Cultura
29 agosto, 2025Un film ambizioso, difficile: alza l'asticella del dibattito, a rischio di perdere qualche spettatore per strada. Peccato che a Venezia fosse prudentemente (o elegantemente) fuori concorso, benché sia forse il film più “da festival” visto finora al Lido
Finalmente un film che semina qualche dubbio in zona MeToo e alza l'asticella del dibattito passando dal piano diciamo giornalistico-giudiziario a quello morale, a rischio di perdere qualche spettatore per strada. Il merito è di Luca Guadagnino che ha diretto “After the Hunt” riformulando in chiave high brow una lunga tradizione di thriller psicologici made in Usa con il camaleontismo che gli è proprio. Ma anche del suo bel cast, in testa una furente, magnifica Julia Roberts; e ancor prima forse di una sceneggiatrice esordiente ma giustamente molto ambiziosa, Nora Garrett, che non teme di accumulare grandi nomi e interrogativi solenni per allestire un complicato intreccio di desideri e proiezioni in cui la prima vittima è la verità.
Anche perché tutto si svolge nelle eleganti dimore di un gruppo di accademici (o aspiranti tali) di Yale: e pazienza se nei primi cinque minuti di film grandinano nomi, Freud, Nietzsche, Foucault, Aristotele, Carl Schmitt, e ne dimentichiamo. Con relative accuse di razzismo, misoginia e altre nefandezze, perché oggi è tutto il passato a essere sotto processo. E Guadagnino ne approfitta per fare un po' il bambino in pasticceria, si sa che gli piace cambiare genere e mondi. Ed ecco tutti questi intellettuali che dibattono di problemi giganteschi degustando ricette dai nomi esotici come neanche nei film “seri” del Woody Allen anni Novanta (apertamente citato fin dallo stile scelto per i titoli di testa). Tanto perché non restino dubbi sull'ambiente in cui ci troviamo.
Un peccatuccio veniale, che dimentichiamo appena il film ingrana la marcia concentrandosi sul dilemma centrale: il presunto stupro di un giovane docente ai danni di una studentessa, per giunta di colore, nonché esponente di una ricca famiglia che finanzia generosamente l'università (Andrew Garfield e Ayo Edebiri). Un caso a dir poco scottante, che non verrà mai risolto davvero. Ma scoperchia poco alla volta inganni, autoinganni e ambiguità di ogni sorta dentro quella piccola cerchia di “happy few”. Troppo intellettualmente superiori per mettersi in discussione (le differenze di censo pesano anche a Yale, eccome se pesano). Ma anche troppo consapevoli di sé - e dei propri scheletri nell'armadio - per farla davvero franca. Non foss'altro che di fronte a se stessi.
Anche se non si tratta solo di amori segreti o “congelati”, di drammi remoti o rimossi, di legami blindati ma forse esauriti e non sempre credibili, come il matrimonio che unisce la professoressa Julia Roberts, severa docente di Filosofia in corsa per la cattedra, a un marito psicoanalista e molto innamorato che si comporta con lei come un nonno o uno zio premuroso (Michael Stuhlbarg), forse la tessera meno solida del mosaico. Ma di risentimenti di ogni ordine e tipo che covano sotto la cenere delle buone maniere, delle convenienze accademiche e sociali, di quel nuovo ordine morale (e sessuale) di cui bisogna pur tener conto, anche se magari senza piegare la testa.
Ne riparleremo il 16 ottobre, quando “After the Hunt – Dopo la caccia” arriverà nelle sale. E peccato che a Venezia fosse prudentemente (o elegantemente) fuori concorso, benché sia forse il film più “da festival” visto finora al Lido, perché Julia Roberts aveva già in tasca la Coppa Volpi.
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