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Cultura
novembre, 2007

Il teatro di Gilberto Govi

Sei commedie del grande comico genovese. Che documentano quel fenomeno di costume televisivo e nazionale rappresentato negli anni Sessanta dalla vis mimica dell'attore, che esalta gli intrecci di storie di ordinaria piccola borghesia

Lo stereotipo da barzelletta dei genovesi avari a Gilberto Govi non piaceva. Quando qualcuno glielo ricordava gli veniva "un sc-ciuppon de futta" (traduzione per i "furesti", per i non liguri: "uno scoppio di rabbia"). «Il mio non è un teatro dell'avarizia », ci teneva a precisare. «Del resto il ligure non è tirchio, è risparmiatore. C'è una bella differenza: l'avarizia è un peccato capitale mentre il risparmio è una virtù». E Govi un virtuoso del risparmio certamente lo era. Lo rivelano quei disegni che sempre faceva per preparare i suoi personaggi: niente carta Fabriano, per sparagnare utilizzava i foglietti usati dei calendari da scrivania, come testimoniano i suoi numerosi schizzi conservati nel Fondo Govi.

L'attore genovese fino ai 38 anni aveva lavorato nelle officine elettriche della sua città come disegnatore tecnico. Non affrontava il suo pubblico a volto scoperto, tutti i suoi personaggi prima li disegnava, ne costruiva la maschera: caricature certo, ma rifinite con una precisione tecnica, appunto, come per progettare un congegno meccanico per suscitare la risata, un ingranaggio capace di far funzionare una psicologia, di rendere un carattere immediatamente riconoscibile, e familiare, agli occhi degli spettatori. Oltre a disegnare l'identikit dei suoi personaggi l'attore curava personalmente il trucco che avrebbe usato in scena o sul set e che poi avrebbe fatto vivere con un repertorio inesauribile di tic, di smorfie, di occhiate in tralice; e diventava mimica anche la battuta. In lui la parola si faceva carne e cerone, trasformata in smorfia, ammiccamento, broncio; ma anche in sottinteso, in allusione più o meno espressa, in metafora. E perfino in silenzio. «Voglio riuscire a far indovinare al pubblico i pensieri del mio personaggio», diceva.

«Lo spettatore prova un piacere particolare quando capisce quello che un attore non dice». Forse per questo Govi aveva un certa diffidenza nei confronti della televisione: «Quando vedo venirmi addosso la "camera", tutto il mio sforzo è per controllarmi, per non strafare, per stare dentro una misura. Mica scherza, la "camera". La "camera" ti legge i pensieri, te li cava fuori e te li sciorina lì, come cenci, davanti a tutta Italia. Questo è, almeno per me, il segreto del teatro in televisione: la lettura del pensiero». Quattro film appena nella sua lunga carriera: "Colpi di timone" del 1942, regia di Gennaro Righelli. "Che tempi!" del 1947, con Paolo Stoppa a fare da spalla al protagonista e due giovani attori di sicuro avvenire: Walter Chiari e Alberto Sordi. «Io dovevo essere serio sul set, ma quei due ragazzi mi facevano continuamente ridere!». "Il diavolo in convento" del 1950, regia di Nunzio Malasomma. Solo nella sua ultima apparizione cinematografica, "Lui, lei e il nonno" del 1961, regia di Anton Giulio Majano, Govi decise di recitare per la prima volta senza la maschera creata dal trucco, proponendo così un nuovo personaggio, inedito per il suo pubblico, con la faccia di un distinto signore di settantasei anni. «Govi non ci mette a parte del mondo poetico che gli palpita dentro», scriveva Alberto Savinio nel recensire nel 1937 la commedia "Colpi di timone" di Enzo La Rosa, «ma fa da specchio - specchio concavo, specchio convesso, specchio a onde - agli spettatori che dalla platea, dalle gallerie, dal loggione lo seguono col bianco stupore dei sonnambuli ».

Savinio lo definì anche «Dagherrotipo vivente» e l'attore nella sua carriera ha rispecchiato e fotografato una galleria di personaggi con quella precisione meticolosa e affascinante che si ritrova nelle statue del cimitero di Staglieno a Genova: una serie di monumenti che la ricca borghesia della città ha dedicato a futura memoria almeno delle proprie virtù mercantili, la celebrazione di una condizione sociale appagata e compiaciuta di sé anche nel lutto. Quei borghesi di marmo che piangono davanti alle tombe dei cari estinti sottratti al loro incommensurabile affetto, sono ritratti da abili scultori - come Monteverde, Bistolfi, Baroni - senza indulgenze e abbellimenti, come a certificare di fronte alla morte la veridicità di una condizione sociale. Al contrario del bisturi degli attuali chirurghi estetici, il loro scalpello ha fissato anche i difetti: rughe, verruche, nasi troppo grossi, occhi troppo piccoli, mani rapaci di mercanti. La stessa attenzione a quella fisiognomica si ritrova nei personaggi goviani: mariti tiranneggiati dalle mogli, padri burberi ma alla fine accondiscendenti, armatori sparagnini felici solo nel loro "scagno", l'ufficio in qualche "carruggio" vicino al porto. Personaggi ai quali Govi ha fatto il dono di una verità che rinuncia a giudicarli e li affida al suo pubblico.

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