Nella serie tv “I bastardi di Pizzofalcone” è un vicecommissario vicino alla pensione, Giorgio Pisanelli, ossessionato da una serie di morti classificate come suicidi che non ?lo convincono. Nel film “Gomorra” di Matteo Garrone veste i panni dimessi ?di don Ciro, pavido contabile stipendiato dai clan di camorra, che porta la “mesata” alle famiglie con un affiliato ?in carcere, mentre in “Vieni a vivere ?a Napoli”, pellicola a episodi appena uscita (registi Edoardo De Angelis, Guido Lombardi e Francesco Prisco) ?sul tema dell’integrazione multietnica, interpreta Nino, portiere fannullone ?di uno stabile dove arriva il piccolo Chang, bimbo cinese di cui dovrà prendersi cura. ?I mille volti di Gianfelice Imparato, ?attore di cinema e teatro sulla scena ?da quarant’anni, sono i mille volti di Napoli, la sua città. E raccontano gli umori, le passioni, le sfumature di un luogo unico al mondo. «Cominciamo ?col dire che ho avuto un’infanzia difficile», esordisce scherzando l’attore.
Che succede a Napoli? Come spiega questo fermento che genera film, opere teatrali, serie tv?
«Colgo anch’io questo fenomeno, che però è tipico della storia napoletana. Nei momenti di crisi questa città ?riesce sempre a trovare l’energia ?per risollevarsi, ma dietro l’angolo ?c’è un pericolo concreto: che Napoli ?diventi autoreferenziale. ?L’abbiamo già visto con la musica: ?in pochi decenni, da capitale mondiale della musica è diventata la patria dei cantanti neomelodici: un mondo piccolo, fatto di quattro accordi e cd autoprodotti senza il bollino Siae. Adesso accade nel teatro: compagnie che sulla falsariga di Eduardo Scarpetta e Antonio Petito fanno spettacoli dialettali triti e ritriti. ?E restano impigliati in questa terra. ?Spero davvero che non succeda lo stesso nel cinema, anche se si affacciano ?segnali inquietanti».
Quali?
«Piccoli film, commediole senza respiro prodotte e consumate a Napoli. ?Il comico scalcinato da cabaret che dice: “Quasi quasi faccio ’nu film”, ?approfittando del fermento del cinema partenopeo».
Eppure la rinascita di un certo cinema ?di qualità risale a quasi dieci anni fa con un grande film: “Gomorra” di Matteo Garrone, ispirato all’omonimo romanzo ?di Roberto Saviano.
«Un grande film e un grande regista che si sono concentrati su un aspetto di Napoli, negativo certo, ma assolutamente universale. E lo hanno portato all’attenzione mondiale. Il punto è proprio questo: o riusciamo a fare prodotti in grado di portare la città agli occhi del mondo, oppure questa proliferazione lascerà ?il tempo che trova».
Dal best seller di Saviano è nata ?anche la serie tv “Gomorra”, ?mega produzione esportata in tutto ?il pianeta. Le piace?
«Purtroppo anche la serie tv “Gomorra” rischia di diventare autoreferenziale. Non dico che l’arte debba avere una funzione pedagogica, per l’amor di Dio, ma qui non si offre alternativa. Da ragazzi potevamo tifare per gli indiani o per il settimo cavalleggeri. Tifavamo per il settimo cavalleggeri, e sbagliavamo. Se il film ?di Garrone e Saviano aveva un forte valore di denuncia, nella serie si tifa per un clan ?o per l’altro. Rischia di trasformarsi nell’epica della camorra».
Nel frattempo si fa strada un modo nuovo di raccontare Napoli e si afferma una nuova generazione di autori che lavorano insieme con spirito di collaborazione.
«L’ultima volta che a Napoli ha funzionato lo spirito di collaborazione è stato nel settembre del 1943 con le Quattro giornate, da allora segni tangibili non ne ho più visti. Detto questo, ci sono film deliziosi a cui sono molto affezionato, di cui sono stato protagonista. Mi viene in mente anzitutto “Into paradiso” diretto da ?Paola Randi, girato in un quartiere in cui vive una grande comunità srilankese, ?il Cavone, che mostra un aspetto nobilissimo di Napoli: la capacità di integrazione e accoglienza. C’è poi “Nottetempo” di Francesco Prisco, ?un road movie un po’ noir girato da Napoli a Bolzano. E poi “Vieni a vivere a Napoli”, sempre sull’integrazione, e altri titoli».
Lei ha conosciuto la stagione del grande teatro: nel 1980 l’incontro con Eduardo De Filippo, che la dirige in tre allestimenti al fianco del figlio Luca. Poi tanti lavori a Firenze sotto la direzione di Carlo Cecchi. In seguito ha lavorato nel cinema con Scola, Monicelli, Sorrentino. Esistono oggi le condizioni per una stagione artistica napoletana duratura?
«Le premesse ci sono, occorre però che ?i produttori siano più attenti. Come è già successo tante volte, hanno il vizio di aspettare il fenomeno e poi lanciarsi sugli epigoni, che inevitabilmente sono sempre più scadenti. A Napoli i talenti esistono, ma non vengono sostenuti in maniera adeguata. Sono tanti i film di qualità usciti negli ultimi anni che avrebbero meritato una distribuzione più efficace».
In queste settimane lei è in tournée come protagonista della celebre commedia “Non ti pago” di Eduardo De Filippo, con la regia del figlio Luca. Qual è il valore attuale del loro insegnamento?
« La dedizione e il rigore, che Luca aveva ben appreso dal padre e trasmetteva agli altri. Ho cominciato con loro nel 1980, mentre si chiudeva la compagnia di Eduardo e si formava la prima compagnia di Luca. Le lezioni di teatro di Eduardo erano sintetiche e pragmatiche, ma nascondevano un mondo di sapienza: ?era in grado di trasmettere il senso della semplicità di questo mestiere e diceva ?le stesse cose che ho ritrovato nelle lezioni in Carlo Cecchi. Perché il teatro è uguale ?a qualunque latitudine, i segreti sono ?pochi e sempre quelli».