Cultura
29 gennaio, 2026Senza corpi. Emozioni attraverso gli schermi di cellulari e computer. L’eros in assenza dell’altro è la prima fermata di un reportage nel paesaggio contemporaneo dei sentimenti. Tra nuovi codici relazionali. E modi alternativi di costruire rapporti
Nel maggio 2025, insieme con lo scrittore e fotografo Alessandro Santese, ho iniziato un viaggio in giro per la Penisola, telecamera in spalla e microfoni in tasca, per realizzare un docufilm sulla questione più inafferrabile del mondo: l’amore. Ho intervistato giovani ma non solo, registrato un racconto sentimentale pieno di contraddizioni e di differenze, di incomprensioni e di necessità, di confini relazionali che si spostano per spalancare geografie sociali nuove. Alcune delle storie raccolte compaiono qui e nei prossimi due episodi.
è un vecchio film di François Truffaut del 1957, “L’età difficile”, che segue le giornate di cinque preadolescenti perdutamente invaghiti di Bernadette, una ragazza molto più grande di loro. Bernadette è la loro ossessione erotica: sfreccia irraggiungibile in bicicletta per le strade del paese e loro la rincorrono assetati, su e giù per le stradine di campagna, acquattati dietro a un muretto o a un cespuglio, stretti e scodinzolanti come una banda di cani randagi. Un giorno Bernadette si ferma vicino a un fiume per abbeverarsi, i ragazzini si dirigono verso la bici e uno di loro si avvicina al sellino e inizia ad annusarlo. Può sembrare un atto volgare e animalesco – su quel sellino era appoggiato il sedere di Bernadette –, eppure diventa una dichiarazione poetica straordinaria, perché sta assaggiando l’unica forma di Bernadette che gli sarà mai concessa per tutta la vita: l’assenza di Bernadette, la sua sparizione, le briciole odorose del suo passaggio terrestre, la sua natura inafferrabile di fantasma.
Dai film di Truffaut a oggi il mondo è cambiato, certo, e la nostra concezione dell’amore assieme a lui. Eppure, l’immagine di quel sellino mi torna in mente ogni volta che parlo con i miei studenti dei loro innamoramenti adolescenziali.
Da alcuni anni affianco infatti al mio lavoro di editore quello di docente, e il nostro viaggio sentimentale partirà proprio da loro: dalla Gen Z e dalla Gen Alpha, per provare a capire come i figli della smaterializzazione e dei microcosmi digitali stiano riscrivendo i codici relazionali. Con loro, l’amore vissuto in assenza («virtualmente») non è più una possibilità episodica, ma un mutamento genetico irreversibile: siamo diventati dei San Tommaso al contrario… se tocchiamo, smettiamo immediatamente di credere. L’amore in classe diviene perciò racconto di fantasmi, teologia sottosopra. I sentimenti nascono come incidenti tra i go-kart delle sinapsi, l’amore si trasforma in un nuovo sistema immunitario utile a proteggersi, con tenerezza, dall’urto di un reale che spesso appare troppo violento e performante.
Delle decine di storie che ogni giorno raccolgo ce ne sono almeno due su cui mi sono arrovellato un bel po’. La prima ha per protagonista M., un mio ex studente romano che al tempo aveva 15 anni. Ricordo il primo giorno che l’ho visto a scuola: taglio French Crop e due occhi spigolosi che promettevano già un anno temporalesco. Nei primi tre mesi di lezioni lo vedevo armeggiare (nei miei sospetti: illecitamente) con un temperamatite, avvolto da un silenzio che mi appariva minaccioso. Aveva dribblato con maestria tutti i temi in classe e le interrogazioni, evitato con scaltrezza i compiti a casa e, nell’ultima lezione prima delle vacanze natalizie, alla mia domanda se avesse avuto intenzione di leggere il romanzo che avrei affidato alla classe aveva risposto con un convincente «No». Era senza dubbio il mio studente preferito.
Dopo le vacanze M. inanellò molte assenze. Da febbraio, non si presentò più a scuola. Venni a sapere dai genitori che non voleva uscire di casa e che, dopo alcuni consulti, si erano trovati a fare i conti con una bizzarra parola che non avevano mai sentito prima: hikikomori, termine che indica «una condizione di estremo ritiro sociale e isolamento fisico». Provai a mandargli dei messaggi su Instagram nei mesi successivi, senza ricevere risposta. La scorsa estate, all’improvviso, mi appare una notifica nelle chat. È lui. «Ciao Prof» mi scrive, «come sta?». Ci scambiamo qualche messaggio, ma non gli va molto di chattare, dice, però possiamo fare una call su Meet, e così pochi giorni dopo ritroviamo i nostri faccioni sullo schermo.
Mi racconta dell’anno che ha passato, in cui si sentiva come «un televisore spento». Non dormiva, non sognava, non aveva pensieri. Ogni tanto, se l’umore lo permetteva, accendeva il pc per giocare in rete a Fortnite. «E poi una sera si è collegata lei» racconta, «…Greta… ha una voce bellissima prof». Mi racconta delle ore che hanno trascorso a giocare e parlare online, delle cose che avevano in comune, come i manga e le serie anime, di quanto fosse dolce il modo in cui Greta pronunciava la lettera S. Di quando lei gli aveva chiesto di accendere la cam ma lui aveva rifiutato. «Non volevo darle un volto, mi piaceva così com’era».
Alla mia domanda se non volesse incontrarla dal vivo, la risposta fu secca: «No, rovinerebbe tutto». A M. quella strana forma d’amore piaceva per quello che era, e nel frattempo era persino andato in un’altra scuola, affrontava il mondo esterno solo perché sapeva che, una volta a casa, c’era quel fantasma digitale ad aspettarlo. Un amore puro perché protetto dallo schermo, liberato dalla «delusione della realtà».
C’è un’altra parola che torna di frequente nelle aule dei licei, annunciata con tono oracolare e serpentesco: “Malessere”. Riporto una descrizione fatta da S., studentessa che interrompe di continuo il mio corso di scrittura per aggiornarci sul suo «malessere di fiducia»: «Malessere, s.m., anche detto “il dramma della mia via”. È quel ragazzo che sai già che ti rovinerà l’esistenza. Parla un misto tra corsivo e gergo di strada, indossa una tuta della Tech Fleece abbinata a delle Jordan 1. Abilità principale: ghosting (ti risponde dopo 6 ore con una fiamma su Instagram, ma poi dal vivo ti guarda come se fossi l’unica al mondo). È palesemente un caso umano, ma ha quel fascino del forse-posso-cambiarlo che ti frega ogni volta».
Ogni studentessa che ho incontrato aveva almeno una storia sul Malessere da raccontarmi, e sono più o meno tutte uguali – spesso coincidono anche con il loro «primo amore». Questo fenomeno non può essere però smarcato con una semplice disapprovazione o un age-splaining superficiale. C’è qualcosa di più profondo che racconta bene il tempo in cui viviamo, le sue cicatrici emozionali, i suoi link con l’Upside down sociale.
Ho chiesto a S. di scrivere un saggio breve sul tema dal titolo “Perché mi sono innamorata di un Malessere?” Il tema, che ha ricevuto un generoso 7+, ci ha aiutato a capire meglio cosa succede nel nostro “cervello sentimentale” in questi casi. S. ha scoperto che questa forma di innamoramento risponde a dinamiche precise: il Malessere sfrutta il “rinforzo intermittente”, la stessa droga dei like sui social. Quando lui sparisce, l’assenza vince sulla presenza: finiamo per legarci non alla persona, ma alle energie cognitive che spendiamo per giustificare la sua sparizione. L’altro diventa un’ossessione proprio perché non c’è.
Dovrebbe esserci, ma non c’è.
Oltre che un villain dei primi amori adolescenziali il Malessere è allora, forse, una triste e stupenda metafora generazionale. Rappresenta il rovesciamento nell’intimità di tutte quelle aspettative feroci che il mondo oggi ci getta addosso: nel lavoro, nel successo, nel confronto costante con gli altri. L’amore diventa così una slot machine che, a fortune alterne, ci fa vincere un po’ di dopamina.
«Quando andavo a scuola io c’erano già questi personaggi» mi ha detto Federica T., 29enne abruzzese, assistente di cattedra in un’università di Roma, «solo che non si chiamavano in questo modo, erano semplicemente degli stronzi». Sì, è vero, e non posso non ritrovarmi anche io, almeno in parte, in questo atteggiamento tossico negli anni del liceo, ma una cosa va sottolineata: Gen Z e Gen Alpha ne hanno protocollato un costume, una maschera molto precisa, una action figure con un proprio kit. Hanno descritto un mito e, dunque, hanno forgiato una letteratura: l’assenza, il sottrarsi, non è più una rapsodia inattesa come nel caso della Bernadette di Truffaut (e nemmeno un vaccino contro l’influenza del reale come nel caso di M.), ma una trama narrativa ben congeniata, un gioco di ruolo che prevede istruzioni precise. L’apparizione-sparizione di Bernadette era pura poesia, una dettatura lirica. Quella del Malessere no: è materiale da letteratura di genere, da bugiardino farmacologico, da brochure Ikea.
«Anche molti trentenni e quarantenni di oggi sono così» continua Federica, che mi vuole fare una piccola confessione: «Io ormai con l’Università non ho più tempo per nulla, però sono iscritta a un paio di app di incontri e nel tempo avrò chattato con almeno un centinaio di ragazzi, con alcuni anche contemporaneamente. Solo che poi non ci vediamo! In tre anni non ho mai incontrato nessuno dei miei match…». «E come mai?» ho chiesto. «Non lo so, forse per paura che dal vivo deludano le aspettative. Con alcuni si è creata un’intesa speciale… profonda. Io penso di essermi innamorata. Non voglio restarci male».
Tutte queste storie sembrano tenute insieme dalla stessa colla semantica: la paura dell’altro, o meglio: la paura della «prova tangibile» dell’altro. L’amore in assenza funziona come un simulatore virtuale che ha il compito di proteggerci dalle conseguenze deludenti del reale. Un Godot generazionale annunciato solo dal tremolio dei nostri cellulari.
Ma è davvero possibile abitare questa distanza? Si può amare a prescindere dai corpi in cui si agitano i nostri sentimenti? Per ragionare intorno a questa domanda, nel prossimo episodio trascorrerò una notte in un sex party (decisamente disinibito) e interrogherò chi ha fatto, del suo corpo, il centro del proprio discorso amoroso: una nawashi, un’attivista transessuale e una troppia. Nel frattempo, qualsiasi cosa sia questo sentimento che stiamo inseguendo, noi lo chiameremo amore.
L’autore è co-founder di Wudz Edizionie autore di "Come in cielo" (NNE).

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