Cultura
22 gennaio, 2026Gli esordi con i CCCP, il “risveglio” del gruppo, il ritorno dei CSI. E ora uno spettacolo sulla sua vita. Il cantante sui nuovi talenti: “Anche noi abusavamo della parola punk”
Fedele alla linea che non c'è - colloquio con Giovanni Lindo Ferretti
Nell’ultimo mezzo secolo Giovanni Lindo Ferretti ha attraversato l’oceano della musica con giovane sfrontatezza e ieratica postura. Dal “punk filosovietico” degli esordi, l’epopea leggendaria dei CCCP – seguiti dai CSI e dai Pgr – fino alla profonda ricerca spirituale e alla devozione per papa Ratzinger. Ha vissuto radicali metamorfosi, dai caotici concerti metropolitani alla vita appartata nell’antico rustico a Cerreto Alpi, in cima all’Appennino Reggiano, lì dov’è nato 72 anni fa. Ruralista fin da tempi non sospetti, ha incarnato molteplici contraddizioni: per dirne una, dieci anni fa lui, un tempo icona della sinistra, salì sul palco di Atreju insieme a Giorgia Meloni per essere premiato dai giovani di Fratelli d’Italia. In molti non gliel’hanno perdonato. Adesso, dopo la mostra sui CCCP (1984-2024) e la trionfale reunion con il tour che lui chiama esotericamente “risveglio”, mentre le voci sul ritorno dei CSI si fanno insistenti, il cantante è pronto per “Percuotendo. In cadenza”, il nuovo spettacolo in cui ripercorre la sua parabola umana e artistica intrecciando parola, canto e suono (con Simone Beneventi alle percussioni e Luca Alfonso Rossi alle corde) attorno ai suoi testi poetici e autobiografici. Il tour partirà il 14 febbraio dall’Arena del Sole, a Bologna, per dieci appuntamenti nei teatri italiani. Nuova tappa di una lunga parabola tortuosa e serpeggiante. E pensare che lo storico gruppo al nome sovietico abbinava una dichiarazione di intenti che ha fatto scuola: “Fedeli alla linea”.
Ferretti, si sente ancora fedele alla linea?
«La linea non c’è e non c’è mai stata. I CCCP erano fedeli alla linea e subito dopo cantavano che la linea non c’è. Non era una contraddizione ma un avvertimento. La fedeltà non è a un’idea fissa, ma a un’attenzione quotidiana. Ogni giorno ti svegli e decidi cosa è bene e cosa è male. Se il mondo cambia, tu cambi».
Il suo nuovo spettacolo ripercorre la sua vita e la sua carriera artistica. Tra nostalgia, malinconia e fierezza, qual è l’emozione dominante?
«Tutte queste parole. Una certa fierezza, certo. Non c’è malinconia, ma uno sguardo abbastanza sereno. Tutto è cominciato con il ritorno sul palco dei CCCP. Quando ho aperto gli occhi in piazza Maggiore, a Bologna, ho capito che si stava mettendo in scena una sorta di liturgia laica, con una corrispondenza fortissima tra palco e pubblico. Allora ho iniziato a riflettere sulla differenza tra l’essere massa e l’essere moltitudine. È un gioco continuo tra l’origine e la fine, tra la fonte battesimale e la pietra tombale. Il risveglio dei CCCP non è figlio di un progetto ma di accadimenti che si sono incastrati l’uno nell’altro. Quando ci siamo risvegliati pensavamo a una mostra, a un ultimo gesto immobile. Poi ci siamo accorti che il pubblico era ancora lì: esigente, indefinibile. Una moltitudine, appunto. Non una massa».
Vedremo presto il ritorno dei CSI?
«Siamo vivi. Questo è vero. Una volta che sei risvegliato è tutto lì. Ma le cose non si progettano, accadono. Vale per la grande dimensione politico-sociale e per la piccola dimensione quotidiana dei singoli uomini, delle singole donne».
Un approccio fatalista.
«Sono provvidenzialista. Il fatalismo è un’idea piccola e bassa, si riferisce a cose che succedono per caso. Qua, invece, per caso non succede niente. Si tratta di qualcosa al di là di noi, della nostra volontà».
Chi erano i vostri seguaci?
«Quando io e Zamboni abbiamo scoperto che una parte del pubblico veniva dalla destra è stato imbarazzante. Annarella e Fatur lo hanno accettato, per loro era nell’ordine delle cose. Per noi no. Ma era evidente che la nostra dimensione politica trascendeva la politica. Non era ideologia, riguardava l’umano».
A proposito: proprio quarant’anni fa, nel 1986, i CCCP tennero il primo concerto a Roma, al Teatro Espero. Finì con una rissa nel pubblico e le cariche della polizia.
«È stato l'unico vero disastro dei CCCP. Alla terza canzone, l’introduzione di “Punk Islam”, si aprì un conflitto tra una parte del pubblico e il palco. Allora eravamo molto stizzosi. Interpretai una battuta come un attacco e iniziai una filippica. A un certo punto cominciarono a tirare oggetti, a picchiarsi tra loro, cercare di assalire il palco. Ci rifugiammo nei camerini».
Era l’anno del disastro nucleare di Chernobyl. Voi invitavate a “rifugiarsi sotto il Patto di Varsavia”. Ci credevate davvero?
«La nostra non era una fede, ma un posizionamento sentimentale. “Rifugiarsi sotto il Patto di Varsavia” non era un manifesto politico, non lo pensava più neanche il Partito comunista, né tantomeno gli alternativi o l’estrema sinistra. Era dire: non voglio stare né da una parte né dall'altra. Difendevamo la complessità del mondo e il nostro colpo d’occhio su di esso. E il pubblico lo capiva».
A distanza di decenni, gli artisti della Gen Z reinterpretano le vostre canzoni. Di recente lo ha fatto Layana a X Factor con “Amandoti”, in passato erano tornati in auge altri brani storici: “Mi ami?” e “Io sto bene”. Cosa avete in comune?
«Le canzoni sono come i figli. Finché ci lavori sono una cosa privata, poi escono e non sono più tue. Possono finire a X Factor, in una pubblicità o cantate dai tifosi allo stadio. A me fa sorridere, significa che quella canzone cammina nel mondo. E va bene così».
Molti nuovi talenti si richiamano al punk. A volte il paragone risulta azzardato.
«Anche noi abusavamo di quella parola, perché facevamo riferimento alla città di Berlino. Il punk all’epoca erano i Sex Pistols, magari i Clash, che però erano più rock che punk. Per noi significava attitudine, non tecnica. Se oggi qualcuno la usa non vedo perché scandalizzarsi. Il punk non è una forma musicale ma un modo di stare al mondo».
Da ragazzo chi era Giovanni Lindo Ferretti?
«Sono arrivato a Reggio Emilia come un bimbo cattolico sceso dalla montagna, con una famiglia povera. Dopo una disgrazia clamorosa: mio padre era morto giovanissimo, mia madre era incinta di me, con un figlio piccolo, una nonna e un cognato malato in ospedale. Reggio Emilia era l’opposto dell’educazione che avevo ricevuto. Mi sono lasciato affascinare dal moderno, dalla politica, dalla cultura, dall'arte. Sono diventato un giovane alternativo, politicizzato, antagonista, ma quell'origine montanara non mi ha mai lasciato».
Negli ultimi anni ha parlato spesso di vita nella natura e in montagna. Che idea si è fatto della famiglia nel bosco?
«Mi inquieta profondamente l’idea di uno Stato che entra così a fondo nelle vite dei cittadini. Sono cresciuto in una vecchia casa che cadeva a pezzi e ho avuto un’infanzia meravigliosa. Non è quanto sapone usi o che lingua parli a definire una buona infanzia».
La vicenda ha diviso l’opinione pubblica ed è diventata terreno di scontro politico. La destra, in particolare la Lega, ha preso la difese dei genitori. Dieci anni fa lei partecipò ad Atreju, suscitando polemiche. Se la invitassero tornerebbe?
«Atreju è diventato il festival della Dc. Il potere è questo: se governasse il Pci, Atreju sarebbe la Festa dell’Unità. Un conto è parlare quando hai il 2 per cento delle preferenze, un conto quando hai il 30 per cento. Da allora il mondo è cambiato moltissimo. Le chiacchiere che ho fatto a tavola con l’attuale presidente del Consiglio avvennero in un altro mondo, in un altro millennio. Non c’era la guerra in Ucraina e neanche in Medio Oriente. Meloni non è più una ragazzina che si affaccia alla politica con idee molto precise, ma una leader che si confronta con i grandi problemi della Terra. Oggi guardo tutto con occhi estranei, non mi riconosco in nessuna ipotesi politica. Cerco di rimanere il più possibile libero di mente».
L’antifascismo è un valore ancora attuale?
«Non potrebbe essere diversamente, ma non mi sveglio tutte le mattine pensando che il fascismo sia dietro la porta di casa. Usare quelle categorie, oggi, significa non capire il mondo. Il Novecento è finito. Non puoi attaccare l’etichetta di fascista a Trump perché non ti piace, a Putin perché non ti piace, a Netanyahu o a Hamas per lo stesso motivo. Ognuno fa storia a sé».
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