Da aborrire ("caratterizza il Mughini") a Youporn ("chi? io? Mai"), il j'accuse dell'autore non risparmia nessun presunto e corrivo abito mentale dell'homo contemporaneus tricolore, a colpi di definizioni secche e inappellabili.
Quella che ne viene fuori è una terra ossessionata dall'apparenza (i tronisti, l'eterna adolescenza), dal salutismo (la fobia degli alimenti e degli stili di vita cancerogeni: quando fu introdotta, si pensava che persino la tv a colori provocasse il cancro, ricorda Culicchia), dalla recessione o meglio, dalla fatidica crisi (che può essere di mille tipi, "d’astinenza, matrimoniale, internazionale, occupazionale, economica, dei consumi, dei costumi").
Una penisola dove gli amici veri sono stati sostituiti da quelli di Facebook, e dove è sempre più presente e pesante il ricatto psicologico del terrorismo, con la caccia inconscia all'arabo e la gara a citare Houellebecq e la Fallaci. E i demoni endogeni, o d'importazione evocati dallo scrittore torinese non finiscono qui. Ci sono i delitti in diretta e il tripudio di applausi che puntualmente accompagna le morti eccellenti, fossero anche di boss della mala; le scorciatoie professionali intrise di cinismo, salvo ufficialmente puntare l'indice contro le mafiette e le pastette, ché tanto pecunia non olet e i "sacrifici sono necessari, purché li facciano gli altri"; la moda degli hipster, del bio, dell'eco-compatibilità, delle foto di gatti da condividere in chat, delle partenze intelligenti, del marketing con la tecnica dello stalking, dei lucchetti dell'amore, delle auto in argento metallizzato.

È un vocabolario-divertissement sfrontato e pieno di spine questo di Giuseppe Culicchia. A tinte parossistiche: e così gli italiani sarebbero generalmente affetti da mancanza di autoironia (pur millantandone a fiumi), da ignoranza e maleducazione, da un ritrarsi del rispetto, da razzismo strisciante, da inguaribile doppiezza, e da uno spirito di schietta antipolitica fino ad auspicata e avvenuta cooptazione nel sistema, con l'eterno familismo amorale che ne consegue.
Vede nero e manicheo, forse troppo lo scrittore, ossessionato a sua volta (tra le tante idiosincrasie catalogate) dai condizionatori d'aria, dal buonismo post-veltroniano, dagli alternativi figli di papà, dai cascami del '68 e dalle conventicole letterarie; e punta il suo binocolo in una direzione sola, in un tempo in cui anche i difetti e le mollezze d'animo si sono omologati su scala globale. Di illimitato, per Culicchia, resterebbe non più il progresso ma "al massimo il numero di sms".
Povero e "stupido" Belpaese, punteggiato da ecomostri, archistar e obbrobri architettonici. Povera Italia, piagata dai luoghi comuni e "massimo produttore mondiale di eccellenze italiane". Un dizionario della stupidità, lettera dopo lettera, (non) ti salverà.