La luce si insinua tra i vicoli bui, chiusi da muri sgarrupati e feriti dal terremoto, punteggiati da edicole sacre traboccanti di santini, fiori, ex voto. Dietro l’angolo sbuca un ragazzino con la cresta alla Genny Savastano che fa la gimcana con lo scooter, in fondo alla strada una grande insegna verde spezza la disordinata uniformità del paesaggio.
La Fondazione Foqus si trova in un bel monastero del Cinquecento in via Portacarrese a Montecalvario, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, i famigerati “QS” per usare la sigla della baby gang locale, in una delle zone più violente della città. La città delle “stese” di camorra, le scorribande con le pistole che lasciano a terra morti e feriti, delle rapine a mano armata in pieno giorno. Tuttavia negli stessi rioni, dai vicoli del centro storico alla periferia, c’è un’altra Napoli che non finisce sui giornali, lontana dai riflettori. Che punta su teatro, arte, cinema, scuola e formazione per offrire una chance ai giovani e tirarli fuori dalla strada.
Una Napoli dimenticata senza la quale la città sprofonderebbe. Tessitura di associazioni, gruppi spontanei, educatori, maestri, registi, artisti. Che va avanti senza aiuti, in solitudine, nell’indifferenza delle istituzioni, per affermare il diritto a un’infanzia normale. Questione assente in campagna elettorale.
SENZA UN EURO PUBBLICO
Fino a sei anni fa in questo complesso di seimila metri quadrati, l’ex Istituto Montecalvario, erano rimaste solo cinque suore, che nel 2012 decidono di sospendere l’attività educativa: troppo oneroso gestire questo spazio, così lo cedono in affitto per 20 anni a 200mila euro ogni dodici mesi. L’impresa sociale “Dalla parte dei bambini” ha dato vita a un grande progetto di rigenerazione urbana, nel quartiere con la dispersione scolastica più alta d’Italia.
Oggi Foqus è un edificio-mondo popolato ogni giorno da oltre 1.200 persone: ospita un asilo nido, una scuola dell’infanzia, un centro per bambini disabili (Argo), laboratori teatrali, l’Orchestra sinfonica dei ragazzi dei Quartieri Spagnoli, un istituto di musicoterapia, e incubatori di imprese, perfino una sala per i corsi di formazione per aspiranti notai. E ancora, un’agenzia di fotografi professionisti, la redazione di Il Napolista, i corsi di moda e design dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Un porto di mare gioioso dove si lavora, si studia, si fa amicizia. Sulle terrazze assolate e al bar buvette si incontrano studenti, professionisti, insegnanti, e anche le studentesse cinesi che studiano all’Accademia e sognano di diventare stiliste. Al piano terra campeggiano opere di arte contemporanea partecipata: l’anno scorso Umberto Manzo ha srotolato nei vicoli lunghe bobine di carta, lasciando agli abitanti pennelli per colorarle. L’artista ha tagliato, piegato e assemblato la carta colorata in un’opera oggi esposta nel cortile di Foqus. Mentre Michelangelo Pistoletto ha realizzato per i ragazzi della Fondazione la nuova versione del celebre “Terzo Paradiso”. «Abbiamo fatto tutto senza un solo euro pubblico. Senza lo Stato, senza la Regione, senza il Comune. Non è un fatto di cui siamo orgogliosi: il vero modello virtuoso sarebbe il “post-pubblico”, in cui le istituzioni e i privati lavorano e investono insieme», ragiona Renato Quaglia, direttore della Fondazione Quartieri Spagnoli Foqus, presieduta da Rachele Furfaro, ex assessore comunale alla Cultura della giunta Iervolino.
Friulano folgorato dalla bellezza di Napoli, Quaglia vanta una lunga esperienza come manager culturale, è stato direttore organizzativo della Fondazione La Biennale di Venezia. Finora questo progetto ha generato 136 posti di lavoro in una zona con uno dei più alti tassi di disoccupazione della Penisola. «Non servono qui i “rammendi” delle periferie di cui parla Renzo Piano. Quelle sono chiacchiere da salotto», aggiunge il direttore di Foqus: «Come in termodinamica, a un’azione occorre rispondere con un’azione di forza uguale e contraria. La crisi ha creato vuoti che qualcuno deve riempire con strumenti nuovi, quelli tradizionali non bastano più. Bisogna vedere chi arriverà prima, la criminalità o i cittadini responsabili».
PRIMO NIDO AI QUARTIERI SPAGNOLI
Ciò che può apparire scontato in altre città d’Italia, in alcune zone di Napoli è una chimera. Nei Quartieri Spagnoli abita un bambino su dieci, eppure le scuole scarseggiano. Laura Polidoro, 29 anni, è una delle nove donne che hanno messo in piedi Le Pleiadi, primo asilo nido del quartiere, frequentato da una quarantina di bambini, in buona parte figli di detenuti e di ragazze madri. «All’inizio i genitori sono diffidenti, poi i colloqui individuali aiutano a costruire la fiducia», spiega la giovane insegnante. I risultati sono evidenti: la richiesta delle famiglie è talmente alta che da settembre si iscriveranno altri 90 bambini. «Verranno da tutti i quartieri di Napoli, oggi questa scuola è molto più mista rispetto ai primi tempi. Solo la mescolanza può portare il cambiamento», sottolinea Polidoro. Il metodo di insegnamento si basa sui principi della scuola attiva, sulle teorie di Lev Vygotskij, Maria Montessori e altri pedagogisti: classi aperte, interdisciplinari, modello di educazione “orizzontale” non calato dall’alto.
«La sfida più complicata è lavorare con gli adulti. Quando il bambino sbaglia magari pensano di risolvere con uno schiaffone. Noi proponiamo un modello educativo non autoritario», dice Viviana De Muro, 27 anni, educatrice dell’asilo nido, nata e cresciuta a due isolati da qui. Sorseggia un caffè, riflette sul lavoro che l’ha sottratta al destino di molti coetanei: chi spaccia, chi è in galera, chi ha fatto un figlio a sedici anni. «Stavo per laurearmi in Economia, poi ho cambiato facoltà, Scienze dell’educazione, e ho deciso di occuparmi dei bambini dei Quartieri Spagnoli. La più grande soddisfazione è quando una bambina mi dice: “Maestra, da grande voglio diventare come te!”».
I RAGAZZI DI ARREVUOTO NEL TEATRO DI EDUARDO
Il problema sta infatti nell’assenza di punti di riferimento, vuoto che i giovani riempiono con modelli sbagliati. Il teatro è un antidoto formidabile. Si intitola “Arrevuoto”, che in dialetto significa “mettere sottosopra”, il progetto teatrale ideato da Roberta Carlotto e curato da Maurizio Braucci, scrittore, co-sceneggiatore di “Gomorra” di Matteo Garrone e di altri film. Nato all’interno del teatro Mercadante nel 2005, durante la guerra di camorra a Scampia e nella periferia nord della città, Arrevuoto intende cambiare la realtà coinvolgendo 120 ragazzi tra i 10 e i 18 anni in una rete di laboratori teatrali in scuole, associazioni, centri sociali e un centro di igiene mentale tra i Quartieri Spagnoli, Montesanto, Doganella, Santa Chiara, Posillipo, Rione Traiano, Scampia. Una macchina complessa, finanziata con soli 90mila euro dal Teatro Stabile di Napoli. «L’idea è dare ai ragazzi una scena e un metodo. Abbiamo messo insieme adolescenti del centro e della periferia, per creare quell’empatia alla base della vita in comune», spiega Braucci in un’aula del liceo classico Genovesi, mentre un gruppo di ragazzi recita sotto la guida del regista, Sergio Longobardi, e della coreografa, Ambra Marcozzi.
Il 12 e 13 maggio metteranno in scena (al San Ferdinando, teatro di Eduardo De Filippo) “Knock o il trionfo della medicina”, un testo del 1926 di Jules Romains, riadattato in chiave napoletana. Braucci è nato e cresciuto a Montesanto, zona difficile di Napoli. Qui, in cima alla collina del Parco Ventaglieri, si trova il centro sociale Damm, dove si svolgono le prove. «Per i ragazzi è una festa. È questa la vera dimensione del teatro popolare, dai classici greci al vaudeville francese», si entusiasma il regista Sergio Longobardi, affiancato da Christian Giroso, anche lui regista e attore.
Era uno dei ragazzi di Arrevuoto Giroso, nato e cresciuto a Scampia da due genitori che da trent’anni portano avanti una compagnia di teatro amatoriale. Oggi ha 29 anni, lavora per la tv - è suo il personaggio ’O Cardillo, capo dei ragazzi del vicolo nella serie tv “Gomorra” - e con la compagnia teatrale napoletana Punta Corsara. «A Napoli i quartieri come Scampia sono un teatro a cielo aperto. Volente o nolente, sei abituato a vedere tutto e subito», dice Giroso: «Il lavoro con i ragazzi rappresenta un’occasione straordinaria di arricchimento. Partono dal gioco, imparano a recitare in pubblico».
SALVARNE ANCHE UNO SOLO È UN MIRACOLO
Recitare per riemergere dall’abisso del carcere e della malavita. «Salvarne anche uno solo è un miracolo», riflette Adriano Pantaleo, il Vincenzino di “Io speriamo che me la cavo”, il film interpretato da Paolo Villaggio. Pantaleo è impegnato con il teatro Nest, acronimo di Napoli Est, che in inglese significa anche nido: un luogo sicuro, accogliente, dove sperimentare un’alternativa all’ineluttabile destino degli studenti dell’università della camorra. Il teatro è a San Giovanni a Teduccio, un tempo quartiere operaio, oggi stritolato da violenza e povertà educativa. «Da quattro anni è uno spazio con cento posti, aperto alla gente di San Giovanni, ai ragazzi e attraversato da artisti come Toni Servillo».
Da qualche settimana Pantaleo è in giro per l’Italia con “Aspettando il tempo che passa”. Diretta dalla regista di Emanuela Giordano, la pièce racconta il limbo dei ragazzi reclusi. La drammaturgia è la tessitura delle esperienze raccolte col progetto “Palcoscenico della legalità”, ideato da Giulia Minoli e realizzato nel penitenziario minorile di Airola, vicino a Benevento. Un carcere nato in una residenza dei nobili Caracciolo, dove resiste un sorprendente teatro del Settecento. Lì i giovani detenuti imparano a recitare e i mestieri necessari alle rappresentazioni. Daniele ha scontato la sua pena e nei laboratori ha imparato una professione. È diventato un ottimo macchinista teatrale. Ha collaborato con il Teatro San Carlo di Napoli, dà una mano al Nest di Pantaleo e si è conquistato un contratto con il Verdi di Salerno.
«L’importante è lavorare», dice. Lui che non aveva sogni. Ora un sogno ce l’ha: «Far parte della squadra del San Carlo di Napoli». Intanto si gode una bellissima bimba di un anno e pensa al domani. Tra gli sponsor del progetto c’è l’impresa sociale Con i bambini e la Fondazione con il Sud, impegnate a finanziare centinaia di bandi per il contrasto della povertà educativa. «A troppi bambini e adolescenti vengono negati fondamentali diritti», denuncia il presidente Carlo Borgomeo, «la scuola ha un ruolo determinante, ma l’educazione dei giovani riguarda l’intera comunità».
SCUOLA DI CINEMA A PONTICELLI
Senza i 120 milioni messi a bando dalla rete di Borgomeo, destinati alle associazioni che lavorano con i minori, molte iniziative non avrebbero visto la luce. Con il patrocinio della Fondazione, Antonella Di Nocera ha realizzato a Ponticelli un centro per la formazione e produzione cinematografica: “FILMaP”, nata nel 2014, che coinvolge scuole e registi, con corsi a partire dai 10 anni. Ponticelli è una delle periferie abbandonate. Sobborgo orientale di Napoli, 60mila abitanti, un tempo roccaforte operaia. Il papà di Antonella era una tuta blu della Italsider. Sul corso principale c’è ancora una casa del popolo, anche se ormai senza il fermento di un tempo. Di Nocera ha prodotto diversi film e documentari, è stata assessore di De Magistris finché non ha condiviso alcune scelte, ha pensato molte volte di lasciare la sua terra, per via di quella ferita provocata dalla camorra che per errore le ha ucciso lo zio nel cuore del rione. Ma alla fine è rimasta.
È il volto più noto dell’associazione Arci Movie, nata nel 1990 e che ha portato Ken Loach fino a Ponticelli solo per ammirare l’avanguardia del cinema Pierrot. Qui ci aspetta Antonella. Seduti in platea, otto classi delle elementari hanno appena terminato di vedere il film “Un giorno da gatto”. La sala è aperta la sera per i più grandi, l’abbonamento è di 35 euro per 25 film. «È una struttura che abbiamo salvato da una speculazione, il nostro orgoglio»: Di Nocera ricorda gli inizi mentre ci accompagna lungo le vie del quartiere. Poi ci porta nei famigerati palazzi del rione De Gasperi, feudo del clan Sarno. E nel Lotto O, detto lo “Zero”, ostaggio di altre bande, davanti all’avveniristico ospedale del Mare, un mare di soldi pubblici per un’opera ancora a mezzo servizio. Cicatrici delle contraddizioni di questo luogo, dove la biblioteca comunale è abbandonata a se stessa: muri scrostati, senza telefono e wifi. A Ponticelli ci sono due piazze di spaccio, la posta in gioco di una guerra combattuta tra due bande di ragazzini che si stanno contendendo il territoro.
RIPRENDIAMOCI LA CITTÀ CON LE ARMI DELLA CULTURA
L’associazione di Antonella gestisce due centri educativi. In questa strutture si fanno i compiti, supplendo alla penuria di tempo pieno nelle scuole. E soprattutto laboratori artistici: pittura, cinema, fotografia. Mattia è ormai un diciannovenne con la testa sulle spalle. È iscritto all’accademia dei Belle Arti, sarà un artista, ora studia e aiuta i più piccini. «Se non ci fosse avrei fatto una brutta fine. Ne conosco tanti che si sono persi perché non hanno avuto alternative». Mattia è stato “salvato” da uno degli educatori del centro educativo: «L’ho visto in un parco litigare, e l’ho portato qui». Il centro è vicino al famigerato Conocal, una fila di dieci palazzi grigi e degradati. Agli educatori che hanno provato a far rivivere la zona è stato detto di non farsi più vedere. Del resto, la camorra prospera nell’assenza di sapere.
E la pedagogia dell’arte, la sfida culturale al Sistema, è il peggior nemico. I boss temono di più le coscienze libere che un paio di manette. In questo, forse, ha ragione Sasà Striano, “testa matta” della camorra, che il carcere ha trasformato in scrittore. Oggi dedica le sue energie ai ragazzi impigliati nel Sistema: «“Gomorra” fa l’effetto di un bicchiere di vino in corpi già infarciti di cultura camorristica. Le istituzioni la usano come scusa, inadeguate nel dialogare con questi giovani, spesso senza altra scelta se non quella di farsi assumere da qualche capo clan». La grande sfida è restituire gli spazi della città ai ragazzi. «La strada è la loro», dice Striano, «gli spetta per diritto. Dobbiamo riprendercela con il potere dell’arte, con le armi della cultura».