Così Maria Giulia Sergio parlava della propria conversione all'Islam in una intervista rilasciata all'Espresso nell'ottobre del 2013 prima di lasciare il paese per la Siria dove si è unita alla jihad
È una ragazza come tante, o un po’ più brillante di altre. Studi prima umanistici poi scientifici, ottimi voti, in tasca il sogno di dedicarsi, dopo la laurea in biotecnologia, alla ricerca di nuovi farmaci per debellare micidiali malattie degenerative come Alzheimer e Parkinson. Fino a qualche anno fa indossava sempre i jeans. Certo, un’avvisaglia l’aveva data: i pantaloni si accompagnavano sempre a una tunica appena sopra il ginocchio e a un foulard. E poi? «Poi c’è stata l’acquisizione di una nuova scienza», dice lei sorridendo. Perché lei, Fatima-Giulia, sorride molto. È allegra e anche molto precisa, quando si racconta.
Andiamo all’inizio della storia. Quella dell’intervista alla “sposa in niqab” comincia con un tuffo al cuore. Vederla completamente coperta da strati di tessuto nero (il bianco era soltanto per il matrimonio), niente bocca, naso, occhi, solo mani - comunque guantate - e la sua voce portatrice di sole, non lascia indifferenti. Per lo sguardo cancellato, e ancora di più per la vivacità giovanile che si fa largo da sotto la coltre che oscura. Appena scoperto il viso (in casa, e davanti a una donna, può) svela una bellezza inattesa. E subito spiega, come mossa da un’urgenza ideologica, il suo “errore”: quel foulard colorato che ha portato per anni era una devianza. Il khimar, invece, che pudicamente cela anche le spalle, e il seno, e che ha colori più scuri, è la cosa giusta. Molto meglio il niqab, però.
[[ge:rep-locali:espresso:285110599]]Cominciamo dalla conversione di Giulia. È arrivata a Milano da Napoli all’età di cinque anni. Ora, che di anni ne ha 24, è al suo settimo Ramadan. Tutto ha avuto inizio con un quadro, racconta. Era il 2005, Giulia aveva un ragazzo al Sud, ogni visita alla famiglia di lui era una festa. Tra i parenti c’era un nonno che viaggiava moltissimo. Solo viaggi religiosi però, e da visite a sinagoghe, moschee, chiese portava a casa una quantità di statue, immagini di santi, quadri. Fu uno di questi ad affascinarla. Il ritorno a casa Giulia lo fece con una tela sotto il braccio. Rappresentava una strana costruzione, non che le interessasse cosa o dove fosse, infatti non lo chiese, ma era «un sogno di bellezza», dice.
Seconda scena, interno giorno, a tavola con i genitori e la sorella, tv accesa in sottofondo. Sullo schermo passa un’immagine della Mecca. Lei riconosce il soggetto del suo quadro: è la Ka’ba. Ecco, tutto ha inizio da qui. Piccole cose, accadimenti che fanno prendere alla vita di un’adolescente una piega inattesa e complicata. Il terzo passo, racconta, è Internet.
Fece una ricerca, Giulia, complice Google, e arrivò alla Pietra Nera, all’Islam e a Jusuf Estes, predicatore, americano e convertito, che arringa le folle dal pulpito virtuale della Rete. Così Giulia è diventata Fatima anche grazie a YouTube, cosa che un po’ stupisce anche lei. «Il 14 settembre 2007 feci testimonianza, la “shahada”. Da sola, nella mia cameretta: è così che entro nell’Islam». Fa proprio tutto da sola, Giulia, non ci sono sheik o uomini dietro la sua scelta. Nessuno ha voluto sottometterla o cancellarne l’identità con un simbolo di sottomissione. E in famiglia come è andata? «Molto male. Erano tutti contro».
Inizia a frequentare la moschea, a cercare altri musulmani. La prima frase della madre sull’argomento è categorica: «Nella stessa casa, due religioni non ci possono stare». Ma un “fratello” egiziano le aveva regalato una copia del Corano: il suo primo contatto con il testo. «Roba da non credere. Iniziai a tremare, a sudare. Ci provo domani a leggerlo, mi dicevo. Era impossibile andare avanti, pronunciare quelle frasi». Dopo qualche giorno però ci riesce. Gli effetti collaterali non si limitano all’anatema di mamma e alla guerra in famiglia, si manifestano anche sul lavoro. Lei, che per pagarsi gli studi lavora come segretaria part-time, da un giorno all’altro passa in ufficio dalla minigonna («Ero, anzi sono, molto vanitosa») a pantaloni, camicione e foulard. «Sarai sottomessa per tutta la vita», le dice il suo datore di lavoro. E non le rinnova il contratto.
Il passaggio dal foulard al niqab è la seconda parte della storia. Quella che comincia con un altro viaggio, in Slovenia insieme a un gruppo di amiche. Tutte musulmane. Lì conobbe le “munakabattan”, ragazze che avevano scelto la copertura totale del corpo. Ore con loro a chiacchierare in inglese (erano italiane, bosniache, slovene, cecoslovacche), finché, dice, «accadde»: qualcosa che descrive come simile a un’illuminazione. Ore emozionanti, di analisi e interpretazioni dei testi. «Pensare che poco tempo prima, come italiana convertita all’Islam, ero stata invitata a un talk show in tv e lì il niqab l’avevo attaccato duramente. Poi ho riflettuto, ho studiato. Faccio riferimento a un versetto del Corano che dice: “Le donne lascino scendere il velo fino ai loro petti”. Così è stato interpretato da Shaik Ibnu Tamiyya». Spiega anche che è accaduto sette secoli fa.
Ma davvero è così importante, il modo in cui si appare? «Il Profeta dice che l’Islam non è solo una questione interiore, ma anche esteriore». E per lei cos’è? «Non esprimo la mia opinione, ma riporto il Corano, nell’interpretazione degli Ulema. L’Islam è un codice di comportamento universale che riguarda tutti gli aspetti: sociali, politici, morali». È ferrea nelle sue convinzioni e dottrinale, Giulia.
Dopo il licenziamento, intanto, aveva trovato lavoro in un call center. Quattro anni di turni serali: tre con tunica, pantaloni e foulard, uno con il niqab. Col suo capo, che questa volta era una donna, il colloquio era andato più o meno così: «Da domani intendo coprirmi il viso». «In che senso?». E lei, velandosi: «In questo modo». Risposta: «Ognuno è libero di fare quello che gli pare». Reazione dei colleghi? «Erano tutti sconvolti. “Sono Giulia”, ho detto entrando nella stanza il primo giorno, e ho sorriso». Ma il sorriso non si vede. «Però si sente!».
Siccome è pragmatica, ma soprattutto visto che il futuro marito, nonostante sia marocchino e musulmano, si preoccupava moltissimo per la sua scelta, prima di indossare il niqab ha fatto molte prove. Al supermercato, alla posta, sempre seguita a debita distanza da lui, pronto a intervenire in caso di problemi. Ha subito discriminazioni? «Certo, del tipo: “Lei qui non può entrare”». Ma lei non si scompone e chiede quale sia la legge che lo vieta.
In effetti in Italia una legge non c’è: quella proposta nel 2011 da Suad Sbai, marocchina e senatrice del Pdl, si è arenata alla Camera. L’iter che aveva portato a redigerla aveva visto una raccolta di firme e un’inedita collaborazione trans-partitica. Sulle stesse posizioni di Sbai è la giornalista del quotidiano “il manifesto” Giuliana Sgrena, autrice del libro “Il prezzo del velo”, che stigmatizza la strumentalizzazione dell’Islam (il chador, indossato in Iran per manifestare il sostegno all’abbattimento dello shah, si è trasformato in una gabbia, dice) e il relativismo culturale sul tema espresso anche dai movimenti femministi.
Intanto, visto che può farlo, Giulia-Fatima vive come sempre, tra casa, università e lavoro. In mezzo lunghi percorsi su treni, tram, metrò, dove tenta di fare capire che non è una creatura aliena. Brutte esperienze solo una, quando un autista la fece scendere dall’autobus, accompagnata dall’invito - corale - a tornarsene a casa sua.
Non le manca la possibilità di parlare con lo sguardo? La risposta è ovvia: no. Intanto la sorella l’ha seguita nell’Islam, due anni fa anche la madre, ma nessuna delle due si vela. Il padre è ancora incerto, per ora resta legato al suo monoteismo d’origine. «Anche se ieri mi ha detto Salam Aleikum!». Sa però che lui è dotato d’una buona dose d’ironia: quando mamma dava di matto la rintuzzava, «Lasciala stare, ora che si copre è più carina».
In realtà, Fatima ha la fortuna di essere bella. «Forse mio padre parlava di bellezza interiore», azzarda. Che comunque con gli uomini rivendica un rapporto di assoluta indipendenza: «A casa mia comando io». E suo marito non si arrabbia? «No, è succube», ironizza lei.
Quando ha deciso di coprirsi totalmente, lui, musulmano, ne è rimasto scioccato. Non l’ha ostacolata, però, perché sa che Fatima non cede mai: «Dice il Profeta: non cercare di cambiare la donna, lasciale fare ciò che vuole».
Nessun ripensamento, mai? La risposta è ancora no. E la gioia di tuffarsi in mare? «Ma io posso farlo. In un lido per donne». In uno misto mai? «C’è il burkini». Ma c’è da scommettere che non lo indossa. «Infatti. È un’innovazione». E il piacere della seduzione? «Mio marito l’ho sedotto!». E il divorzio? «È lecito. La donna non è proprietà di nessuno».