Una donna stuprata che non viene creduta, una donna maltrattata che deve ritenersi «fortunata perché ancora viva». Il sistema è sbagliato. E finché non ce ne renderemo conto continuerà a fare danni

Marie ha avuto una vita difficile. Marie è una ragazza difficile. Marie rende difficile anche la vita di chi la circonda. Quando Marie viene stuprata in casa sua, legata al letto, abusata, presa con la forza, umiliata e lasciata lì su un materasso ripulito, il suo passato e presente difficile diventano così più importanti dell’orrore che ha subito. E la sua denuncia alla polizia si ribalta in un interrogatorio, domande dopo domande per denudare la vittima e non per svelare gli abiti del criminale che ha abusato di lei.

“Unbelievable”, la miniserie Netflix, tratta da una storia drammaticamente vera, mette in scena in otto puntate non solo il racconto di una ricerca minuziosa di uno stupratore seriale ma la denuncia di un intero sistema che non funziona, composto da ingranaggi ormai ossidati e ovunque dannatamente storti. Per cui per esempio davanti a donna violentata si ritiene importante la conoscenza della donna. Quel sistema che giudica lo stupro un crimine diverso dagli altri.

Quel sistema che non fa compilare all’Fbi le schede complete dei criminali, così che sia impossibile svolgere delle ricerche incrociate. Quel sistema, malato, ancestrale e perverso, per cui tutte le Marie difficili diventano immediatamente non credibili. Che poi è lo stesso sistema che ritiene accettabile parlare di “gigante buono”, di “ossessione che porta all’insano gesto”. Ogni giorno, in ogni cronaca, in ogni programma.

Per cui alla fine sembra normale che Bruno Vespa, un giornalista che nel 2016 si è dimesso dall’Ordine e preferisce da allora definirsi artista, si senta oltraggiato perché qualcuno gli fa notare che no, non si può dire a una donna scampata a un femminicidio che in fondo «fortunata perché è ancora viva». Un paradosso per cui non è offensivo aver usato delle frasi che per lui stesso “si potevano prestare a equivoci”. Né l’aver accostato la parola “amore” a un volto pestato a sangue. L’offesa è averglielo fatto notare. Proprio a lui, che in 18 anni ha “dato spazio ben 66 volte alle storie di donne maltrattate”. Come se fosse una quota rosa, come se si trattasse di un brano che passa alla radio. Invece è vita vera, vita stuprata, vita picchiata, corpi sottomessi, giorno dopo giorno, in un avvicendarsi continuo di cronache insulse, dannose, malsane.

A un certo punto della serie Netflix Marie dice «Per sopravvivere devi considerare tutti come nemici e fidarti solo di te stessa anche di chi ti dice che vuole proteggerti». Perché se non si cambia la struttura profonda del racconto, non si azzera tutto e si ricomincia no, non ti protegge proprio nessuno. Vero, ma incredibile.

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