Cultura
7 gennaio, 2026Il suo primo concerto da enfant prodige. L’amicizia con Rostropovich, Abbado e altri geni della musica. Il Maestro si racconta in occasione dell'incontro all’Accademia Stauffer a Cremona: "Quel giorno con Piazzolla a Buenos Aires, durante lo sbarco sulla Luna"
Con il suo dolcevita blu e i pantaloni di velluto color miele, Salvatore Accardo unisce l’allure dell’artista e il portamento dell’atleta. Ha gli occhi brillanti di chi la sa lunga il violinista, 84 anni, uno dei più grandi in attività. Giusto quarant’anni fa insieme a tre concertisti notevoli - il violista Bruno Giuranna, il violoncellista Rocco Filippini, il contrabbassista Franco Petracchi - fondò a Cremona l’Accademia Stauffer, la scuola di alto perfezionamento che ogni anno forma decine di giovani strumentisti ad arco di ogni parte del mondo.
Ammessi in virtù del loro talento, possono frequentare i corsi gratuitamente. Il maestro Accardo torna spesso in queste stanze affrescate, nel bel palazzo cinquecentesco che ospita l’Accademia. Lo incontriamo in una mattina fredda di dicembre, sotto il cielo grigio piombo della Bassa. Dopo una breve chiacchierata con l’allievo, il violinista impugna l’archetto e imbraccia lo strumento. Le dita scorrono sulla tastiera, il braccio si muove come in una danza. «È un Guarneri del Gesù del 1730, perfettamente conservato. Mi piace cambiare violino ogni tanto, è necessario che gli strumenti riposino», spiega Accardo tra una lezione e l’altra. Il violino deve riposare, come uno di famiglia.
Maestro, perché Cremona è un luogo speciale per la musica?
«La scuola cremonese è stata la più importante per la costruzione degli strumenti ad arco. Ed è la patria degli Stradivari, dei Guarneri del Gesù: non si poteva trovare ambiente migliore per lavorare».
Come nasce l’Accademia Stauffer?
«Da un’idea di Andrea Mosconi, violinista e curatore degli strumenti del Palazzo Comunale di Cremona. Andrea seguiva le mie lezioni all’Accademia Chigiana di Siena. Un giorno mi chiede: “Perché non facciamo qualcosa del genere a Cremona?”. Io rispondo subito di sì, precisando: “Non mi va di fare solo un mese. La formazione ha bisogno di tempo”. Nel giro di un mese mi richiama: “Si fa. Tutto l’anno”. L’Accademia Stauffer si distingue per la libertà, senza limiti né ingerenze ministeriali».
Lei è nato a Torino da genitori di Torre del Greco. Suo padre, Vincenzo, era un artista incisore di cammei, grande appassionato di musica. Sua madre, Ines, maestra elementare. Una famiglia normale. La sua carriera comincia all’età di tre anni, quando prende in mano il violino per la prima volta. A 13 si diploma al conservatorio di San Pietro a Majella, a Napoli. A pieni voti, ovviamente.
«Senza tecnica non si va da nessuna parte. Puoi essere il più grande musicista, ma se non hai la tecnica...».
È vero che all’esame per il diploma portò i Capricci di Paganini?
«Sì, all’epoca erano in programma i Capricci. Bisognava eseguirne tre, io li suonai tutti e 24 in concerto subito dopo il diploma».
Cosa ricorda della sua prima volta dal vivo?
«Il primo concerto pagato fu al Teatro Verdi di Trieste. Ricordo che il cachet era di 90mila lire, niente male nel 1956. Alla fine del concerto il direttore artistico della Società dei Concerti di Trieste mi disse: “Sei talmente bravo che ti do 10mila lire in più”. Quindi arrivai a 100mila lire, fantastico. Il programma comprendeva una sonatina di Vivaldi, una di Bach, la terza sonata di Brahms, alcuni pezzi di Martucci, un importante compositore napoletano. E poi i capricci e due pezzi di Szymanowski».
Lei ha avuto occasione di conoscere alcuni tra i protagonisti della musica del Novecento: Casals, Oistrakh, Stern, Rostropovich, Michelangeli, Segovia. Artisti formidabili.
«Sì, tra i miei compagni di corso a Siena c’erano Daniel Barenboim, Claudio Abbado, Zubin Mehta. Eravamo tutti ragazzi e oltre alla musica c’era il divertimento: una volta facemmo il giro del Palio in frac e senza pantaloni, in mutande! Con Zubin ho fatto le mie prime tournée negli Stati Uniti negli anni Sessanta, con l’orchestra di Los Angeles. Suonavamo nelle grandi città e nei piccolissimi centri, i “community concerts” per le comunità locali».
Il talento è una dote innata o si può imparare?
«A tre anni ho preso il violino e ho cominciato a suonare senza che nessuno me lo insegnasse. Il talento è un dono da preservare. Occorrono un insegnante capace e una famiglia non troppo pressante: a volte i genitori sfruttano i figli talentuosi per guadagnare. Ma il punto cruciale è il sistema formativo. Tutti dovrebbero sapere chi erano Verdi, Vivaldi, Puccini. E invece i politici e i decisori istituzionali ignorano la musica».
Qual è la prima cosa che un giovane strumentista deve imparare?
«Il mio primo insegnamento è sempre lo stesso: massimo rispetto per il compositore. Dobbiamo rispettare tutto ciò che ha scritto. È la grande lezione che ho appreso da Sergiu Celibidache: “Guarda dove comincia il crescendo e dove finisce”. E ancora, “Dove è scritto crescendo è ancora piano”. Invece molti leggono crescendo e subito anticipano».
Le è capitato di collaborare con artisti di “altre musiche”?
«Certo. Ero molto amico di Astor Piazzolla, andavo pazzo per la sua musica. Lo conobbi in Argentina, aveva scritto “Milonga in re” per me. Me lo regalò una sera a cena a casa sua a Buenos Aires, il giorno dello sbarco sulla Luna. Ero lì con Bruno Canino (celebre pianista, ndr). Dissi: “Dai, facciamogli una sorpresa, suoniamolo domani per bis”. Dopo il concerto Astor venne in camerino, piangeva come un bambino. È nata un’amicizia straordinaria. In seguito fu invitato da Mina a Studio Uno, io andai con lui e l’anno successivo lei mi invitò a suonare in tv».
A volte la musica da camera viene snobbata in favore della sinfonica. Perché?
«La musica da camera è fondamentale per la crescita musicale. E anche umana. Ti insegna a suonare ascoltando tutti, a renderti conto che quando finisce la tua libertà comincia quella dell’altro. E poi va detto che i grandi compositori hanno scritto i loro capolavori nella musica da camera: i sestetti di Brahms, il quintetto di Schubert, i quartetti di Mozart».
La scuola italiana ha diversi pregi e molti difetti. Qual è il suo auspicio?
«Vorrei che esistesse un’educazione musicale nelle scuole, anche per chi non farà il musicista. I compagni di liceo di mia figlia hanno quasi il terrore di avvicinarsi al violino, invece è una cosa bella e naturale. E poi un’altra cosa importante: in 40 anni all’Accademia, con centinaia di ragazzi, non mi è mai capitato di imbattermi in casi di tossicodipendenza. Se ascolti Mozart e Schubert non hai bisogno di cercare altro».
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