La domanda è antica come la televisione: il fatto che un programma sia premiato dall’Auditel è di per sé sinonimo di qualità? Basta chiarirsi su questo punto ?e andare via spediti, lisci come l’olio. Gli scudi levati contro il programma di Fabio Fazio sono di vari colori ma uniti sotto ?lo stesso grido: un flop di ascolti.
Una caduta irrefrenabile verso il basso. Al grido di «con tutto quello che guadagna», sciami di telespettatori indispettiti, di settimana in settimana abbandonano la prima rete scappando ?a gambe levate pur di non guardare “Che tempo che fa”. Meglio qualunque altra trasmissione, fiction, serie, telequiz, monoscopio in bianco e nero, purché non ci siano pesci nell’acquario. Eppure, c’è un eppure.
Prendiamo una puntata a caso. Un paio di domeniche fa sono stati ospiti in studio la mamma e il papà di Giulio Regeni. E, in collegamento, Andrea Camilleri. Uno di quei motivi per rimanere non soltanto davanti alla televisione ?ma incollati letteralmente allo schermo. Un’occasione da cogliere per far valere quel briciolo di orgoglio rimasto, una battaglia civile alla ricerca della verità di cui tutti dovremmo farci portabandiera. Invece, dati alla mano, ottocentomila spettatori sono scappati rispetto alla domenica precedente. Dove peraltro, il tema forte della puntata era lo Ius soli ?e l’Italia che dovrebbe includere ?anziché escludere.
Altro giro, altro diritto.
E mentre Paola e Claudio Regeni raccontavano con una dignità da spezzare ?il cuore che cosa aveva significato per loro scoprire che qualcuno aveva sputato sul corpo martoriato ?del figlio, non solo il pubblico italiano guardava altrove ma il gioco del commentatore del lunedì si concentrava con ostinazione sulla vergogna per ?la scarsa audience. Come se un flop valesse un altro. Come se la cornice fosse, a prescindere, più importante ?del quadro. Ora in questo caso non è interessante difendere Fabio Fazio.
È doveroso invece pretendere che un servizio pubblico che abbia il coraggio di definirsi tale, provi per una volta a trattare un macigno come il caso Regeni in prima serata rivolgendosi alla platea della prima rete nazionale. Non quello di sghignazzare soddisfatti su un (presunto) fallimento televisivo. Perché in questo caso, ?chi ci perde veramente siamo noi.