Cultura
31 agosto, 2025"Father Mother Sister Brother" è tutto finezza, forse per pochi. "Il mago del Cremlino" vorrebbe raccontare i retroscena della Russia di oggi, ma non trova uno stile
Un film fatto di (quasi) nulla e uno che ripercorre trent'anni di storia mondiale. Tre piccoli episodi domestici che si dipanano fra Stati Uniti, Dublino e Parigi, e una cavalcata che parte dall'ascesa di Putin per arrivare fino alle soglie della guerra in Ucraina. Un maestro del miglior cinema indipendente americano, Jim Jarmusch, classe 1953. E un suo eccellente omologo europeo, Olivier Assayas, nato a Parigi nel 1956, alle spalle una carriera varia e ammirevole che abbraccia anche Asia e America latina.
Entrambi di origini ungheresi, altra coincidenza curiosa, i due cineasti non potrebbero essere più affini per cultura, estrazione e sensibilità. Eppure i film che hanno presentato in Concorso a Venezia sono l'Alfa e l'Omega dei festival contemporanei. Due perfetti esempi di ciò che vorremmo continuare a trovare a Venezia, il primo, e di quanto invece prende ogni anno più spazio (il filmone di Assayas), come se anche nei festival, o almeno nelle loro sezioni principali, dovesse per forza dominare la più spietata realpolitik.
“Father Mother Sister Brother” è un inno allo stile di Jarmusch, che non è un fatto estetico ma anzitutto uno stile di lavoro. “Il mago del Cremlino”, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli sull'ipotetico spin doctor di Putin, è invece una grande coproduzione parlata in inglese anche se i personaggi sono tutti russi, con cast internazionale e andatura puramente illustrativa, che non aggiunge molto a quanto si sa. E per giunta lo fa con stile fin troppo medio, come spesso succede quando il cosa si racconta prende per forza di cose il sopravvento sul come lo si fa.
Jarmusch scava nel non detto di tre piccoli gruppi di famiglia colti praticamente in tempo reale, usando magnificamente attori noti e meno noti (Charlotte Rampling, Adam Driver, Tom Waits, Cate Blanchett, Vicky Krieps...), ma anche i colori, gli spazi, le sospensioni, o certi elementi ricorrenti in ogni episodio, un orologio di lusso, una frase idiomatica, una banale questione di soldi che ogni volta però riassume a meraviglia le incomprensioni, i vuoti, i debiti affettivi che ogni famiglia più o meno nasconde.
Assayas, che peraltro ha scritto il film con l'autore di “Limonov”, Emmanuel Carrère, grande esperto di storia russa anche per ragioni puramente personali, si perde in una minuziosa ricapitolazione di nomi, fatti, retroscena non così inediti (il crollo dell'Urss, l'ascesa di Putin e dei servizi segreti, l'intermezzo degli oligarchi, il neo populismo, la questione ucraina...) che forse soddisferà il pubblico più ignaro ma non appassiona mai veramente, anche perché ogni elemento del racconto è puramente strumentale. E soprattutto non ci sono mai personaggi o sentimenti in cui ritrovare non diciamo qualcosa di profondo e rivelatore, ma almeno qualche tratto umano imprevisto nelle figure che si agitano sullo schermo.
Sarà che malgrado il trucco Jude Law non ce la fa a trasformarsi in Putin, troppo umano, troppo vivace lo sguardo, mentre quello del presidente russo esprime il vuoto più spaventoso. Sarà che lo spin doctor Vadim Baranov sullo schermo è Paul Dano, faccione da eterno adolescente tenuto volutamente sul registro più incolore possibile. Sarà che la sua amante intermittente (Alicia Vikander), sempre pronta a saltare al braccio dei nuovi potenti, è una funzione narrativa più che un personaggio. Ma chi volesse ripassare un po' di storia contemporanea russa cerchi piuttosto il magnifico “Citizen K” di Alex Gibney, visto proprio qui a Venezia nell'ormai preistorico 2019. Un fluviale ritratto dell'oligarca Mikhail Khodorkovsky girato con la complicità forse interessata del medesimo, certo, ma appassionante come un grande romanzo russo. Mentre qui Khodorkovsky appare come una figura di fianco e per giunta coperto da pseudonimo, forse per problemi legali.
In sintesi: il film di Jarmusch riassume la parabola del vecchio e nobile cinema d'autore, oggi ridotto a “nicchia” (scusate la parolaccia) per appassionati, anche se al Lido gira voce che nelle sezioni parallele sia ancora presente e scalpitante. Quello di Assayas dimostra una volta di più l'ascesa di quel cinema di sceneggiatura e di produzione che non contento di aver invaso palinsesti e streaming ormai dilaga anche nei grandi festival. Togliendo spazio a chi ancora cerca e magari trova strade diverse.
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