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David Beckham e quei campioni fragili raccontati in serie

David Beckham
David Beckham

I tre episodi da non perdere su Netflix dedicati al calciatore inglese seguono una statua perfetta che si sbriciola piano piano. Ma gli esempi di biopic sui protagonisti del mondo del pallone sono tanti e diversi

Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. E da come riesce a rendere davanti a una telecamera. Perché è vero che il calcio è abbastanza abituato a farsi ammirare in televisione ma è altrettanto vero che riuscire a rendere la complessità del lavoro di squadra a forza di inquadrature documentaristiche per il piccolo schermo è uno sporco lavoro. Che però qualcuno ha pur fatto.

 

Il matrimonio difficile tra serie tv e mondo del pallone ha subito oscillazioni che la Borsa se le sogna, passando con risultati variabili dalla fiction al sudore reale senza soluzione di continuità. Gli sceneggiatori hanno spesso raccontato quello che non si poteva leggere sui giornali sportivi, ricamando ben prima delle rivalse sui Rolex di Francesco Totti (“Speravo de morì prima”), sul mondo chiacchieratissimo del calciomercato (“Il Grande Gioco”),  allenatori, intere squadre, anime (“Holly e Benji”) e ricostruzioni storiche (“The English Game”) sino alla meraviglia di “Ted Lasso”, la serie sul calcio scritta e pensata per chi del calcio in fondo importa poco. Ma in un elenco interminabile di racconti più o meno romanzati, il piacere si affaccia quando agli attori si sostituiscono le facce provate dei campioni con un numero inciso sulla schiena. 

 

Così, all’improvviso arriva “Beckham”. La docuserie Netflix che azzera tutto, prende il campione più ambito dalle riviste patinate, il bambino nato per diventare campione e che indossa le giacche con la stessa eleganza con cui alzava i pallonetti e lo investe a sorpresa delle sue stesse fragilità. Da lui prodotto, il documentario non ha altri obiettivi che mostrare la vita perfetta di un uomo che ha declinato il suo talento. Eppure, tra le maglie dei tre episodi di un’ora, scappano granelli di sabbia di una statua perfetta che si sbriciola piano piano. Il ragazzo d’oro del gol ha trascorso un’infanzia senza amici, chiuso nel pensiero ossessivo di diventare il numero uno. 

 

E mentre lusso e trofei scorrono sullo schermo, resta il racconto sottovoce di un uomo che riordina la cucina, nel silenzio della notte. La pop star che ha creato un impero sulla sua immagine, l’icona che ha sposato un’icona, è stato amato come Diana ed era diventato talmente famoso che un paparazzo di Manchester ricorda di aver ricevuto così tante telefonate quando Beckham si rasò la testa che «pensavo fosse morto qualcuno in famiglia». Poi all’improvviso diventa il reietto: quel famigerato cartellino rosso ai Mondiali del 1998 lo scaraventa nel baratro dell’odio nazionale, implacabile e feroce. 

 

Così, mentre si rivede in un continuo rimbalzo tra passato, presente e ospiti illustri, il campione, padre e marito, manager e modello, si espone con la voce incerta, incapace di mascherare quell’insicurezza che lo porta a sistemare il suo armadio come fosse uno spazio mentale alla ricerca di ordine. Alla fine resta il sapore di un amore perduto per il gioco che è stato la sua vita, una nostalgia che spunta tra lo sguardo ironico, il lusso, le fotografie. E una domanda, inespressa ma vivida, su quello che dovrà essere il suo domani. Come Nino, che ancora ha paura di tirare un calcio di rigore.

 

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