«Le parole sono cose: entrano nelle pareti, nei mobili, nei tuoi vestiti, e infine dentro di te», scriveva Maya Angelou, poetessa afroamericana. Le parole scivolano, si modificano, arrivano nella vita delle persone per definirle o liberarle. “Queer” è quella che attraversa la generazione Z, si fa spazio nelle sfilate di moda, dentro i libri, risuona nelle canzonette, definisce le relazioni. Esplode orgogliosa dentro la comunità Lgbt ma è una parola rimaneggiata da tutti nel corso del tempo. In grado diverso, certo. Chi l’ha sferrata come un pugno, chi l’ha compressa, chi l’ha riscattata con gesti di segno opposto.
Originariamente si riferiva alla stranezza. Nei paesi anglofoni, “queer” era qualcosa di strano, illegittimo, lo ritroviamo nell’espressione “there’s nowt so queer as folk” (“non c’è niente di strano come la gente”) oppure “living in queer street” (ovvero trovarsi in difficoltà economiche).
Le prime documentazioni del termine con questa declinazione ci portano a Robert Owen. Siamo nel XIX secolo, il sindacalista gallese e fondatore del movimento cooperativo rivolse queste celebri parole a un collega: «Tutto il mondo è un po’ queer, a parte me e te, e persino tu sei un po’ queer».
Anche nei primi anni del XX secolo, la parola “queer” era spesso usata in questo senso: per esempio nelle storie di Sherlock Holmes di Arthur Conad Doyle. Dello stesso periodo è la frase “queer as three dollar bill” (strano come una banconota da tre dollari).
Poi il mondo cambia. Nei primi del Novecento, in un tempo in cui non ci si poteva neanche nominare, una sempre più visibile comunità omosessuale veniva bollata come “queer”. Insulto omofobo che si ritrova in una lettera del 1894 di John Sholto Douglas, marchese di Queensberry, padre di Alfred Douglas. Era stato lui ad accusare Oscar Wilde di intrattenere relazioni con suo figlio. Queer diventa un termine derogatorio per i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, o per persone attratte da persone dello stesso sesso in particolare uomini gay “effeminati”.
«Ai nostri tempi non c’era neanche la parola per definirci», ricorda Angelo Pezzana, padre nobile del movimento Lgbt e fondatore del F.U.O.R.I, primo movimento omosessuale italiano. «Avevamo un nostro linguaggio, lo usavamo quando ci trovavamo nei bar. Se passava qualcuno che ci interessava la parola che usavamo per dire omosessuale era: “È così”. “Sarà così?”».
È una questione di codici e resistenze. La comunità arcobaleno si è sempre affidata a un linguaggio segreto. Per fare coming out reciprocamente si diceva “la famiglia”, oppure “un amico di Dorothy”, modi per raccontare sé stessi e gli altri. Poi è arrivato l’orgoglio. Esercizi di resistenza attraverso riappropriazione delle parole “puttana”, “lesbica”, “frocio”.
«Il mio percorso comincia negli anni Settanta, quando non esisteva ancora il termine queer e neanche quello gay o trans, per cui il termine che feci mio o che facemmo nostro collettivamente era quello di frocio o meglio frociA», racconta Porpora Marcasciano, storica attivista trans e presidente del Mit (Movimento Italiano Trans). «Frocia era un termine che travalicava quei confini identitari in cui fu canalizzato il movimento negli anni Ottanta, per cui potevano definirsi “frocia” invariabilmente gay, lesbiche e trans, le tre principali categorie in cui ci si poteva e, aggiungerei io, doveva identificare. Nel tempo il significato che ho dato al termine queer è andato modificandosi in base agli stimoli che mi arrivavano dall’elaborazione femminista, anche se per me il significato resta quello primitivo che mi rappresentò, cioè frocia. Di queer, di discorso e pratica frocia abbiamo tanto bisogno in un’epoca in cui l’urgenza di gay, lesbiche e trans sembra essere diventata quella di sposarsi e fare figli».
Queer oggi viene spesso usato come termine ombrello per chiunque non sia eterosessuale (attratto dal sesso opposto) o cisgender (che si riconosce nel genere assegnato alla nascita). «Ha confini aperti e permette di non etichettare la propria realtà con parole limitanti», spiega Sara, 19 anni. «Sono etero ma non mi sento a mio agio nello stereotipo del maschio alfa. Queer mi libera e cattura tutte le sfumature del mio essere», dice Davide, anni 17. «Esprime anche una posizione politica», Riccardo, 20 anni. Termine che accoglie persone ai margini dal mainstream sia eterosessuale/cisgender sia Lgbt.
Quella queer è una luce che rimbalza in ogni campo, dal cinema alla moda. Entra nell’ombra, scava negli angoli. Cresce con una generazione che destabilizza l’eteronormatività e mette in evidenza i suoi elementi fondamentali: dimostra che il genere è performativo, che le identità non sono fisse o che le attrazioni queer sono possibili stravolgendo la comprensione binaria di sessualità e genere. Gli stereotipi si sciolgono sul grande schermo grazie ai maestri del genere “new queer cinema” che vanno da Gus Van Sant a Rose Troche, da Gregg Araki a Todd Haynes. In Italia i pionieri sono stati Ottavio Mai e Giovanni Minerba, fondatori anche del Lovers Film Festival di Torino, il più antico festival del cinema Lgbtq d’Europa: «Noi volevamo vederci al cinema ma non ci riconoscevamo», racconta Minerba: «Così abbiamo iniziato a girare i nostri film». Inserendosi nello spirito del tempo, quest’anno il Lovers Film Festival ha dedicato un’intera sezione - “Get Queer”- al solco delle costrizioni, dei binari e della norma e al coraggio di superarli. Tra i titoli non poteva mancare “Shortbus”, film cult, in una speciale riedizione del 15° anniversario.
Ma è soprattutto nelle serie tv che oggi si raccontano le nuove generazioni. Siamo lontani da prodotti come “Queer As Folk”, serie dei primi anni 2000 che si concentrava sull’aspetto accettabile delle persone gay e lesbiche: bianche, istruite e di classe media. Le nuove produzioni mettono a fuoco tutte quelle soggettività che non rientrano nella descrizione “accettabile” della comunità arcobaleno ma subiscono un’oppressione. Raccontano le vite delle donne trans nere e latine protagoniste della serie “Pose”. O riprendono l’identità che si oppone a categorie fisse di lesbica o gay come in “Sex Education”, dove si racconta l’asessualità, il non binarismo e la bisessualità. Il sequel targato Netflix di “Tales of the City” ha portato sul piccolo schermo persone asiatiche e queer mettendo in evidenza la complessa interazione tra identità e relazioni di potere non paritarie. Il fenomeno seriale “Euphoria” con il rapporto fra la narratrice Rue (Zendaya) e la giovane compagna transgender Jules (Hunter Schafer) ci racconta di una generazione che sfugge a definizioni univoche.
La tendenza queer risuona anche dentro la musica, con il potere che le canzoni hanno di nutrire e raccontare le identità. SOPHIE, pioniera del genere hyperpop e prima persona transgender nella storia a essere candidata ai Grammy Awards, muore una notte di gennaio del 2021 cadendo dal balcone mentre tenta di ammirare la luna piena sulla sua casa ad Atene. La sua voce e le sue canzoni sono intrecciate alle vite di moltissime adolescenti queer. Ha rifondato il concetto e l’estetica di musica elettronica in questo secolo, trasportandola verso un futuro distorto. Pop, ma rumoroso e assurdo. Come quello prodotto da Arca, artista trans venezuelana in ascesa: «Come migrante in senso letterale, trovo che tutte le persone queer siano migranti provenienti da qualche confine», ha detto. I suoi album sono manifesti generazionali. «Le mie lacrime sono di fuoco» canta in “Queer”, canzone simbolo: «Un grido di battaglia di fronte all’insulto, al disprezzo, all’esclusione. Una celebrazione dell’amore in tutte le sue forme».
Lil Nas, rapper nero e orgogliosamente queer, ha rotto diverse etichette in un ambiente, quello rap, storicamente omofobo. In Italia la pop band queer per eccellenza è La Rappresentante di Lista, esploratori di un genere che «va oltre.
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Libero, fluido». Harry Styles, ex One-Direction, rappresenta l’estetica dell’artista queer da copertina. Nel 2020 agitò i conservatori per aver indossato un abito da sera con la gonna e una giacca di Gucci per Vogue. Il suo stile fluido ha aperto una strada per gli adolescenti queer che occupano più facilmente lo spazio pubblico.
La moda cerca di inseguire la fluidità del tempo. Basta un dato, diffuso da Tagwalk: i modelli che si dichiarano queer sono comparsi nel 25 per cento delle 68 più importanti sfilate della stagione primavera/estate 2019, rispetto al 10 per cento delle stagioni precedenti, calcolate a partire dal 2016. In un mondo in cui i clienti della moda sono i giovani, attentissimi alla diversità e all’inclusione, le case di produzione alimentano il mercato. Ma non sempre funziona. Le persone queer non si riconoscono dalla divisa, perché non esiste. Nemmeno quella diffusa dai grandi magazzini durante giugno, mese del Pride, tra magliette e cappellini arcobaleno. Non si usa più: «Sono gli etero bianchi-cis semmai a bardarsi ancora così», dice Max che ha 16 anni, le unghie smaltate di giallo e una camicia glam rock che ricorda David Bowie. Sotto accusa è il “capitalismo arcobaleno” chi monetizza sul movimento Lgbt, accrescendo il proprio capitale sociale. «Non essere etero-cisgender non vuol dire andare in giro vestito da arcobaleno. Preferisco un’estetica libera e che vada oltre il genere».
Queer indica proprio una generazione che va oltre. Viva, attenta ma fluida. Presente e in costante ricerca. Configura ciò che svanisce, ma non è vano: quello che non c’è per le vecchie generazioni ma che esiste per le nuove che rinominano il mondo da capo e puntano a una nuova liberazione. Come dice il filosofo queer Paul B. Preciado, «una rivoluzione che dà luogo a pratiche collettive che reclamano una nuova istituzionalità sessuale e un nuovo contratto sociale».