale bersaglio di guerra
Quel 15 aprile 1986 a Lampedusa lo ricordano in molti. Due missili libici arrivarono a sfiorare l’isola in un attacco mirato alla base Nato, chiamata Loran, che doveva essere distrutta come risposta al bombardamento arrivato nei cieli della Libia di Gheddafi da parte degli Usa. 40 anni dopo il contesto è diverso, ma la paura è la stessa. Se infatti al potere non c’è più Ronald Reagan ma Donald Trump e in Iran il dittatore è stato ucciso, al primo vento di guerra che coinvolge le forze dell’Us Navy, la Sicilia trema. C’è una parte di Trinacria dove il rosso e il giallo della bandiera siciliana lasciano il posto ai colori di quella a stelle e strisce, in cui la Sicilia rappresenta la 51esima stella.
L’avamposto americano in Europa parte infatti da Niscemi, la piccola cittadina del Nisseno che non ha neanche il tempo di rialzarsi dalla frana che ha diviso in due la città, che deve temere un possibile attacco al Muos, (Mobile User Objective System) il contestato sistema di comunicazioni satellitari americano, dotato di decine di radar e di uno scudo aereo antimissili, attivo in queste settimane di guerra.
Gestito dal dipartimento di Difesa americano in tempo di guerra comunica con gli altri tre sparsi in giro per il mondo, in modo da creare una copertura totale sul pianeta terrestre per gli Usa.
Contestato già in tempo di pace, il Muos rappresenta oggi, in una guerra fatta di droni, un elemento significativo per comprendere spostamenti e avvisaglie di problemi e quindi un potenziale bersaglio nella guerra del Golfo che vede l’America protagonista insieme con Israele.
«È evidente che l’intensità di questo attacco sia più forte di quella di giugno quando abbiamo chiesto un consiglio comunale aperto per chiedere di essere informati su quello che accade dentro la base americana», racconta Federica Frazzetta del comitato No Muos. «In tempo di guerra la Sicilia è il posto dove la geopolitica smette di essere teoria e diventa pratica. Dentro di noi abbiamo rabbia e paura: la Sicilia per la posizione e per le basi americane quando gli Usa si mettono a giocare con le bombe diventa automaticamente complice della guerra e obiettivo sensibile ma noi non vogliamo essere né complici né obiettivo». Non è finito un incubo per Niscemi che già ne comincia un altro: «Sono anni che lo diciamo, noi il Muos non lo vogliamo – continua Frazzetta – ma questo sistema rappresenta uno dei tasselli di un continuo ciclo di sudditanza che non si spezza mai e che si dovrebbe invece fare».
Mentre il governo aspetta di capire quali sono i rischi, la politica regionale lancia l’allarme chiedendo di fare piena luce, con un’interrogazione, sull’attuale impiego operativo dall’aeroporto di Trapani-Birgi, possibile base Nato in situazioni di emergenza, ma soprattutto su Sigonella, base americana da cui dipende il Muos e da dove ogni giorno partono diversi aerei, rendendo di fatto la Sicilia protagonista di una guerra in cui non vuole stare: «La Sicilia è terra di pace – scrive la deputata regionale Cristina Ciminnisi – non siamo disposti a diventare l’avamposto militare di un’ennesima guerra. E non siamo disposti a un nuovo silenzio. I cittadini e gli operatori economici hanno diritto di sapere quali attività siano in corso e quali rischi comportino per il nostro territorio». Sono già previste nuove manifestazioni, ma se in tempo di pace non si è riusciti a de-americanizzare la Sicilia, succursale degli Usa da quasi cento anni, in tempo di guerra diventa una impresa impossibile.
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