Qui a “l'Espresso” siamo orgogliosi di avere qualcosa in comune con il settimanale “New Yorker”, con il pittore francese Gustave Courbet e con lo scultore greco Prassitele: siamo stati tutti censurati da Facebook, evento peraltro capitato ad alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. A noi è successo per la copertina del primo numero del 2016: un'immagine scattata dal fotografo Maki Galimberti per illustrare il dossier intitolato “Sul corpo delle donne”.
Vi erano ritratte due ragazze: quella a sinistra con il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi; quella a destra senza vestiti in una posa ispirata al Botticelli, con una mano sopra il sesso e l'altra anascondere uno dei capezzoli, lasciando tuttavia visibile l'altro. La nostra scelta di contrapporre due corpi così diversamente esposti era, ovviamente, strettamente collegata al senso dei molti articoli all'interno: dove si parlava di divieti ed esibizioni, di mortificazioni e mercificazioni, di moda e di media. Più in generale, era una riflessione a più voci sul corpo femminile come luogo e simbolo di ogni conflitto contemporaneo.
L'immagine non conteneva alcuna volgarità, né alcuna carica di provocazione sessuale. Aveva però un capezzolo visibile: ed è stato questo il problema di Facebook. Anzi il nostro, che stiamo stati oscurati. È la prima volta, in Italia, che un settimanale nazionale viene censurato da Facebook. All'estero invece era già successo, anche a testate importanti. Il “New Yorker”, come si accennava, è stato bannato nel 2012 per una vignetta di Mike Stevens in cui si vedevano Adamo ed Eva sotto un albero di mele: sui seni della biblica progenitrice erano disegnati due puntini, a rappresentare i capezzoli. Ma i controllori di Zuckerberg in passato hanno ritenuto di vietare anche la pubblicazione di opere d'arte come “L'origine del mondo”, fino a una foto dell'Apollo Sauroctono esposto al Louvre.
La questione, tuttavia, travalica questi casi grotteschi e trascende anche la robusta incoerenza per cui un seno viene oscurato mentre sulle stesse pagine circolano liberamente migliaia di istigazioni all'omicidio o auspici di morte. Il problema è più serio e profondo: riguarda l'onnipotenza dei super-Stati digitali di cui tutti o quasi siamo ormai cittadini e nei quali tuttavia i principi democratici sono sottomessi alle policy private aziendali (in Facebook così come altrove, s'intende, da YouTube a Twitter). Per quanto riguarda l'Italia, l'articolo 21 della Costituzione sparisce quindi di fronte alle “condizioni generali di servizio” di Facebook, che conferiscono all'azienda il diritto di rimuovere ogni contenuto in modo insindacabile, facendosi allo stesso tempo legislatore (stabilisce la regola), poliziotto (la fa rispettare con la forza) e giudice (perché un eventuale ricorso può essere presentato solo all'azienda stessa).
E qui va sfatato un mito, un pensiero erroneo ma diffuso: secondo il quale, trattandosi di società private, Facebook e gli altri colossi possono fare tutto quello che vogliono senza rispondere a nessuno se non a se stessi. Va sfatato intanto per un semplice principio di buon senso che si applica a chiunque: anche il bar sotto casa è un'attività privata, ma se fra i tramezzini circolano i topi la collettività ha il diritto di intervenire per motivi igienici. Inoltre non esiste alcun principio di “assolutezza” delle corporation digitali rispetto alle realtà in cui operano: altrimenti, per coerenza, dovremmo accettare l'idea che un giorno uno di questi siti vieti il suo ingresso alle persone con un particolare colore della pelle, oppure cancelli i contenuti di un determinato partito, perché tanto «è una società privata e può fare quello che vuole». Ma c'è di più per quanto riguarda alcuni di questi siti, come Facebook e Google.
C'è il fatto che la loro diffusione ha fatto sì che ormai per milioni di persone essi sono entrati nella sfera del bisogno. Per capirci: in molti settori, ormai, un'azienda che non è su Facebook è come se fosse morta; lo stesso dicasi per un politico o per un giornalista, per un cantante o un artista; e tante altre professioni ancora, per le quali l'esistenza sul social network di Zuckerberg è ormai una condicio sine qua non di vita professionale. Ma, aldilà degli aspetti economici, senza Facebook (o Google o Twitter) una parte importante della popolazione del mondo oggi si ritroverebbe impossibilitata a comunicare come ormai fa da anni: le sue relazioni sociali, amicali, affettive sono quindi alla mercé di un gruppetto di misteriosi decisori che stanno da qualche parte nel mondo, tra l'Irlanda e la California, e che stabiliscono se e quanto bannarci a loro totale giudizio.
Sul tema ha cercato qualche anno fa di sensibilizzare tutti un acuto semiologo americano, Peter Ludlow, con un libretto intitolato “Il nostro futuro nei mondi virtuali”. Secondo Ludlow, questi «sono meno democratici delle nostre società reali e i gestori li amministrano come dittatori. (…) Hanno conquistato un peso politico in grado di influenzare le nostre vite e le nostre società: un peso che i gestori di network esercitano in modo assoluto, alla stregua di dei dell'Olimpo. E questo non è più tollerabile, perché la poca democrazia dei network può indebolire quella della società reale: è il momento che rendano conto di questo potere agli utenti e ai cittadini». Per lo studioso americano, inoltre, c'è il rischio che queste regole dittatoriali «ci rendano avvezzi a vivere in ambienti poco democratici, ci abituino cioè a essere più passivi ai potenti anche nel mondo reale». Sicché, secondo Ludlow, «è necessaria una sorta di nuovo illuminismo dei mondi virtuali (...) e la giurisprudenza deve cominciare a considerare i mondi virtuali non più come proprietà di un'azienda, ma come vere "nazioni", altrimenti finiremo sotto il pugno di un despota ogni volta che andremo su Internet».
L'allarme di Ludlow è del 2010 ma è stato totalmente ignorato tanto dalle corporation stesse quanto dalla politica. Prevale l'egemonia culturale “privatistica” che impedisce di temperare uno squilibrio così evidente, in un quadro di sottrazione di sovranità politica dagli Stati verso i poteri economici sovranazionali: e anche il trasferimento “legislativo” dai codici democratici alle policy delle corporation è al contempo causa ed effetto di questo processo. Infine, una chicca che ci riguarda ma è metaforica per tutti: la stessa policy di Facebook prevede che all'utente censurato venga notificato ogni oscuramento con un messaggio, anche perché si possa eventualmente ricorrere.
Nel caso della nostra copertina, per ammissione degli stessi uffici di Facebook, nessuna notifica è stata inviata né alla redazione né a una nostra lettrice che aveva condiviso l'immagine di Galimberti nella sua pagina Facebook “Cynical Thoughts” (e anche lei, come noi, si è vista quel contenuto rimosso). Se si è abituati a imporre arbitrariamente le regole e farsene insindacabili giudici, non è strano attribuirsi poi anche il diritto di violarle. ?