Attualità
19 marzo, 2026La giornata della donna ha riacceso i riflettori sugli abusi in famiglia. Un pericolo che riguarda tutte, come dimostra il memoir della scrittrice anglopakistana. Ne parliamo con la presidente di un'associazione nata per aiutare chi non ha una rete famigliare
Non avrei mai pensato che potesse succedere a me: quello che Fatima Bhutto ha confessato nel suo memoir “The Hour of the Wolf” è un pensiero comune a tante vittime di partner violenti. La speranza è che prima o poi il pensiero comune diventi che se colpiscono donne come lei – discendente della “famiglia regnante” del Pakistan, che quando ha iniziato la lunga relazione con il suo aguzzino era già una scrittrice di successo – soprusi e violenze possono succedere davvero a tutte.
«La violenza sulle donne è un fenomeno universale, presente in tutti i contesti sociali», conferma Amina Natascia Al Zeer, presidente del Progetto Aisha, che da dieci anni «contrasta violenze e discriminazioni contro le donne, incluse le mutilazioni genitali, e cerca di creare un ponte tra le donne più isolate e i servizi presenti sul territorio. All’inizio il progetto aveva un focus sulle donne musulmane, perché molte incontravano difficoltà ad accedere ai servizi tradizionali, spesso per motivi linguistici, culturali o religiosi. Ma siamo sempre state aperte a tutte le donne, indipendentemente dalla loro origine, etnia o credo, perché la violenza è un fenomeno trasversale che riguarda tutte le società».
Anche perché «non basta “scoprire” la violenza per porvi fine: è necessario un percorso lungo e multidisciplinare, che aiuti a elaborare i traumi, ricostruire fiducia e autonomia, e imparare strategie di autodifesa emotiva e pratica. Qui entrano in gioco psicologhe, psicoanaliste, coach, counselor, consulenti filosofiche, arte terapeute, ma anche imam e murshide (guide spirituali femminili, n.d.r.), per chi desidera un supporto spirituale specifico, rispettoso della cultura e della spiritualità di tutte le donne, musulmane e no».
Nato a Milano «dall’azione di un gruppo di volontarie musulmane», il Progetto Aisha è ormai un modello per tutta l’Italia: «E stiamo rafforzando una rete nazionale per poter offrire punti di riferimento in altre città». Il sostegno è su base personale ma viene rafforzato anche a distanza: «Ogni donna che si rivolge al progetto viene seguita anche attraverso un gruppo WhatsApp con volontari e professionisti, che permette di fare un monitoraggio costante della situazione, risolvere dubbi, dare consigli e supporto continuo. Il progetto dà voce a tutte le donne anche attraverso la rubrica “Indipendentemente”, una live mensile sul nostro canale social, che permette di raccontare esperienze, storie e punti di vista spesso poco ascoltati».
Essere di origine straniera è stato un fattore di debolezza nel caso di Bhutto, che pure al tempo della relazione tossica faceva una vita da jet-set tra Londra e New York, e lo è in tutti i contesti: «Per le donne di origine straniera si aggiungono fattori di vulnerabilità: barriera linguistica, dipendenza economica, precarietà dei documenti, isolamento sociale o paura di perdere i figli. Molte donne temono di essere giudicate per il proprio credo o per le scelte legate alla propria identità religiosa. Questo timore può rendere ancora più difficile chiedere aiuto», continua Al Zeer.
E se queste barriere sono pesanti per tutte le donne di origine straniera, stanno diventando sempre più pericolose per le musulmane: «Abbiamo partecipato a progetti europei e locali contro l’islamofobia, perché ci siamo rese conto che questo fenomeno è in aumento. Molte persone oggi si sentono autorizzate a manifestare ostilità verso chi pratica l’islam: si vede anche dai social, dove donne come me, mentre vado in bicicletta e porto il velo, vengono spesso prese di mira».
E non è solo "l'uomo della strada" a infierire: «Purtroppo», conclude Al Zeer, «anche la classe politica e i media a volte alimentano stereotipi e odio verso l’Islam, rendendo la discriminazione più diffusa e visibile. Questo tipo di violenza e discriminazione si manifesta anche nei luoghi di lavoro e in altri contesti quotidiani, e spesso le donne non denunciano per paura di peggiorare la situazione».
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