Cultura
22 gennaio, 2026Filosofa e attivista brasiliana, dà voceal nuovo femminismo e alla lotta antirazzista. “Lo scopo non è ottenere l’uguaglianza sulla carta, ma la trasformazione radicale della società”
Decolonizzare lo sguardo, la teoria e le azioni per contrastare gli inesauribili processi di sbiancamento e mascolinizzazione della società. Brasiliana, poco più che quarantenne, una laurea in filosofia e un master in filosofia politica, sentiamo sempre più spesso parlare di Djamila Ribeiro, attivista nera, scrittrice bestseller e accademica capace di catalizzare le platee più eterogenee. Elegante e pop con le sue lunghe trecce, la chiamano in causa le Nazioni Unite e le università europee; ha una cattedra in Femminismi dal Sud alla New York University; la Bbc l’ha inserita nella lista delle 100 donne più influenti del pianeta. E pensare che era stata la prima, nella sua famiglia, a completare gli studi: la mamma e la nonna avevano fatto le domestiche in casa di famiglie borghesi. E bianche.
In una nazione, il Brasile, che ha abolito la schiavitù nel 1888, dove ogni 23 minuti una persona nera viene assassinata e in cui «il femminicidio è una barbarie imperniata su sistemi intrisi di patriarcato e misoginia che continuano a svalutare la vita delle donne, in particolare di quelle ai margini», spiega l’attivista a L’Espresso. Libri (in Italia li pubblica Capovolte), conferenze in simposi e favelas, apparizioni mediatiche e un sostegno materiale a una causa complessa, il nuovo femminismo latinoamericano da esportazione passa per la sua voce forte e chiara. «L’obiettivo non è l’uguaglianza sulla carta, ma una trasformazione completa della società dove tutti possano vivere con dignità e libertà, donne e uomini».
Oggi Ribeiro è diventata un simbolo. «Io mi vedo come parte di un’onda, piuttosto che una bandiera singola. Il femminismo è radicato in storie di solidarietà collettiva».
Come nel caso di Feminismos Plurais, una collana editoriale e un luogo fisico che supporta le donne vittime di violenza domestica con servizi psicologici, legali e di welfare. «Esploriamo i vari aspetti del femminismo. Abbiamo voluto rompere le cortine del silenzio, lasciando guidare la narrazione a voci storicamente escluse. Non volevamo più essere derubricate a note a margine delle antologie. Abbiamo già dato alle stampe 14 titoli, scritti da donne e uomini neri. Per noi, un dialogo non insolito: se le donne non sono una categoria universale, non lo sono nemmeno i secondi», afferma.
Per esprimere quest’esigenza liberatoria, l’intellettuale ha coniato il concetto di “speaking place”, ovvero “luogo di parola”. «Nasce dall’assunto che tutti hanno il diritto di comunicare la propria esperienza, di essere ascoltati davvero. È un invito a riflettere rivolto a chi ha l’opportunità di parlare e un promemoria indirizzato a chi adopera le piattaforme». Social media dove si prodiga lei stessa: su Instagram, per esempio, ha 1,3 milioni di follower. «Sono un modo potente di connettersi, ma possono anche semplificare troppo questioni articolate. Il lavoro va ben oltre lo schermo». Antirazzismo e uguaglianza di genere, antipatriarcato e giustizia sociale. Nella Weltanschauung di Ribeiro, sembrano elementi inscindibili. «Queste lotte sono interconnesse. Se affrontiamo un problema alla volta, stiamo mettendo un cerotto». Razzismo e sessismo sistemici: come possiamo spezzare questa spirale perversa? «Con l’imparare a nominarli e con misure tangibili per smantellare queste costruzioni cronicizzate, avversandole a ogni livello della società». A partire da ognuno di noi. «Si inizia guardandosi dentro. Esamina i tuoi pregiudizi, metti in discussione i tuoi privilegi, sii pronto a disimparare. È un processo che richiede umiltà e consapevolezza». Molti si professano antirazzisti e/o femministi, ma traggono comunque beneficio dai contesti esistenti. «Questa è una considerazione nevralgica perché mette in luce l’ipocrisia», aggiunge Djamila: «È scomodo confrontarsi con le nostra complicità. Antirazzismo e femminismo non sono uno stile di vita, qualcosa che risolvi con un post. Il nodo sta nel vivere questi valori in una maniera coerente, con tutti i disagi e le incognite del cambiamento. Non bastano i gesti e le dichiarazioni performative».
Certo, il femminismo contemporaneo si concentra sul linguaggio inclusivo. «È fondamentale perché plasma il modo in cui vediamo il mondo. Il linguaggio non è mai neutrale. Non si tratta solo di grammatica, ma delle modalità con le quali il patriarcato si infiltra nelle nostre interazioni basilari. Il linguaggio inclusivo è uno strumento e non la rivoluzione in sé e, sebbene io rispetti i suoi principi, preferisco non usarlo in pubblico perché credo sia indispensabile comunicare con quante più persone possibili. Il linguaggio neutro può creare più muri che ponti».
Intanto i “Femminismi dal Sud” che Djamila Ribeiro insegna alla Nyu stanno contribuendo al risveglio dell’opinione pubblica da una visione occidentale-centrica. «Portiamo punti di vista basati sulle esperienze vissute dai colonizzati, discriminati e messi a tacere. Il mio corso ridimensiona le narrazioni universaliste del femminismo europeo e nordamericano, sottolineando che le battaglie femministe non possono essere separate dai parametri della razza e della classe, della storia coloniale e della posizione geopolitica. “L’Améfrica” di Lélia Gonzalez, con le sue Americhe osservate dalla prospettiva delle donne nere e indigene; il movimento Dalit, che affiora dall’intersezione tra oppressione di casta e di genere in India; le femministe africane. Il femminismo occidentale non viene respinto, ma arricchito e costretto a misurarsi con i suoi vicoli ciechi».
Pochi anni fa Ribeiro ha dedicato un libro intero, “Lettere a mia nonna”, alla madre di suo padre. «Si chiamava Antonia ed è stata una profonda fonte di saggezza, resilienza e amore incondizionato. Mi ha insegnato il senso della comunità, la potenza del racconto e l’importanza di restare fermi di fronte alle traversie. La sua forza e perseveranza mi ricordano i sacrifici fatti dalle donne che mi hanno preceduto».
In Italia abbiamo un primo ministro donna, Giorgia Meloni. È un emblema dell’empowerment femminile? «La rappresentanza è importante, ma non sufficiente. L’emancipazione non riguarda solo l’essere una donna al potere: concerne l’uso di quel potere per promuovere l’equità, la giustizia e i diritti di tutte le donne. E la vera emancipazione sfida i sistemi oppressivi, non li consolida». L’attivista brasiliana sostiene di non conoscere personalmente la nostra premier, «ma Jair Bolsonaro, con cui sembra allinearsi ideologicamente, è ben lungi dall’essere un leader che difende l’uguaglianza. Rivendica il patriottismo, giura sulla bandiera, ma è veloce a svendere i beni brasiliani e a smantellare le politiche per le popolazioni vulnerabili. Senza dimenticare la sua retorica sulle armi e i legami con le milizie paramilitari che terrorizzano le comunità povere. Se Meloni vede Bolsonaro come alleato non può rappresentare alcun simbolo di riscatto femminile».
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