Cultura
1 gennaio, 2026Dal debutto del direttore Michele Mariotti alla magia dei classici italiani, il concerto di fine anno a Venezia promette un viaggio tra emozioni, storia e giovani spettatori
Da “Nessun dorma” di Puccini a “Casta Diva” di Bellini, passando per “Va’ pensiero sull’ali dorate” e il brindisi “Libiam ne’ lieti calici” di Verdi. È un programma che attraversa i grandi classici della tradizione lirica italiana quello della ventitreesima edizione del Concerto di Capodanno del Teatro La Fenice di Venezia, che Rai Cultura propone in diretta su Rai 1 alle ore 12:20 giovedì 1 gennaio 2026.
Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice è chiamato quest’anno Michele Mariotti, al suo debutto sul podio dell’istituzione veneziana. Il direttore d’orchestra pesarese, insignito del trentaseiesimo Premio Abbiati, ricopre attualmente il ruolo di Direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma. Accanto a lui sul palco il soprano Rosa Feola e il tenore statunitense Jonathan Tetelman, impegnati in arie e duetti tratti da opere di Puccini, Rossini e Ponchielli. Gli interventi di danza sono invece affidati alle Étoiles Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel, che insieme a Primi Ballerini e solisti del Teatro dell’Opera di Roma sono impegnati nelle coreografie di Diego Tortelli.
«Non credevo di tornare al Capodanno di Venezia, perché ero già stata protagonista di due edizioni: quella del 2017 e quella del 2021, in pieno Covid. La prima volta ero onorata di essere stata scelta come rappresentante di una delle celebrazioni più importanti d’Italia. Quando festeggiavo il primo dell’anno con i miei nonni e la mia famiglia, eravamo sempre sintonizzati su Rai 1 per seguire il concerto trasmesso dalla Fenice. Vedere quei ricordi trasformarsi in realtà è stata un’emozione unica», racconta Feola.
E aggiunge: «La seconda volta è stata particolare, ma altrettanto speciale. C’era il lockdown, quindi il pubblico non poteva assistere. La musica era l’unico mezzo capace di trasmetterci energia positiva, una ragione per essere felici e per condividere momenti di serenità. Anche se le mascherine e il Canal Grande vuoto resteranno per sempre immagini indelebili. Questo nuovo Capodanno arriva in un momento in cui sono un’artista diversa: sono passati anni, ho più esperienza e posso presentare un repertorio che per me ha un significato molto profondo».
Tra i brani in programma spiccano momenti corali - come il coro a bocca chiusa del secondo atto dalla “Madama Butterfly” di Puccini e “Feste! Pane! Feste!” tratto dalla “Gioconda” di Ponchielli - e sinfonici, come gli intermezzi dal “Guglielmo Ratcliff” e dalla “Cavalleria Rusticana” di Mascagni. Alle voci soliste, oltre alle arie più celebri, sono affidate anche “Sombre forêt”, l’aria di Matilde dal secondo atto del “Guglielmo Tell” di Rossini, interpretata da Feola, e “Cielo e mar”, l’aria di Enzo Grimaldo ancora dalla “Gioconda” di Ponchielli, cantata da Tetelman. Non mancano i duetti, ancora con Puccini, di cui è proposto “O soave fanciulla” da “La bohème”.
«Entrambe le arie soliste che interpreto richiamano un sentimento di pace: in “Sombre forêt” la foresta non è vista come qualcosa di spaventoso, ma come un rifugio; allo stesso modo in “Casta Diva” si invoca la pace per placare gli animi. Mi piace collegare tutto questo al mondo moderno, a una richiesta di calma e concentrazione su ciò che è davvero fondamentale nella vita, soprattutto in un momento storico in cui ci sentiamo agitati e distratti da tanti pensieri superflui», afferma il soprano.
Per Feola, il valore dell’opera lirica va oltre la dimensione spettacolare e istituzionale. È un linguaggio che ha inciso in modo profondo nella sua formazione umana, oltre che artistica. «L’opera non è solo un simbolo dell’Italia, un patrimonio dell’umanità con tutti i riconoscimenti che ha ricevuto, soprattutto negli ultimi anni: è qualcosa che ci rappresenta intimamente. Può essere uno strumento di crescita e di conoscenza. Nel teatro musicale si ritrovano tutti i sentimenti, e ciascuno può diventare occasione di maturazione personale, oltre a rafforzare il senso di appartenenza alla nostra cultura».
Contrariamente all’idea di una lirica lontana dalle nuove generazioni, il soprano restituisce un quadro diverso, nato dall’esperienza diretta con il pubblico più giovane. «Devo dire che ricevo molti messaggi da studenti che si sentono vicini a questo universo. Credo che tra i giovani ci sia un forte desiderio di opera, anche grazie alle iniziative promosse dai teatri ultimamente: biglietti a prezzo ridotto, serate dedicate agli under 30, come alla Scala, o agli under 40, come al Metropolitan di New York. Esistono progetti pensati proprio per fasce d’età specifiche. Capisco che talvolta si parli di distanza e reticenza, perché l’opera può essere fraintesa, ma il nodo cruciale è l’interesse. Non servono preparazione o studio, perché è un linguaggio aperto a tutti, ma la disponibilità a lasciarsi coinvolgere. Chi non va a teatro con questo atteggiamento deve semplicemente attendere il momento giusto: ognuno ha il proprio. Io però resto molto fiduciosa, perché nei miei concerti e recital incontro tantissimi ragazzi, spesso in maggioranza. Avverto una curiosità viva e autentica verso la lirica, e questo mi rende felice: c’è voglia di scoprire, di vivere, di sentire», conclude.
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