Cultura
12 febbraio, 2026Gesto creativo e impegno sociale. Con l’urgenza di diffondere “il verbo dell’amore”. A Bologna “The touch of vision”
C’è un luogo dove rimettere il cuore in gioco. Non una semplice esposizione, ma un archivio emotivo. La prima personale a Bologna di Nello Petrucci, poliedrico street artist e filmmaker napoletano, nasce dall’urgenza di diffondere “il verbo dell’amore” in un periodo storico segnato da guerre, conflitti, divisioni, paura, senso di perdita e smarrimento. È arte visiva che si fonde con l’impegno sociale. In concomitanza con Arte Fiera e nel vivo del programma di Art City, la galleria Portanova12 presenta per un mese, “The touch of vision”, un percorso catartico e sperimentale a cura di Massimo Cattafi, che prende forma come gesto poetico che torna all’essenza: ci invita a riscoprire noi stessi in relazione agli altri attraverso un linguaggio ispirato dall’amore.
Si tratta di un’esposizione che diventa un dialogo con l’identità culturale di Bologna, che addirittura nasce in città ancora prima di entrare in galleria attraverso una serie di affissioni di manifesti che contengono il suo messaggio centrale. Petrucci rende visivamente questo concetto mettendo in scena una parata di manifesti che ribattezza “fuori e dentro porta”, sui quali viene impressa, in 26 lingue diverse, la scritta “Più amore, per favore”. È un messaggio quasi infantile, che arriva diretto proprio perché semplice.
«“Resti” è l’installazione che sento più intima: quella dei frammenti sospesi nell’acqua», esordisce Petrucci, che aggiunge: «È silenziosa, fragile, e proprio per questo capace di parlare direttamente a noi. L’acqua diventa una metafora della coscienza e della memoria: conserva, protegge, deforma e allo stesso tempo rivela. In questa trasparenza affiorano frammenti di sguardi, pensieri, resti di memoria, cose che faticano a trovare un posto nel mondo veloce in cui viviamo». Petrucci è consapevole che la nostra società è avida di immagini, ne consuma sempre di più e le dimentica sempre più in fretta. «Quest’opera prova a creare un dialogo in un luogo quasi celebrativo, uno spazio di sospensione. Possiamo racchiuderla come se fosse un archivio emotivo del presente. Ogni frammento è una piccola confessione, una traccia di umanità salvata dal rumore. Resta lì, nel suo silenzio. E in fondo, guardandola, ho la sensazione di guardare dentro una parte molto personale di me e, allo stesso tempo, dentro qualcosa che appartiene a tutti».
La mostra “The touch of vision” nasce da un’urgenza molto semplice e radicale: ricordarci che siamo esseri umani prima di essere ruoli, numeri, profili, identità digitali. «“Più amore, per favore” non è uno slogan: è una richiesta. Quasi una preghiera laica. Viviamo in un tempo in cui tutto corre, tutto si consuma, tutto si dimentica in fretta, anche le emozioni. Questa mostra è un invito a rallentare, tornare all’essenziale, a ridare peso alle parole, ai gesti, alle fragilità, osservare i nostri frammenti. Una guida a guardare dentro di noi, chissà anche un invito a risvegliarci in un tempo così confuso come questo che sta prendendo direzione opposte. La mostra non vuole dare risposte, ma creare uno spazio di ascolto. Un piccolo atto di resistenza interiore. Perché senza cura, senza attenzione, senza amore, anche l’umanità rischia di diventare un frammento archeologico».
È profondo il rapporto tra l’artista e Bologna, una relazione ricca e stratificata radicata nel tempo. «Bologna è una città con una memoria culturale fortissima, e sa ancora essere curiosa, aperta, viva. Questa galleria è un luogo di ricerca, di vera ricerca, da tantissimi anni, e porta con sé il sapore della sperimentazione degli anni passati. Ho accettato subito l’invito a essere qui, a creare una mostra che parla del nostro tempo, senza fronzoli. Credo che oggi l’artista abbia il dovere di non decorare il presente, ma di attraversarlo. La mostra si estende anche fuori dalle mura e Bologna è pronta ad accoglierla. È un gesto poetico ma anche civile: un messaggio semplice, diretto, che entra nelle strade e poi torna dentro uno spazio intimo. Mi interessa che il lavoro non resti chiuso dentro l’arte, ma che tocchi le persone, anche solo per un istante, nel loro quotidiano. In fondo ogni mostra dovrebbe essere questo: uno scambio vero, non una vetrina. Un modo per lasciare qualcosa e portare via qualcosa. Un invito a fermarsi un attimo, a guardarsi e, magari, anche a riconoscersi».
Che il legame fra mostra, città e spazio espositivo sia fortissimo ce lo conferma anche Massimo Cataffi, curatore della mostra: «Portanova12 è una galleria molto legata alla città di Bologna, che è la terra dove l’arte urbana è nata. È il primo spazio d’Italia che fa una ricerca precisa ed esclusivamente su artisti che provengono dall’ambito dell’arte urbana dove si lascia grande libertà alla ricerca e alla sperimentazione. È stata fondata 16 anni fa dallo storico dell’arte Antonio Storelli, una persona che ha lavorato per far scoprire nel contemporaneo quelle cose che non erano conosciute ma avevano uno spessore».
E con Petrucci come è nata l’idea? «Lo abbiamo incontrato qui in galleria e ci ha raccontato che girava per la città ad attaccare i suoi poster, così siamo andati insieme a lui, perché il suo lavoro ci era sempre piaciuto molto, ed è nata un’amicizia».
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