Opinioni
8 gennaio, 2026Anni di retorica sulla sicurezza hanno delegittimato centri sociali, accoglienza e controcultura
Comunque sia andato il vostro Capodanno, si suppone che lo abbiate passato al caldo e ben nutriti: a questo punto, lo sappiamo, vi aspettate il ditino alzato perché altri lo hanno passato affamati e senza riscaldamenti. Bene, è verissimo, ma che a Gaza, e altrove, si viva (quando si vive) in condizioni disperate è stato detto tante di quelle volte che ormai non fa più effetto. E dal momento che bisogna parlare proprio di quel che non fa più effetto, proviamo con un altro incipit. Questo: c’è una dimora che è stata occupata illegalmente da diverso tempo. Alle parole «occupata illegalmente» il ministro Piantedosi e Matteo Salvini avranno già drizzato le orecchie, preparato le squadre di polizia e invocato le ruspe, come è successo con Askatasuna a Torino e con il Leoncavallo a Milano (Casapound è ancora qui, ma son bravi ragazzi, bisogna capirli). E come è successo con i rave dopo il decreto del 2022, e come succede anche nelle case e in chiesa, e lo ha ben raccontato Sara Lucaroni su questo giornale a proposito dello sgombero della parrocchia di Vicofaro a Pistoia, dove gli agenti hanno prelevato gli ultimi ospiti della “chiesa ospedale da campo” che accoglie i migranti.
È persino superfluo constatare che a questa destra, ma anche, diciamocelo, a parte della sinistra, non piacciono le zone libere, come Askatasuna e il Leoncavallo e come tutte le altre che sono a rischio in ogni città (tranne Casapound, ma son bravi ragazzi, bisogna capirli). Ovvio: i tempi sono cambiati e chi è abbastanza anziano ricorderà che nella lontana epoca di Re Nudo esistevano i luoghi della controcultura, i bar, le trattorie, i cinema, i teatri dove gestori e frequentatori erano accomunati dagli stessi saperi e interessi, e poi sono venuti i centri sociali, che dalla loro nascita hanno accolto tutti, non solo gli interessati alla politica.
Eoni sono passati, non anni. Ma ripercorrere quel tempo per capire aiuterebbe moltissimo chi, oggi, strilla «dalli ai parassiti e alle zecche» ogni volta che si mette in azione un idrante, o un manganello: lo fa perché è la mentalità comune che è stata cambiata, in anni e anni in cui si è ripetuta la parola sicurezza, che anche oggi viene ritenuta la formula misteriosa che apre le porte di Moria a Gandalf (ma Veltroni, che insiste sul punto, somiglia più a re Thranduil di Bosco Atro, che non riesce a scacciare l’ombra fitta nel suo cuore).
Torniamo dunque alla dimora occupata: quando due rappresentanti della buona borghesia, senza automobile e sotto un acquazzone, la scorgono in lontananza, bussano chiedendo accoglienza. La avranno: e scopriranno che l’occupante è un travestito in reggicalze, per giunta immigrato clandestino dal momento che viene da un altro pianeta, il quale per colmo di orrore occhieggia al gender perché si chiama Transsexual.
È Rocky Horror Picture Show e questo avveniva cinquant’anni fa, e ci fa chiedere come sia possibile che anni di fiducia e di desiderio si siano mutati nella pioggia acida di una distopia. Risposte possibili nella cosa preziosa di oggi, che è “L’erba voglio”, uscito nel 1971 e ripubblicato da DeriveApprodi: fu curato da Elvio Fachinelli, Luisa Muraro Vaiani e Giuseppe Sartori e poi da Lea Melandri, racconta le pratiche non autoritarie (nella scuola) e fa bene al cuore. E che la vostra Befana vi insegni a ballare il time-warp, almeno.
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