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Cultura
ottobre, 2022

Tutankhamon come Forrest Gump, i segreti del Faraone ragazzino

L’età del ferro, la fine delle piramidi, le radici dell’orgoglio black. A cento anni dalla scoperta della tomba, in un saggio le coincidenze che fanno di lui un personaggio simile a quello reso celebre dal film di Robert Zemeckis

Fanno cent’anni a novembre: è l’anniversario della scoperta della tomba di Tutankhamon, uno degli eventi più importanti nella storia della cultura del Novecento. Nel 1922, per la prima volta, gli archeologi hanno trovato la sepoltura di un Faraone che era sfuggita ai tombaroli dei millenni precedenti. Era la prima occasione di vedere un corredo sepolcrale intatto, di osservare quella raccolta unica di oggetti quotidiani e di opere d’arte, di provviste alimentari e di gioielli preziosissimi. E di esaminare le tracce dei riti dell’inumazione del Faraone: anche la ghirlanda di fiordalisi e foglie di olivo che forse era stata posata dalla giovane vedova sul sarcofago del marito, quei petali inariditi da millenni di calore ma conservati intatti dall’aria secca che commossero profondamente Howard Carter, l’archeologo inglese che firmò la scoperta. Tutto questo non è in nessun modo merito del “proprietario” della tomba: poteva essere uno qualunque dei Faraoni che si sono succeduti nei circa 3mila anni di storia dell’Antico Egitto. Anzi: tutti abbiamo sentito sminuire Tutankhamon. Tutti abbiamo sentito dire di lui che in fondo era un Faraone di serie B, che regnò per una decina d’anni, che compare in pochissimi monumenti antichi. E che insomma non avrebbe lasciato alcuna traccia nella Storia se non avesse avuto la fortuna di essere l’unico regnante dell’Antico Egitto la cui tomba è stata ritrovata intatta. Un “Faraone ragazzino”, lo potremmo definire: e speriamo che il lettore colga il richiamo affettuoso a Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, irriso da vivo come «giudice ragazzino» e beatificato da Papa Francesco nel 2021 come modello di un eroismo che non fa rumore.

Anche il corredo funebre di Tutankhamon non doveva essere granché, rispetto a quelli dei Faraoni “importanti”. Il tesoro del Faraone ragazzino ci abbaglia, ma forse è soltanto perché è l’unico che ci è arrivato intatto, e anche il solo che è conservato tutto insieme: un destino privilegiato rispetto a quello degli altri Faraoni, le cui poche reliquie sono sparse tra Europa e Stati Uniti. Per decenni il tesoro di Tutankhamon è stato ammassato nelle vetrine di poche stanze – le più affollate – del vecchio, polveroso, affascinante Museo Egizio del Cairo che si affaccia su piazza Tahrir: proprio lei, la “Piazza della Libertà” che ha ispirato le manifestazioni della Primavera araba, la piazza del terrore dove era diretto Giulio Regeni, quando fu rapito per essere torturato e ucciso, il 25 gennaio del 2016, quinto anniversario dell’inizio della rivoluzione. Ora quelle sale sono vuote. Il corredo funebre del Faraone ragazzino è destinato a diventare il cuore dello scenografico Grand Egyptian Museum di Giza, annunciato da una spettacolare parata di mummie nell’aprile del 2021. Nel video di presentazione del futuro museo, la parte del leone la fanno i restauratori al lavoro sui reperti provenienti dalla tomba: carri e letti e tabernacoli di legno sapientemente ricoperto di lamine d’oro scintillante.

Abbiamo tante cose di Tutankhamon, e sappiamo così poco di lui. Le certezze riguardo alla sua biografia sono pochissime: quando salì al trono aveva al massimo 10 anni; morì che ne aveva compiuti a stento 18, nel 1323 a.C., e durante il suo breve Regno fu affidato a un collegio di saggi guidato dal generale (e futuro Faraone) Horemheb.

Si sposò presto con la sua sorellastra Ankhesenamon, di quattro o cinque anni più grande di lui; non lasciò eredi e morì per le conseguenze di una caduta, probabilmente un incidente di caccia, aggravate dalla malaria e da un difetto della circolazione del sangue. Tutto questo spiega l’empatia collettiva senza paragoni che circonda questo ragazzo che nella tomba portò con sé una ciocca di capelli di sua nonna, una quantità di immagini che testimoniano l’amore per sua moglie e le mummie in miniatura delle loro due figlie morte in fasce.

Dettagli come questi ce lo fanno sentire molto più vicino delle imprese grandiose che segnano i sessantasei anni del Regno record di Ramses II, o quelle degli altri Faraoni che hanno fatto la Storia: Menes, che unificò l’Alto e il Basso Egitto in un unico potentissimo Paese, Cheope con la sua piramide o la volitiva Hatshepsut, prima donna che riuscì a essere riconosciuta Faraone a tutti gli effetti.

Vero, certo. Ma Tutankhamon non è tutto qui. A guardare bene i millenni che ci separano dalla sua breve vita e i cento anni trascorsi dall’apertura della sua tomba, si scopre una specie di Forrest Gump. Come il personaggio inventato da Winston Groom e reso celebre dal film di Robert Zemeckis, che incontra Elvis Presley e John Kennedy e influenza la pace nel mondo e il movimento per i diritti civili, il Faraone ragazzino ha avuto la fortuna di trovarsi a “vivere” una quantità di avvenimenti importanti. Lo possiamo immaginare, seduto come Forrest Gump sulla sua panchina, a una quantità di bivi del cammino dell’Umanità, dove la Storia ha scelto una strada invece che un’altra e il destino degli uomini è cambiato.

Sono eventi epocali come la prima affermazione del monoteismo e l’inizio dell’età del ferro, momenti fondamentali per la società come l’imporsi di un certo canone di bellezza femminile o la riscoperta delle radici africane della cultura occidentale, o semplici colpi di fortuna: il più grande, sicuramente, è quello di aver schivato non solo i tombaroli dell’antichità, ma anche gli Indiana Jones dell’Ottocento e i trafficanti di reperti ancora attivissimi nel nostro XXI secolo. Come Forrest Gump, o come il vecchio Qfwfq, il misterioso testimone oculare della nascita dell’universo che conduce il lettore attraverso “Le Cosmicomiche” di Italo Calvino, quando succedeva ognuno di questi eventi Tutankhamon, in qualche modo, “era lì”.

Senza contare che con Forrest Gump il Faraone ragazzino condivide anche un’altra caratteristica: aveva un handicap. Se l’interpretazione di Tom Hanks nel film di Zemeckis è considerata la prima, toccante rappresentazione di un personaggio con sindrome di Asperger, pochi sanno che Tutankhamon era zoppo. Tra i 5.398 oggetti del corredo funebre, Carter si trovò davanti centotrenta bastoni: di canna o di legno, tagliati grossolanamente o decorati con cura, rovinati dall’uso o tenuti solo per bellezza, come un gioiello in più da sfoggiare durante le cerimonie.

Perché Tutankhamon poteva anche essere l’uomo più potente dell’Antico Egitto, ma era pur sempre un ragazzo con un piede storto, che non era in grado di camminare senza aiuto. I ritratti lo mostrano a volte appoggiato alla moglie, a volte a qualche dignitario. Un bassorilievo ritrovato nei pressi della Sfinge, dove andava per dedicarsi alla caccia, il suo hobby preferito, ce lo mostra sul carro con arco e frecce, ma seduto. In compagnia di Tutankhamon appoggiato al suo bastone, ripercorreremo rapidamente i momenti della Storia legati in qualche modo al suo nome. Sarà un viaggio nel tempo, nella religione, nella cultura, nell’estetica e nella politica non solo dell’Antico Egitto ma anche dei secoli seguenti. Un viaggio che può insegnarci molte cose imprevedibili sul mondo di oggi.

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