Cultura
9 gennaio, 2026"Chiara", il nuovo romanzo della scrittrice di Bari, torna a esplorare l'infanzia. E la forza dell'amicizia per crescere
Bari, anni Novanta, due bambine di quinta elementare, due famiglie alle spalle apparentemente opposte, un’esperienza comune: la violenza dei loro padri. E la normalità di vivere nella tensione perenne: nella paura per gesti improvvisi e rabbiosi, nell’angoscia per ciò che può innescarli.
“Guardiamo il mondo una volta sola, nell'infanzia. Il resto è memoria”, ha scritto la poetessa statunitense Louise Glück. La scrittrice Antonella Lattanzi sa ritornare a quel luogo dell’esistenza come pochi. E raccontarlo con la sensibilità espressiva e l’emozione di chi è bambina tra le bambine, ma anche con l’intensa lucidità di chi sa che la vita adulta può allontanarti soltanto in apparenza da quegli anni, siano essi maledetti o benedetti: il resto sarà sempre ripetizione.
“Chiara” (Einaudi), l’ultimo romanzo di Lattanzi, rievoca il legame simbiotico e salvifico tra due ragazzine che si riconoscono subito, a distanza, tra i loro coetanei. Bambine che sanno perfettamente che i loro genitori sono diversi dagli altri. Che nascondono nel cuore cose indicibili, al massimo da confessare per iscritto. E che solo di quelle amicizie, cresciute nel tempo in cui tutto è potenzialità persino più dell’adolescenza, ci si può fidare per sempre: anche da adulti, quando ormai sai che neppure l’amore dura in eterno.
Panini con la frittata, un cane che tutto sa, due madri incapaci di opporsi alla prepotenza e all’accanimento maschile, uno sguardo infantile comune, “che deve vedere e prevedere” quell’energia tossica e distruttiva perfettamente calata nella quotidianità, intuirla e schivarla. Provando anche a nascondere agli altri - per vergogna, per sopravvivenza - quei padri che stregano, che ingannano con la loro gentilezza, ma dentro hanno mostri: violenza collerica, malattia mentale. Piccole donne tenaci nella loro struggente solitudine, della quale nessun adulto sembra accorgersi. Bambine che decidono di non soccombere al dolore. E che imparano presto che “la felicità è un lavoro”: “va coltivata ogni giorno, ogni minuto, va difesa. Va amata, anche quando fa male”. E, costi quel che costi rivendica Lattanzi, fa risplendere il buio più cupo.
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