Cultura
12 febbraio, 2026Relazioni queer, joint family, costellazioni poliamorose. Dopo emozioni a distanza e sesso, protagoniste sono le unioni sentimentali allargate. Con un comune denominatore: la cura
Sono cresciuto in una famiglia che alcuni definirebbero tradizionale: una madre, un padre, più tardi l’arrivo di una sorella. Eppure, riaffacciandomi nei miei ricordi più antichi, ho la sensazione di essere stato allevato da una tribù. Una masnada di adulti che i miei genitori mi hanno fin dall’infanzia indottrinato, con dolcezza, a chiamare “gli zii”. Pratica che tutt’oggi conservo, malgrado non ci sia tra noi alcun legame di parentela: sono amici di famiglia con cui ho condiviso pressoché ogni momento fino all’adolescenza.
Appaiono, scoloriti e sgranati, nelle vecchie cassette che mio padre conserva in soffitta mentre mi cambiano il pannolino e mi insegnano ad andare in bicicletta. Fanno capolino nei cenoni di Natale portando abbracci e amore incondizionato, ancora oggi che sono – almeno anagraficamente – un adulto anche io. Quando mi sono trasferito a Milano, sono stato persuaso che si tratti di un’usanza diffusa solo nel Centro-Sud italiano. Probabilmente è così, non ci sarebbe nulla di strano. Oppure no: ci arriveremo in questa tappa del nostro viaggio nell’amore.
In una sua conferenza, l’evoluzionista Telmo Pievani sostiene che in fondo c’è una sola ragione per cui la nostra specie sapiens è sopravvissuta per centinaia di migliaia di anni: questa ragione è la “cura”. Il prenderci cura. L’avere cura, dei nostri piccoli homo, ma anche di quelli più anziani. Se non fosse stato per questo “istinto”, non saremmo più qui da un bel pezzo.
Davvero strano a dirsi di questi tempi: la chiave (una delle molte nel nostro mazzo evolutivo) del nostro successo consiste nel non lasciare gli altri indietro. Il concetto di cura può essere molto vasto, tendente all’infinito. Stringendo il campo, potremmo farci rientrare alcuni aspetti molto pratici della nostra sopravvivenza di specie: le cure mediche, l’educazione, il senso di appartenenza, la stabilità sociale – tutte risorse che per molti secoli sono state raggiungibili solo attraverso la comunità di cui si faceva parte. Ma oggi non è più così, almeno non per quella porzione di mondo di cui fa parte chi sta scrivendo, e con ogni probabilità chi mi legge.
Non ci occorrono più erbari portentosi e brodi sciamanici tramandati dagli avi, abbiamo ospedali, farmacie e pediatri. Non sapremo accendere un fuoco o mietere il granturco come i nostri bisnonni, ma la nostra educazione prevede scuole, internet, l’intelligenza artificiale. E non è certo più la piccola comunità a dare senso al nostro stare al mondo, al contrario: dalla comunità noi scappiamo. Andiamo via, lontano. Appagate le urgenze elementari, il mondo si traveste così da unica, enorme, imminente tribù globalizzata che finge di poter soddisfare tutti, in tutto, e tutti allo stesso modo. E la famiglia nucleare, in questo scenario, somiglia sempre più all’ultimo baluardo della solitudine capitalista: una cellula isolata che deve bastare a se stessa, schiacciata tra mutui e progetti preconfezionati.
«Quando ero piccolo vivevo in una tribù indigena. - racconta Juan, un ragazzo di origini colombiane che incontro a un tavolino di Ostello Bello a Milano, - Non esisteva il concetto di coppia né di nucleo familiare, non c’erano mariti né mogli: tutti gli uomini erano padri di tutti i bambini e tutte le donne erano madri». Con Juan ci sono Mateo, Alejandro e Sofìa, anche loro originari del Sud America e cresciuti in contesti sociali simili. «L’impatto con l’Italia è stato difficile», dice Sofìa: «Qui spesso si vive il concetto di coppia in modo molto stringente». Mi spiega che non si ritrova nella concezione monogama dell’amore, perché per lei amare non può ridursi all’interazione sentimentale della coppia, anzi, «è impossibile amare una sola persona». Lei – come Mateo, Juan e Alejandro – ha una relazione aperta. «Non vuol dire che vado con chiunque - precisa Mateo - ma che la mia esperienza dell’amore può andare oltre il rapporto con la mia compagna, e lo stesso può fare lei. Se ho il desiderio di prendermi cura anche di altre persone perché dovrei farne a meno?».
Manca infatti un tassello, nel concetto di cura sociale cui abbiamo accennato prima. Un bisogno evolutivo che nessuno Stato potrà mai fingere di realizzare: quello di amare e, ovviamente, di sentirci amati. La società non ci ama. Gli Altri sì. È qui, in un coacervo di pregiudizi e carenze legislative, che l’amore prova oggi a ridisegnare il concetto di comunità.
Nuove tribù che siano davvero in grado di curare, di educare, e nelle quali scoprire il senso del nostro stare al mondo, che non si riduca al successo individuale né alla capacità di performare nella sala attrezzi della società neoliberista. Sono famiglie queer, joint family, costellazioni poliamorose. Sono forme di relazione alle quali i multivitaminici sociali e la dieta capitalista, con le loro razioni in milligrammi di sicurezza immobiliare, vita eterna e illusione di possesso non bastano più. La nostra sopravvivenza umana passa per un altro tipo di benessere: emozionale, affettivo, sentimentale, psicologico. E i nuovi modelli famigliari rispondono a questo bisogno assordante.
Ho incontrato in Toscana, alle porte di Firenze, Lisa, Anthea, Giulia e Riccardo, una famiglia poliamorosa. «Il poliamore per noi non è un desiderio di varietà, ma un modo diverso di stare al mondo», spiega Lisa. Tutto è iniziato tra lei e Rick, poi l’incontro con Anthea ha allargato il perimetro e infine Giulia ha completato il quadro. «Siamo una famiglia, anche se molti fanno ancora fatica ad accettarlo», dice Anthea mentre ci accomodiamo nel loro piccolo salotto per bere un caffè. «Nelle mie precedenti esperienze in coppie “chiuse” spesso il supporto diventava un obbligo dettato dal ruolo», dice Rick, «qui è una scelta che rinnoviamo. Se Giulia ha un problema al lavoro, sa che troverà tre ascolti diversi». «Amare più persone non toglie nulla a nessuno» sostiene Giulia. «Nella coppia tradizionale l’amore finisce spesso per diventare il dovere di soddisfare ogni bisogno dell’altro, una sorta di contratto asfissiante. Qui invece l’amore resta una scelta libera, perché nessuno di noi è obbligato a essere “tutto” per l’altro».
Alcuni mesi fa mi è capitato di incontrare diversi nuclei poliamorosi, chattando con loro su un’app di dating dedicata, chiedendo una chiacchierata in cambio di un calice di vino. Ogni costellazione intervistata aveva le sue storie, le sue leggende famigliari, i suoi confini. Ma da tutte le conversazioni è emerso un aspetto che mi ha colpito: questi rapporti sono spazi di profonde interrogazioni, fragilità, dubbi, occasioni di verbalizzare ciò che si prova, nel bene e nel male. Nelle mie esperienze monogame, non ricordo onestamente molti episodi in cui io o l’altra persona abbiamo deciso di mettere sul tavolo le nostre gelosie, desideri o fantasie per osservarle insieme e discuterle. Le famiglie poli che ho incontrato ruotano invece proprio intorno a questa urgenza di chiarezza e soddisfazione autentica, radicale. «Amare vuol dire aiutare l’altro a realizzare la sua felicità, ma questo è possibile solo se i bisogni di tutti sono espressi in modo onesto», mi ha detto Rachele, una delle ragazze poli che ho incontrato a Milano.
«Ciò non vuol dire che i rapporti non-monogami siano l’unico modo autentico di stare insieme», precisano le educatrici di Il Piacere Mio, team che da alcuni anni si occupa di consulenze sessuologiche e divulgazione in ambito relazionale, e che mi hanno aiutato a comprendere meglio queste nuove forme. «Anche in una coppia monogama si può raggiungere un grado di verbalizzazione delle proprie debolezze e delle proprie richieste, che magari escono dalla coppia e che possono anche essere affrontate ed esaudite. Però è chiaro che la nostra cultura ha profonde radici legate a sentimenti come il possesso e la gelosia, difficili da scrollarci di dosso, e in questo le non-monogamie hanno molto da insegnarci».
Mi tornano in mente le parole di Nonna Santa, novantaduenne siciliana, incontrata sulle pendici dell’Etna, vicino Catania. Madre di nove figli, nonna di ventidue nipoti, bisnonna di altri tre, che ha visto crescere quattro generazioni, ciascuna diversa dall’altra. Lei, che ancora porta nel taschino della vestaglia la fede del marito che non c’è più, ne ha «visti di tutti i culura!». Figli divorziati, nipoti «fimmini ca ci piaciunu i fimmini: meju!», parenti espatriati, tradimenti. Alla domanda «Che cos’è per te una famiglia?» risponde così, senza pensarci troppo: «Famigghia è ca ni vulemu beni. Solu chistu».
È questa la cura, l’antidoto all’estinzione. Lo dice anche l’archeologia: «L’amore è una storia di “gesti” all’interno di una comunità di esseri umani», racconta Andrea Di Giovanni, archeologa del gender. «Gesti ai quali non abbiamo potuto assistere, ma che sono testimoniati, per esempio, dai moltissimi doni ritrovati nelle necropoli di tutte le civiltà: oggetti amati, accessori utili, ricordi di famiglia. Ci sono testimonianze di sepolture di donne nel VI secolo, morte durante la gravidanza, tumulate insieme ad animali ancora vivi affinché potessero nutrirsi anche nell’altra vita e portare a termine la gestazione.
L’archeologia ci racconta che l’amore ha molto a che fare con la sopravvivenza di una comunità: è un atto di cura, anche quando le persone amate non ci sono più. È un perseverare nella realizzazione dei bisogni dell’altro». Io non credo in un aldilà, né a esoterismi di ogni sorta, ma se dovessi pensare a una definizione di cosa sia l’amore la prima che mi viene in mente è di Platone, dal “Simposio”: l’amore è un incantesimo. L’amore incanta, instupidisce.
Etimologicamente: crea stupore, quel senso di meraviglia che i greci chiamavano "thaumazein" e che è il principio di ogni filosofia. È questo ciò di cui abbiamo bisogno, forse, oggi: smettere di performare, riappropriarci del senso più profondo del concetto di cura. E questo senso, sfuggente ma inequivocabile, noi lo chiameremo amore.
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