Cultura
28 agosto, 2025Prima pellicola Netflix in Concorso, è la storia di una star del cinema che superata una certa età comincia a fare i conti col passato e con tutto il suo corteo di rimpianti e sensi di colpa
È dura superare la sessantina, soprattutto se sei un divo di Hollywood. George Clooney (classe 1961) ne sa qualcosa e Noah Baumbach gli ha cucito addosso “Jay Kelly” (primo film Netflix in Concorso), storia appunto di una star del cinema che superata la fatidica boa comincia a fare i conti col passato e con tutto il suo corteo di rimpianti, sensi di colpa, occasioni mancate, che non mancano anche nelle vite più fortunate.
“Tutti i nostri ricordi sono film”, sentenzia il suo primo regista (il venerabile Jim Broadbent), l'uomo che lo lanciò, ma a cui in tarda età Jay/Clooney negò forse con qualche opportunismo il sostegno per realizzare un'ultima regia. Poi ci sono le due figlie, di madri diverse, con diverse problematiche e accuse, perché papà era sempre sul set, mai a casa. E la secondogenita, poco più che adolescente, si prepara a sfidarlo sul suo stesso terreno: vuole fare l'attrice, anche se lui ancora non lo sa. Così ecco raggiungerla in Europa, dove la ragazza è fuggita per farsi una vacanza in santa pace tra coetanei, senza immaginare che è dura sfuggire a quel padre e allo stuolo di agenti, assistenti, parrucchieri, consulenti di ogni tipo, che lo segue ovunque su auto e jet privati.
Così la crisi incalza, salta fuori il compagno di corso a cui il giovane Jay soffiò un ruolo decisivo e pure la ragazza, si affacciano voci e sospetti (“il suo psicoterapeuta, dice che per tua figlia sei un guscio vuoto”). Ma c'è sempre un nuovo film da fare, Jay/Clooney non ha mai il tempo per pensare un po' a sé. Un divo, del resto, appartiene a se stesso o deve accettare di essere una sorta di bene pubblico? E come fai ad appartenere al tuo pubblico se da decenni fai una vita blindata e non puoi più mettere il naso fuori? Ed ecco che fra Hollywood e Parigi, Parigi e la Toscana, prende il via una sarabanda di incontri e avventure che vede Jay e il suo agente (Adam Sandler) fare fronte a ogni sorta di imprevisto.
Con dialoghi vivaci e intelligenti, situazioni canoniche ma spesso brillanti, uno stuolo di attori anche molto noti in piccole parti (Laura Dern, Billy Crudup, Greta Gerwig, in Italia Alba Rohrwacher, Monica Nappo, Giovanni Esposito). Ma senza mai uscire dalla dimensione dell'intrattenimento di alto livello. Che peraltro a un certo punto mostra la corda viste anche le troppo sottotrame affastellate per sostenere la consueta durata monstre (132 minuti, perché?). E la tendenza, evidentemente irresistibile per gli americani, a trasformare gli italiani in macchiette gesticolanti, comiche o patetiche, fra locations così pittoresche da sapere di ufficio turistico (memorabile però la battuta dell'altro divo americano con cui Clooney si trova a condividere un omaggio in un piccolo festival, “Solo in Italia premiano due bianchi di mezz'età”).
Da “Il calamaro e la balena” a “Greenberg”, da “Frances Ha” a “Storia di un matrimoni”, Noah Baumbach ha fatto ben altro. Quelli però, almeno fino a un certo punto, erano piccoli film indipendenti, Magari “Jay Kelly” stava meglio fuori concorso. Ma anche questa in fondo è un'ovvietà.
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