Ipertecnologiche e radicali, alle convention e alle grandi manifestazioni preferiscono la Rete, le aule universitarie, i flash mob. Ritratto delle femministe di domani

Né suore né puttane ma tutte e due le cose. Italiane e immigrate. Lesbiche, eterosessuali e bisessuali. Anticlericali ma non per forza atee. Autoironiche, beffarde, irriverenti. Pinkpanter, Male Fiche, Ribellule, Clitoristrix, Mela di Eva. Lontane anni luce, per gesti e modalità della protesta, dalle donne del comitato Se non ora quando (Snoq) o da quelle sedute tra i banchi del Partito democratico. Perché loro non hanno capi, almeno così dicono. E ai comunicati stampa preferiscono gli attacchinaggi lampo e le proteste bizzarre.

Pensavate fossero scomparse? Macché. Ecco a voi le femministe radicali del XXI secolo: guerriere, donne poco inclini al compromesso. Assenti dal grande schermo, silenziose ma ben schierate, in realtà attivissime, come se dagli anni Settanta non fosse cambiato niente. Invece, di quei tempi non ricordano nulla. Anzi, non vogliono essere confuse con le "vecchiacce" e nemmeno con le donne di partito, chiuse nei salotti, brave solo a fare la morale. Le collettive del 2011 si sentono diverse.
Diverse da tutte. Prendiamo il 13 febbraio, giorno della manifestazione nazionale organizzata dal comitato Se non ora quando. In piazza con le altre c'erano anche loro. Ma al posto della bandiera rosa scelta dallo Snoq, le radicali impugnavano un ombrello rosso. Questione di metodo. "Snoq ci ha divise in donne per bene e donne per male. Hanno rivolto appelli a mogli, figlie e madri italiane. E le migranti, sono forse meno donne di noi?".

Enza, precaria, 45enne palermitana, prende posizione a nome del collettivo Femminismo a Sud: "Quel giorno, dal palco, hanno parlato di rimettere al mondo l'Italia. Ma perché, la lotta alla precarietà deve per forza essere legata al desiderio di fare figli? Le donne e i loro corpi custodiscono la "tradizione", ma questo vale solo quando si tratta di corpi decorosi. E quelle che non lo sono? Vengono tagliate fuori". Non le è andata giù di prendersela con le Daddario e le Ruby di turno. "Le escort sono donne come le altre. Il mio corpo non può essere il tramite per veicolare concetti che ci separano dalle altre donne". Contro questa alternativa tra maternage e decoro hanno alzato la voce l'8 marzo. "Invece di chiamare tutte alla riproduzione di massa, dovremmo parlare di cose pratiche: affido condiviso, genitorialità, consultori pubblici, aborto. O ricordare a tutti che sul nostro utero e sulle nostre vite, clero, partiti, movimenti, devono smettere di parlare".

Ladyfest, Babyfemmina, Nanà, Clitoridee, Pachamama, DeGeneri. Alcuni le credono delle fricchettone, perché vestono colorate, con pantaloni a quadretti, camicione e larghe gonne. Altri pensano che pratichino solo l'antipolitica. In effetti, non le vedrete mai parlare a una convention o sedere nei salottini tv. Al rumore del microfono preferiscono il silenzio delle aulette universitarie, la strada, la Rete. Rapidissime nell'azione, sono l'opposizione dell'opposizione. Contro ogni classificazione e violenza di genere. Come le sessantottine cercano pluralismo, libera scelta e autodeterminazione. Per comunicare i loro messaggi, non diffondono comunicati stampa: le collettive preferiscono le mailing list, composte da centinaia di indirizzi tutti con estensione "indymedia.org".

Oppure, usano il teatro, mettendosi in scena. Lanciano reggiseni, bigodini, ciglia finte e parrucche. Le ragazze del collettivo Schokkate di Bologna sono scese in strada vestite da suore, con calze a rete e tacchi a spillo, però. Le Ribellule, di Scienze Politiche a Roma Tre discutono di prevenzione. Organizzano campagne regalando preservativi. Per non parlare dei pranzi sociali: le ragazze della Mela di Eva della facoltà di Lettere della Sapienza, ne sfornano uno dopo l'altro, il cous cous alle verdure non manca mai. A Milano o a Catania, agiscono in gruppo.

Chi si occupa di diritti sul lavoro, chi porta avanti una battaglia a sostegno "dell'amica di un'amica senza permesso di soggiorno", chi segue lo sportello anti-violenza, chi si mobilita per i diritti delle prostitute, chi fa campagna di informazione nei mercati, chi mantiene i rapporti con gli altri collettivi: si stima che siano circa 6.500 su tutto il territorio nazionale. Tra le volontarie, c'è l'addetta alla comunicazione. Le collettive non l'hanno scordato: diffondere i loro messaggi significa anche notti in bianco e volantinaggi a tappeto. Come delle formiche operaie, lavorano su contenuti nuovi ma con pratiche del passato. Fanno autocoscienza. Si riuniscono a casa di una o dell'altra per sedute di confessione reciproca. Parlano di sesso, leggono "I monologhi della vagina". Ognuna porta qualcosa da mangiare e si passa tutta la notte senza chiudere occhio.

Il linguaggio suona antico. Alcune si chiamano "compagne", quasi tutte sono "anti" e "auto". Combattono il razzismo, il machismo, il sessismo. Il personale è politico e "Io sono mia" come 30 anni fa. Lotta, classe, compagne, patriarcato. "Ci hanno costrette a ripescare questi termini perché sono stati dimenticati, anzi sono serviti a far passare come buone cose che in realtà fanno schifo", aggiunge Enza.

Sono contro ogni mercificazione del corpo, contro le pubblicità sessiste, ma distinguono: "Non ci interessa se i sederi sono scoperti: ci interessa l'uso del corpo", spiega Gianna, 25 anni, del collettivo Femen: "A che serve coprire il seno se intanto i consultori muoiono, se alle donne viene tolta la possibilità di scegliere? A che serve dire di proteggere l'immagine femminile, se appena una viene violentata da un arabo si inaugurano campagne contro gli immigrati?".

Parlano, discutono per ore. Le si accusa di scarsa concretezza e poca disponibilità al confronto con le istituzioni. Loro si dicono contro ogni governo ingiusto, ma sono più di sinistra che di destra. Giurano di rinnegare ogni forma di organizzazione partitica, ma più di una ha la tessera di Rifondazione. Rappresentano un vento nuovo, ma c'è chi le considera troppo austere, gelide, estreme. E ne sono consapevoli: "Bisogna abbandonare ogni modello stereotipato, compreso quello di femministe mascoline brutte e cattive" suggerisce Alice, 23 anni. Per non rischiare di parlare di donne, smettendo di rappresentarle.

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