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Ahmed Somai e l'arte di tradurre libri: «Ieri ero Umberto Eco, oggi sono Giambattista Vico» - L'intervista

Il traduttore, come un attore, deve riuscire a identificarsi con lo scrittore su cui lavora. A L'Espresso, l'autore della versione araba del “Nome della Rosa” e della "Scienza Nuova" racconta i suoi 40 anni di professione

Chi legge in arabo Umberto Eco o Italo Calvino, passa attraverso di lui, attraverso la lingua e la cultura di Ahmed Somai. E attraverso la sua capacità di trasformarsi, ogni volta, nell’autore su cui lavora. «Sono quarant’anni che traduco libri dall’italiano in arabo, e ogni volta mi sono dovuto adattare», racconta lo studioso, che si è specializzato in letteratura italiana alla Sorbona e l’ha insegnata per 38 anni all’università Manouba di Tunisi. 

 

«Il traduttore è così: lavora su un libro di filosofia e diventa un po’ filosofo, lavora sulla poesia e deve essere un po’ poeta: è il suo destino. Anche se non diventa mai davvero un poeta o un filosofo, è solo così che può andare oltre la superficie e immergersi nella profondità dei testi». Vale per Italo Calvino, del quale Somai ha scelto la raccolta di “Fiabe italiane” «perché è un testo importante di antropologia culturale», per un best-seller mondiale come “Il nome della rosa” di Umberto Eco o per il meno noto “Sarto della stradalunga” di Giuseppe Bonaviri, «importante per i lettori arabi per le somiglianze tra i suoi contadini e i nostri».

 

Lo stesso metodo permette di affrontare un autore recente come Niccolò Ammaniti (“Io non ho paura”) o un maestro come Luigi Pirandello: è uscita di recente la versione in arabo de “Lo scialle nero”, il primo volume della raccolta  “Novelle per un anno”. L’ultima impresa è stata particolarmente complessa: Somai si è dovuto immedesimare in Giambattista Vico per immergersi nel «labirinto» della “Scienza Nuova”: due anni di lavoro finanziati dalla casa editrice saudita Adhab e premiati dallo Sheikh Zayed Book Award per la traduzione.

 

 «Avevo già sperimentato versioni difficili come le opere semiotiche di Eco, ma questa volta ho dovuto affrontare l’italiano del Settecento. E la lingua di Vico è così complessa che la sua prima traduttrice, la principessa Cristina di Belgioioso che lo fece conoscere in Francia, lo accusò di scrivere “in latino-napoletano”: non è vero, ma in effetti, anche per la sua struttura, la “Scienza nuova” è un labirinto nel quale anche il lettore italiano trova difficoltà». È in corso di stampa la nuova fatica del professore tunisino, la summa del pensiero semiologico di Eco, “Dall’albero al labirinto”. Come negli altri casi, la sua traduzione è destinata a rimanere l’unica per tutti i Paesi arabofoni: «Anche se la lingua parlata presenta grandi differenze, quella letteraria è comune a tutte le persone colte. Per questo quando un libro viene tradotto, quella rimane la sola edizione per tutti gli oltre venti Paesi in cui si parla arabo».

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