Cultura
9 gennaio, 2026La calca dei turisti, le code per il gelato, il kitsch. A Bristol la mostra “The Last Resort” celebra il fotografo scomparso di recente
E' scomparso lo scorso 6 dicembre e il suo lavoro fa parte delle collezioni dei più grandi musei del mondo: Tate, Pompidou, MoMA e decine di altri. Stiamo parlando di Martin Parr, senza ombra di dubbio uno dei fotografi più riconoscibili e influenti del pianeta. Forse perché in un’epoca dove tutto tende a essere polarizzato, Parr ha invece deciso di concentrarsi su una enorme, inesplorata zona d’ombra per la fotografia: quella dell’ordinario. La Martin Parr Foundation, a Bristol, ha deciso di celebrarlo dal 20 febbraio con uno dei lavori che più di ogni altro ha trasformato le abitudini della classe media inglese in icona surreale e ironica e lo farà con la mostra “The Last Resort”, che arriva nella città britannica a 40 anni dall’uscita del volume che ha consacrato Parr (oltre che della mostra alla Serpentine Gallery).
Dopo aver frequentato a fatica il liceo («è totalmente pigro e distratto» si legge in una delle sue vecchie pagelle), frequenta la scuola di fotografia del politecnico di Manchester e si guadagna da vivere come fotografo di un villaggio vacanze. Probabilmente è quel lavoro il germoglio di quello realizzato qualche anno più avanti, tra il 1983 e il 1985, diventato appunto una delle sue serie più note. Realizza “The Last Resort” sulle spiagge di Brighton, sobborgo balneare di Liverpool: la calca di persone per arrivare ad accaparrarsi le tristi pietanze di un buffet, le code interminabili al bar per un gelato, genitori concentrati su bambini alle giostre, coppie che a un tavolo di un ristorante non parlano e guardano nel vuoto, tintarelle in posti improbabili, i resti del junk food o del pranzo portato da casa. Eccolo Martin Parr: cerca la contraddizione, l’ipocrisia di una classe media che per le proprie gite del week end cerca un posto omologato, decadente. Per non essere giudicati finiamo tutti per scegliere gli stessi tristi svaghi, quando invece staremmo meglio a casa nostra? È il fascino del paradosso. E tanto più ci appaiono grottesche quelle fotografie, quanto più fingiamo che la nostra vita non lo sia, che quell’immaginario sia lontano da noi, quando invece ci appartiene.
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