Un'architettura innovativa, che oggi definiremmo "minimalista", caratterizzava il luogo per spettacoli più elegante del mondo antico". Così Jean-François Bernard, archeologo e architetto dell'École Française a Roma, definisce la struttura dello Stadio di Domiziano, la cui forma contrassegna piazza Navona. E precisa: "La cavea, che ospitava 30 mila spettatori, era sostenuta da pilastri che riducevano le murature all'essenziale. In questo modo gli spostamenti all'interno diventavano più agevoli e l'insieme era inondato di luce".
È una delle nuove chiavi di lettura che, accanto a importanti ritrovamenti e ricerche storiche, si inserisce nel progetto che l'École sta portando a termine con un'équipe di circa 40 studiosi. Tutto ha avuto origine, nel 2005, dalla ristrutturazione di un edificio dell'istituzione francese, con ingresso sulla piazza al numero civico 62. Su iniziativa dell'allora direttore Michel Gras, dallo studio del palazzo la prospettiva si è allargata all'insieme dello spazio urbano, per metterne in relazione l'evoluzione architettonica e sociale. E così, uno dei luoghi più emblematici dell'identità romana può ricomporre a 360 gradi le sue trasformazioni grazie al finanziamento speciale dell'Agenzia delle Ricerche francese. Chapeau.
La documentazione raccolta amplia le conoscenze e mette in discussione dati acquisiti, con una scoperta straordinaria che "l'Espresso" può mostrare in esclusiva. Durante la pulitura dei vani sotterranei (350 mq) sono comparse parti significative dell'ambulacro centrale dello Stadio, i cui spazi erano stati riutilizzati in modo inaspettato. Verso il quinto secolo si era infatti installato un laboratorio dove i marmi recuperati dalle vicinanze venivano tagliati per creare pavimenti intarsiati. Per terra gli archeologi hanno trovato 3.500 frammenti (con alcuni pezzi di stucchi decorativi) provenienti da opere architettoniche rilevanti, dal momento che erano state utilizzate pietre provenienti dalle cave imperiali: "pavonazzetto" della Frigia, "giallo antico" africano, "cipollino verde" della Grecia.
Gli artigiani a un certo punto abbandonarono l'atelier; ma altri romani, più tardi, tornarono negli stessi ambienti in cerca di protezione. Per i loro morti. A sorpresa, sono spuntate 16 sepolture del tipo "a cappuccina", risalenti al Sesto secolo, che contengono i resti di uomini e donne adulti e sono prive di corredi funerari. Finalmente, con tali rinvenimenti, si può colmare uno iato storico: il periodo tra la tarda romanità e l'alto Medioevo. Non si sapeva infatti granché dei secoli trascorsi tra l'abbandono dello Stadio e l'arrivo dell'Abbazia di Farfa, che alle soglie dell'anno Mille divenne proprietaria dell'area.
La rarità di testimonianze nel periodo successivo lascia supporre invece un altro genere di occupazione: la trasformazione del piano superiore in abitazioni, per "abusivi" ridotti sul lastrico. Erano tempi duri per Roma, che vedeva ridursi sempre più il numero degli abitanti. Non si può escludere che il differente impiego degli spazi sia riconducibile a momenti di particolare gravità, come i saccheggi da parte dei Visigoti e dei Vandali. A differenza delle popolazioni rurali, senza difese di fronte alle scorrerie nemiche, gli abitanti della città potevano sfruttare come protezione l'eredità materiale del passato.
Che è servita pure in seguito, anche se in modo diverso: il calcestruzzo del primo secolo costituisce l'ossatura delle costruzioni moderne, come ha rivelato la scoperta di un grande blocco di travertino che sostiene un muro, al primo piano dell'edificio dell'École.
Questa è la funzione urbanistica, nascosta, dello Stadio, mentre si precisano fasi basilari della sua storia: da monumento perfetto, per solidità e raffinatezza, a ricovero di ogni genere, fino a diventare il recinto in pietra di una discarica nauseabonda. La prima emergenza rifiuti che conosciamo da fonti ufficiali.
In quella che era stata l'arena, per secoli si accumularono i resti delle concerie, tintorie e macellerie situate tra il lato nord dello Stadio e il Tevere. Fu il Comune di Cola di Rienzo, nel 1363, a vietare per primo l'immondezzaio con una legge, ma senza risultati. "Se nella normativa successiva si continuano a citare le "cose fetide" che riempivano il Campo, doveva essere un'ardua impresa venirne a capo", racconta Orietta Verdi, vicedirettore dell'Archivio di Stato, che ha concentrato le sue indagini sulla viabilità e l'edilizia tra '400 e '500. "Per porvi fine si deve arrivare al 1477, quando il papa Sisto IV decise, con un bando, di installarvi un mercato".
La città non era più quella degli imperatori, ma di S. Pietro e S. Paolo e saranno i pontefici, da quel momento, a determinare la nascita della piazza vera e propria, il suo aspetto monumentale, il ruolo scenografico per la rappresentazione del loro potere. Con un paradosso, nella successione edilizia e abitativa, che fa notare Bernard: "Si è sempre costruito nei confini segnati dalle murature antiche, mentre si sono coperti con edifici nuovi le uniche vestigia dello Stadio ancora visibili a piazza di Tor Sanguigna".
Tra approfondimenti e documenti inediti è vastissimo il materiale raccolto dagli studiosi francesi, in collaborazione con la Scuola spagnola di Storia e Archeologia, le tre università romane, l'Archivio, le soprintendenze statali e del Comune. La pubblicazione, altrettanto corposa, è prevista per l'anno prossimo, mentre si lavora per la valorizzazione del seminterrato.
"È un grande impegno", dice Catherine Veirlouvet, neo direttrice dell'École: "Per consentire delle visite agli scavi occorrono interventi di restauro, illuminazione, allestimento, messa in sicurezza, in ambienti dove peraltro affiora in più punti l'acqua di falda". A questi progetti se ne affianca un altro: "Vorrei organizzare una mostra per illustrare al grande pubblico i risultati delle nostre ricerche: una speranza, per il momento, ma che considero un omaggio a Roma".
Roma30.01.2013
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