Statue in scatola. Banksy ricoperto. Denunce di violenza insabbiate. In Svezia come a Colonia si moltiplicano gli episodi di verità nascoste. Ma l’effetto è un boomerang. Perché alla base della democrazia ci devono essere trasparenza e chiarezza

Per una volta siamo tutti d’accordo. Le statue nude dei Musei Capitolini non dovevano essere coperte. Una figuraccia mondiale che non ha trovato nessuno a difenderla. Neanche il presidente iraniano Hassan Rouhani, destinatario della improvvida decisione dell’Ufficio del Cerimoniale di Palazzo Chigi nata per evitargli possibili imbarazzi.

«Gli italiani sono molto ospitali, cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti», ha commentato sorridendo sotto i baffi. (Oddio, si potrà usare l’espressione “sorridere sotto i baffi” quando si parla di Rouhani? Chiediamolo al Cerimoniale. Oddio, si potrà dire “oddio”?)
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Tutti d’accordo di fronte a questa censura. Fino a dimenticare che meno di un mese prima eravamo stati tutti altrettanto d’accordo nel condannare la bestemmia di Capodanno, nel volgare sms sfuggito al controllo della Rai. Tutti uniti contro una censura a maglie troppo larghe, ieri, come oggi siamo uniti contro una censura a maglie troppo strette. Perché è proprio questo uno dei punti critici dell’opinione pubblica occidentale.

Dalle donne a seno nudo cancellate da Facebook al documentario sull’educazione sessuale spostato in seconda serata dalla Rai, dalla copertura del murale di Banksy che poteva offendere il governo francese alle denunce delle donne di Colonia minimizzate per non dar corda agli xenofobi, siamo circondati da notizie nascoste o annacquate.

Con un’aggravante: che la censura del Duemila nasce quasi sempre “a fin di bene”, per evitare conflitti o scontri, per non dar corda ai violenti, ai razzisti, o peggio ancora ai terroristi. «Nella nostra “società liquida” la censura sembra avere il potere di smussare gli ultimi angoli che possono ferire, ci consente di illuderci di vivere nella bambagia», commenta lo storico Adriano Prosperi, grande esperto di Inquisizione e quindi di guerra “a fin di bene” alle idee pericolose. «Sempre più spesso la censura viene esibita come una forma di protezione. Però si rischia di avere l’effetto contrario. Perché anche se in tempi di crisi può far piacere sentirsi protetti, non ci piace essere trattati come bambini».

Ed ecco che la “censura a fin di bene” si ritorce come un boomerang. Lo si è visto con quello scandalo a scoppio ritardato che è stato l’assalto alle donne del Capodanno di Colonia, tanto più clamoroso quanto più è stato chiaro che all’inizio la polizia aveva minimizzato le denunce contro i molestatori “mediorientali”. E quando in Svezia un immigrato ha ucciso una volontaria si è scoperto che la polizia aveva ricevuto istruzioni precise di non diffondere notizie del genere per evitare strumentalizzazioni. In tutti e due i casi gli scandali da insabbiare riguardavano violenze sulle donne.

«Ma le notizie non possono essere censurate per ragioni strategiche», commenta Dacia Maraini, da sempre impegnata contro la violenza di genere, fino al recente “Passi affrettati” (edizioni Perrone) che raccoglie un suo testo teatrale. In Svezia come a Colonia, del resto, il tentativo di censura ha ottenuto l’effetto opposto: «Perché la verità non può essere manipolata. Naturalmente sono contro la strumentalizzazione delle notizie. Ma la realtà dei fatti deve essere conosciuta. Chi stabilisce poi quali verità vadano conosciute e quali censurate? La democrazia è una prassi delicata che va sempre controllata e rivista. Ma alla base della democrazia ci devono essere trasparenza e chiarezza». 

La trasparenza però ha un prezzo. Soprattutto in una società che oggi mette tutti in condizione di ricevere qualsiasi informazione, anche la più delicata. «Si torna a una pedagogia da controriforma, al Grande Inquisitore di Dostoevskij: il “popolo fanciullo” non deve sapere certe cose, anche perché così rimane fanciullo. Non si deve dare tutta la verità a tutti, ma solo a qualcuno, e solo secondo le sue capacità», commenta Prosperi. «Del resto è uno degli effetti della tendenza di fondo a sminuire il valore del sapere. Se, come si sente dire da più parti, la conoscenza ha valore solo quando è “utile”, è bene che non si azzardi ad esplorare campi pericolosi. Questo però porta a una regressione culturale molto grave».

Alcuni atti di censura richiamano una strategia bellica, giustificata da un clima che i terroristi islamici hanno tutto l’interesse a far passare dallo “scontro di civiltà” alla guerra aperta. Durante una guerra non è permesso stuzzicare gli alleati: e si spiega che, per non irritare il governo francese, la polizia di Londra copra con lastre di truciolato il murale di Banksy davanti all’ambasciata a Londra, con la Cosette dei “Miserabili” investita dai gas lacrimogeni come i migranti accampati a Calais.

La censura in Occidente però va ben oltre: quando l’attivista delle Femen, per protesta contro il governo iraniano, inscena un’impiccagione sotto un ponte di Parigi ma si dipinge una bandiera sul busto, non teme di offendere la sensibilità di Rouhani, ma quella di Facebook. Il social più amato del mondo cancella ottusamente ogni immagine dove ci sia un capezzolo femminile in vista. Lo sappiamo bene noi de “l’Espresso”, che ci siamo visti censurare per questo la copertina del numero di Capodanno “Sul corpo delle donne”.
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Cosa insegna il caso Facebook vs. l'Espresso
25/1/2016

Ma è davvero un bel problema per le Femen, che del seno nudo hanno fatto la loro bandiera di protesta e che rischiano di sparire dalle pagine del social network politicamente più efficace. Non stupisce quindi che il personaggio più colpito dalla censura sia la statua della Sirenetta: chi vuole condividere una foto del simbolo di Copenhagen deve avere l’accortezza di fotografarla di spalle.   

Quella dei capezzoli è un’ossessione che Facebook condivide con la società americana. Che teme il sesso e il nudo più della violenza. Chiunque abbia accompagnato i propri figli a vedere film “per ragazzi” infarciti di massacri ma sterilizzati da baci e altre effusioni lo sapeva già. Ma lo ha appena confermato una indagine della Cara, l’agenzia che stabilisce le limitazioni per la visione al pubblico negli Stati Uniti.

L’agenzia ha interpellato un campione di genitori e ha fatto una classifica delle scene che questi temono di più quando vedono un film insieme ai figli. Una scena di sesso fa più paura di una di violenza, ma basta una donna nuda (o peggio ancora un uomo) per spaventare un bravo genitore americano. E in Italia? «La scene d’amore fanno discutere sempre meno», dice Gianpiero Tulelli, da vent’anni coordinatore dei lavori delle commissioni di revisione cinematografica. «E comunque tutte le decisioni vengono prese pensando alla tutela dei minori, non alla sensibilità dei genitori».

Proprio in questi giorni - quasi come un omaggio alla più clamorosa sentenza italiana di censura, quella che nel 1976 condannò “Ultimo tango a Parigi” - è stato presentato un disegno di legge per abolire la commissione lasciando ai distributori il compito di giudicare se il film è adatto ai minori o no. In effetti la commissione è a dir poco datata: nata nel 1962, sibasa su un regolamento che risale al ’63.

«Ma è solo uno schema di riferimento», spiega Tulelli. «Negli anni Sessanta quelle norme erano vincolanti, ma oggi i membri delle commissioni si regolano sull’impatto che hanno i film su ciascuno di loro, non ci sono quantificazioni precise». L’ampiezza di vedute italiana sul sesso ha però i suoi limiti: non ha permesso, per esempio, che i ragazzi potessero vedere in “fascia protetta” un documentario sull’educazione sessuale, i “Tabù del sesso” di Giulia Bosetti per “Presadiretta”.

Gran parte dei nuovi problemi con la censura sono un effetto collaterale del terrorismo islamico. Che ha trovato il punto debole del politicamente corretto su cui l’Occidente si scontrava da anni e sta facendo crollare tante certezze: non per niente uno dei punti dolenti è la blasfemia. Con tutti i distinguo che sono nati tra intellettuali e fumettisti già a pochi giorni dal massacro di “Charlie Hebdo”. Bestemmiare è un diritto?  Se ne discute nel volume collettivo “Blasfemia, diritti e libertà. Una discussione dopo le stragi di Parigi” (il Mulino).

Paolo Naso, coordinatore del master in Religioni e mediazione culturale della Sapienza, ha curato un saggio sul “Politically Correct”: un codice di comportamento che molti vedono alla base di tante censure - e soprattutto autocensure - recenti, e che invece lui continua a considerare una via di uscita dal dilemma tra libertà di espressione e diritto a non essere offesi per le proprie convinzioni. «Non dimentichiamo che è nato negli anni Settanta nelle università americane, in un periodo di forti scontri interculturali», ricorda Naso. «Lì il politicamente corretto ha funzionato: è servito da via mediana per uscire da una situazione incandescente».

Si tratta però non di una norma calata dall’alto ma di «un comportamento condiviso, costruito su situazioni concrete. In questo campo la politica ha un ruolo molto importante: non per imporre leggi ma per promuovere comportamenti che costruiscano una convivenza rispettosa. Il diritto all’invettiva non esiste, ma in questo come in altri casi chi invoca la censura non si rende conto di brandire un’arma spuntata. Le leggi che garantiscono la libertà di espressione sono molto più forti di quelle che ne consentono il controllo: le eccezioni sono casi molto precisi come quelle che vietano l’apologia di reato o l’istigazione all’antisemitismo e a ogni forma di odio razziale».

Anche i confini dell’apologia e dell’istigazione, però, sono sottili. La Francia, patria dei diritti dell’uomo, nella stessa settimana ha fatto fuggire il ministro della giustizia Christiane Taubira per la legge che permette di togliere la cittadinanza ai terroristi e ha scatenato un caso intorno a un documentario sul jihad e sulla setta musulmana da più parti considerata il terreno di coltura dei terroristi. “Les Salafistes”, accusato di apologia del terrorismo, è uscito alla fine con un divieto ai minori di 18 anni giustificato dal ministro della Cultura come «necessario per proteggere i giovani da scene e linguaggio di estrema violenza». 

Solo una cosa fa paura ai censori quanto il terrorismo: l’amore. In Israele è stato tolto dai programmi scolastici “Gader Haya” di Rabinyan Dorit, storia della complicata relazione tra una ricercatrice israeliana e un pittore palestinese. L’amore li travolge mentre vivono entrambi a New York, ma entra in crisi appena tornano a casa.

La decisione di censurare il libro accusato di «incoraggiare l’assimilazione» è stata accolta con sdegno e ironia: «Allora bisogna cancellare dai programmi scolastici anche lo studio della Bibbia», ha commentato Amos Oz. «In materia di relazioni amorose tra ebrei e gentili è mille volte più pericolosa del libro di Dorit Rabinyan. Re Davide e Salomone erano soliti accompagnarsi con straniere, senza preoccuparsi di verificare la loro nazionalità sulla carta di identità».

Nel libro al centro dello scandalo, però lo “straniero” è l’uomo. E questo, evidentemente, è più difficile da mandare giù. Tante pagine della storia ci hanno insegnato che “Faccetta nera” si può accettare, ma “Mandingo” è tutta un’altra cosa. Ma questa asimmetria nel razzismo è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.

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