Cultura
30 agosto, 2025Tra arcaico e moderno, straordinario e quotidiano, il regista di Fuocoammare trasforma Napoli in una macchina del tempo che illumina il nostro presente
Dentro e fuori, sopra e sotto, ieri e oggi, qui e altrove, al centro e intorno. Ma anche in dialetto e in italiano, dal vivo e al telefono, in arabo e in giapponese. Dai Campi Flegrei su cui incombe il terremoto, e dalla centrale dei pompieri che rispondono senza sosta alle telefonate dei cittadini. Che chiamano a qualsiasi ora per paura, per solitudine, per smarrimento e talvolta per puro, esilarante capriccio. Mentre gli archeologi venuti da Oriente scavano da più di vent'anni in cerca di una nuova Pompei.
Nel cinema di Gianfranco Rosi gli opposti si cercano, si incrociano, talvolta si confondono. Figuriamoci a Napoli dove pagàno e cristiano, arcaico e moderno, convivono all'ombra di un vulcano che scandisce vita, distruzione e eternità. Così “Sotto le nuvole”, tre anni trascorsi dal regista intorno al Vesuvio, bianco e nero, montaggio certosino, affianca senza intrecciarle le esistenze più diverse. Tra cinema deserti ma visitati da immagini sublimi (“Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini), magazzini stipati di reperti in attesa di catalogazione, cunicoli scavati da tombaroli efficienti e indifferenti, esplorati da uomini di legge sgomenti. Mentre intorno la vita pulsa al ritmo della Circumvesuviana, un maestro “di strada” lavora per motivare i ragazzi meno garantiti. E da una nave siriana, come un vulcano rovesciato, scendono 32.000 tonnellate di grano venute dall'Ucraina. Tanto per capire di cosa parliamo quando parliamo di pizza.
E pazienza se qualcuno si aspetta scoperte che Rosi non promette, e Napoli ormai difficilmente consente (“Sotto le nuvole” è uno dei film che più ha diviso in Concorso). Pazienza se questo regista nato ad Asmara e cresciuto negli Usa continua a cercare un centro sapendo bene che non esiste, come faceva in “Sacro Gra”, in “Fuocoammare”, ancor prima in “Below the Sea Level”. Perché proprio questo è il fulcro del suo lavoro, non a caso forse più apprezzato nel mondo che in Italia. Tenere in vita uno sguardo laterale, da eterno straniero. Lo sguardo dell'ospite, che non chiede e non pretende ma osserva e connette. Uno sguardo estraneo alla logica della prestazione, così invadente oggi anche in tanto cinema del reale. E che anche per questo dovremmo avere caro.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Il mistero del tempo - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 29 agosto, è disponibile in edicola e in app