Cultura
19 gennaio, 2026Lo stilista è rimasto fedele a una sola ossessione: rendere le donne più belle di come già erano, senza trasformarle, senza sovrapporsi e senza usarle, ma valorizzandole al meglio, nella loro essenza. L’amore che nutriva per loro è stato totale e ovviamente platonico, assoluto ma mai predatorio
A 93 anni è morto Valentino Garavani e con lui se ne va qualcosa che non è più replicabile: non soltanto uno stilista, ma un’idea di eleganza come forma morale e come misura del mondo. Valentino non è stato semplicemente un grande creatore di abiti, ma il custode di una grammatica del bello che oggi appare quasi arcaica, certamente irripetibile. Un’eleganza senza cinismo, senza un’ironia difensiva, senza alcun bisogno di spiegarsi, ma naturale come un gesto antico.
Il suo rosso – il rosso Valentino – da lui creato e che resterà per sempre, non è un colore, ma una dichiarazione, un rosso che non aggredisce e che seduce per esattezza, un rosso che nasce dall’idea che la bellezza, se è autentica, non ha bisogno di rumore. In anni di cambiamenti che hanno fatto del fashion system un esercizio di commento permanente su se stesso, Valentino è rimasto fedele a una sola ossessione: rendere le donne più belle di come già erano, senza trasformarle, senza sovrapporsi e senza usarle, ma valorizzandole al meglio, nella loro essenza.
L’amore che nutriva per loro è stato totale e ovviamente platonico, assoluto ma mai predatorio. Le ha vestite tutte, comprese Lady Diana, icona tragica e luminosa, Jacqueline Kennedy, con cui era solito passeggiare a piedi nudi a Capri, come in una scena rubata a un’altra epoca, quando il lusso non aveva bisogno di essere fotografato. Non le ha mai interpretate, semmai le ha contemplate e le ha servite, nel senso più alto e ormai desueto del termine.
Accanto a lui, c’è stato sempre Giancarlo Giammetti. Braccio destro, mente organizzativa, amore profondo e silenzioso. Una relazione durata una vita intera, fatta di disciplina, visione condivisa, complicità e scontri. Senza Giammetti, Valentino non sarebbe stato Valentino; senza Valentino, Giammetti non sarebbe diventato Giammetti. Insieme hanno costruito una delle poche vere monarchie della moda. Si devono essere molto divertiti stando tutti questi anni insieme, e un po’ lo hanno dimostrato al grande pubblico anche in una comparsa ormai iconica ne Il diavolo veste Prada, con Meryl Streep e Anne Hathaway, attrice che Valentino ha riconosciuto subito come creatura “da couture”, prima ancora che da cinema, senza dimenticare le sua grandi amiche Gwyneth Paltrow ed Elizabeth Hurley.
Non è stato poi certo un caso se il documentario che lo racconta si intitola L’ultimo imperatore, perché Valentino lo è stato davvero: imperatore di un sistema che oggi non esiste più, dove il tempo era lento, la mano fondamentale e il silenzio una virtù. Matt Tyrnauer lo filma mentre crea, mentre si irrita e mentre si commuove e soprattutto mentre vive il suo rapporto con Giammetti (in piena commozione, rivedere quelle scene e’comunque esilarante), mostrando che dietro l’ordine perfetto c’è sempre una tensione emotiva fortissima. Un imperatore, sì, ma non di marmo.
Roma è stata il suo centro simbolico e reale. Piazza Mignanelli, Via Condotti, l’Ara Pacis, dove nel 2007 mise in scena il suo addio alle passerelle come un atto di intelligenza rara: uscire quando si è ancora all’apice. Oggi quello stesso luogo continua a parlargli, attraverso il nuovo progetto PM23, spazio espositivo e culturale che porta la sua impronta. Ha appena inaugurato Venus di Joana Vasconcelos: un segno chiarissimo di come lo stilista avesse capito che l’eleganza non è solo nostalgia, ma una continuità dello sguardo.
Per me Valentino è stato anche un incontro reale, fisico, irripetibile. Avevo quindici anni quando lo vidi da vicino per la prima volta, a Piazza Mignanelli. Lui usciva con i suoi carlini – inseparabili – e Giancarlo Giammetti che metteva con cura un telo bianco sui sedili dell’auto per non farli macchiare, l’attenzione assoluta per ogni dettaglio, anche il più invisibile. “L’imperatore” mi salutò, mi strinse la mano e mi lasciò anche un ricordo scritto che ancora conservo. Sotto quel sole di luglio, quel ragazzino che lo aveva aspettato più di un’ora, deve avergli fatto pena più che tenerezza, chi lo sa. Poi ci sono state le sfilate e altri eventi, ma sono altre storie.
C’è poi una coincidenza che oggi fa sorridere, con quella sottile ironia che la moda, ogni tanto, si concede. Valentino muore nel giorno in cui Leo Dell’Orco, storico compagno di Giorgio Armani, debutta nella collezione uomo di Giorgio Armani. Valentino e Armani: rivali, certo, ma nel senso nobile del termine. Due idee opposte e complementari di stile italiano, entrambi necessari, entrambi giganteschi.
Con Valentino se ne va l’idea che la moda possa essere ancora un atto di grazia, non una provocazione, non un commento sociale, non un rumore, ma grazia, misura, memoria e amore. Un’eleganza unica e irripetibile, che non tornerà, ma che, per chi l’ha vista anche solo una volta, resterà per sempre.
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