«Non mi piacciono le etichette, adoro le contraddizioni, se cominciamo a voler definire una relazione è già finita. E poi in questo film, una volta tanto, non dovevo “pescare” dentro me stessa, al contrario. Il mio personaggio non mi somiglia affatto, interpretarlo è stato una vera battaglia. Ma anche un'immensa soddisfazione».
Valeria Bruni Tedeschi è la protagonista di uno dei film più emozionanti dell'anno, l'affollato “L’attachement” di Carine Tardieu, che apre il 2 aprile i “Rendez-vous del cinema francese” e deve il suo titolo alla teoria sull’attaccamento del grande psicologo inglese John Bowlby. Anche se sullo schermo non c’è traccia di teorie, anzi la vita trabocca da ogni lato con le sue trappole e le sue occasioni, le tragedie improvvise, le soluzioni insperate. Il coraggio e la capacità di inventare modi diversi di essere padri, madri, amanti, compagni. E figli, perché il terminale di tutto sono sempre loro, queste creature che devono crescere, con o senza di noi, a volte scegliendosi figure diverse dai genitori biologici. Come fa il piccolo Elliott con quella libraia femminista e ostinatamente single (Bruni Tedeschi) che abita alla porta accanto...
«Sandra è un personaggio complesso», spiega Bruni Tedeschi, classe 1964. «Ha un lato cerebrale ma è in contatto col proprio corpo. Si è costruita una corazza per non soffrire ma è anche una donna piena di risorse che sente il suo guscio incrinarsi di fronte allo sguardo di quel bambino rimasto senza madre. E capisce subito che non deve mostrarsi troppo tenera, bensì trattarlo da pari a pari, come insegnava la psicologa Françoise Dolto. Per questo Elliott riesce ad avvicinarsi senza avere la sensazione di tradire sua madre, con conseguenti sensi di colpa. Perché lei è un’altra persona, non è e non sarà mai una madre alternativa».
Insomma Sandra inventa giorno per giorno il suo modo di stare al mondo, costruendo uno spazio per essere accanto a Elliot senza invaderlo. Ma ridefinisce di continuo anche il suo rapporto con Alex (lo straordinario Pio Marmaï), il compagno della madre di Elliot, morta dando alla luce la loro bambina, spingendo anche lui a reinventarsi. Mentre più tardi entra in scena anche il padre biologico di Elliot (Raphaël Quenard), entrambi fra l'altro decisamente più giovani di lei. Ma tutto procede in modo sempre sorprendente e insieme del tutto naturale, con leggerezza e profondità davvero benedette.
«La contraddittorietà dei personaggi e delle situazioni che si creano era fondamentale. Anche scegliere me faceva parte del gioco. All'inizio ho addirittura protestato con la regista: io sono molto diversa da Sandra, più materna, più emotiva, ho sempre bisogno di sentirmi amata. Ci sono tante altre attrici che farebbero questa donna segnata dall'autocontrollo molto meglio di me! Ma l'obiettivo di Carine Tardieu era proprio demolire le mie abitudini, voleva essere lei a controllare e dirigere. Il risultato finale nasce anche da questa sorta di battaglia fra regista e interprete».
Quindi cosa ha preso dalle sue esperienze personali di donna e di madre? «Alla fine tutto!», ride Bruni Tedeschi, che nella vita ha due figli adottati nel 2009 e nel 2014, scelta che peraltro le è costata attacchi e polemiche. «Non credo si debba aspettare di avere figli per recitare una madre, l’ho fatto più volte in passato e mi sono sempre sentita a mio agio. Poteva mancarmi qualche dettaglio di prima mano ma tutto era già dentro di me da sempre». Qualcuno oggi potrebbe non essere d'accordo. C'è perfino chi sostiene che gli attori debbano richiamarsi comunque al loro vissuto, anzi che in certi casi solo chi vive una determinata condizione, ad esempio le persone trans, possa interpretare certi personaggi. Ma la sola idea manda l'attrice e regista su tutte le furie.
«Sono assolutamente, violentemente contraria a questo modo di pensare! Quando Tom Hanks si è scusato per aver interpretato il ruolo di un gay in “Philadelphia”, tanti anni fa, sono rimasta allibita. Ha fatto un lavoro talmente formidabile in quel film che avrebbe potuto sputare su quelle accuse, non c'è niente di più sciocco che questa forma di politicamente corretto, è terribile! E non parlo certo di me, basta pensare a “Io capitano” di Matteo Garrone, un capolavoro. Sarà fatto da un bianco ma è così pieno di amore e poesia... Certo, un senegalese passato attraverso quelle esperienze dovrebbe avere le sue stesse possibilità di fare un film, è naturale, e lo stesso si può dire per qualsiasi vita fuori dal comune. Ma alla fine conta solo la qualità del film, non il tema o la sua aderenza alla vita degli autori. Yehoshua ha scritto “Ritorno dall'India” senza averci mai messo piede, ricordiamocene».
Ed è proprio il concetto di identità come valore acquisito da difendere sopra ogni cosa a essere messo in discussione da un film in cui sia il tono che i personaggi mutano continuamente. E basta una scena, come quella con la madre di Sandra (la gloriosa Marie-Christine Barrault), bellicosa femminista anni Settanta, a illuminare tutta una genealogia, ricapitolando il senso di certe battaglie e insieme il loro costo. «Non è il tema centrale ma “L'attachement” passa in rassegna diverse epoche e concezioni del femminismo, senza imporre prese di posizione. E soprattutto lo fa con la qualità più dolorosamente assente dal dibattito contemporaneo. L'umorismo», chiude Bruni Tedeschi.