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Il premio Strega lo vince Mario Desiati con il suo Spatriati, romanzo della generazione queer

Lo scrittore pugliese conquista la settantaseiesima edizione. Come da pronostico, trionfa il racconto dei senza patria: i nostri giovani che guardano lontano. Per trovarsi

Senza imprevisti, senza quei proverbiali intrighi che in certe edizioni trasformano il Premio nel Palio della nostra editoria, senza nulla a scalfire il netto distacco già emerso nella precedente votazione, insomma, Mario Desiati, con “Spatriati”, edito da Einaudi, porta a casa 166 voti e la settantaseiesima edizione dello Strega.

 

Claudio Piersanti, con “Quel maledetto Vronskij” (Rizzoli), si aggiudica il secondo posto con 90 voti. Seguono Alessandra Carati con “E poi saremo salvi” (Mondadori, 83 voti), con 62 voti “Niente di vero” (Einaudi), Veronica Raimo, già vincitrice dello Strega Giovani (e pure del festoso, informale Strega Off), Marco Amerighi con “Randagi” (Bollati Boringhieri, 61 voti), sesto Fabio Bacà con “Nova”, che ha segnato il grande rientro nella competizione di Adelphi (51 voti) e Veronica Galletta con “Nina sull’argine” (minimum fax, 24 voti), assente dal Ninfeo di Villa Giulia per colpa del Covid. Una settina eccezionalmente in corsa, quest’anno, dopo che la semifinale di Benevento aveva decretato un ex aequo e un ripescaggio, in base al regolamento a tutela degli editori indipendenti.

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Gara sotto tono, paralizzata dal caldo torrido di questo tempo, scompigliata al massimo da una pioggia improvvisa nella serata clou, che spinge scrittori, editori, uffici stampa e istituzioni a rifugiarsi sotto i portici del Museo etrusco? Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del Comitato direttivo del Premio Strega, non ci sta: «Al contrario, è stato uno Strega di tante prime volte», dice all’Espresso: «Intanto sette finalisti non c’erano mai stati. È stato poi lo Strega in cui abbiamo ripreso a viaggiare molto con gli autori, ben più che in passato: abbiamo fatto 18 tappe in giro per Italia, con i finalisti siamo tornati anche agli Istituti di cultura all’estero, a Copenhagen. È stato uno Strega con un gruppo di autori straordinario che ha fatto davvero “famiglia”: persone molto diverse tra di loro che di questa diversità hanno fatto ricchezza: si sono rispettati, supportati, proseguendo anche in pubblico l’uno i discorsi dell’altro. Sono autori in equilibrio fra di loro, i cui lavori dialogano. Ma soprattutto parlano della nostra società: di ansie, aspirazioni, paure degli uomini e delle donne di oggi, nel modo in cui sa fare la grande letteratura».

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“A volte si leggono romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato», scrive Mario Desiati in “Spatriati”, romanzo che queste inquietudini addensa e rielabora: quelle di Claudia, che entra nella vita di Francesco per non uscirne più. E soprattutto - lei spavalda, capelli rosso fuoco e cravatta, lui schivo ma curiosissimo, - di una generazione intera di irregolari, di senza patria e senza certezze, di giovani.

 

«Gente che non vuole definirsi, prima di tutto», spiega lo scrittore 45 enne di Martina Franca, che al momento della vittoria rievoca gli scrittori della sua terra, Mariateresa Di Lascia, che vinse lo Strega con “Passaggio in ombra” nel 1995, e Alessandro Leogrande: «I miei protagonisti vogliono essere come sentono di essere, non vogliono etichette, divisioni di genere e di orientamento sessuale, vogliono sentirsi liberi di non assecondare le aspettative della società. Come sto facendo pure io».

 

Generazione fluida, che ha trasformato l’incertezza dei tempi e i curriculum mandati a vuoto in sguardo largo, aperto sul mondo, nel coraggio di cercare altrove il proprio posto: a Londra, a Milano, e soprattutto a Berlino, capitale della trasgressione o almeno della possibilità di sperimentare i dettagli più ruvidi dell’istinto e dei corpi (“Lì Claudia era libera, si amava e si perdeva, lavorava e mangiava, falliva e ricominciava da capo, senza mai sentirsi uno zero”). 

 

Cittadini del mondo continuamente messi alla prova, in linea con uno spirito del tempo che la stessa Olimpia Zagnoli, l’artista autrice dell’immagine che ha accompagnato questa edizione del Premio, ha intercettato: illustrando una strega contemporanea, molteplice, creatura che racchiude più identità.

 

Ha vinto una generazione di “Randagi”, disillusi e coi sogni infranti, come titola il bel libro finalista di Marco Amerighi. Di gente dall’identità perduta, come chi è sbalzato via dalla sua terra per la guerra, raccontata da Alessandra Carati. Uomini e donne che ridefiniscono ruoli e spazzano via stereotipi, come la protagonista di Veronica Galletta, donna in un mondo intriso di pregiudizi maschili, e come la figura di Davide, personggio di Fabio Bacà, che riscrive il senso della virilità. Generazione pronta a demolire persino la famiglia, come fa Veronica Raimo, con ferocia ed ironia, senza mai piangersi su. Perché, ha scandito Desiati, «chiunque scrive ha l’utopia di voler correggere la realtà». E può farlo davvero.

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