Cultura
14 febbraio, 2026L'incontro, i ricordi, il varo de La Nave di Teseo. L'editrice racconta il Professore e le sue straordinarie intuizioni
Il 19 febbraio del 2016 moriva Umberto Eco. «La sua grandezza ancora la dobbiamo capire», disse allora Elisabetta Sgarbi, al Castello Sforzesco di Milano, dove una folla oceanica accorse a rendere l’ultimo omaggio al professore. «Per me era un amico e lo ringrazio di averci voluto così bene», aggiunse l’editrice e regista, che ha anche ideato e dirige la rassegna culturale La Milanesiana.
Il 27 febbraio 2016 usciva “Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida”, raccolta dei testi delle Bustine di Minerva, l’arguta e leggendaria rubrica tenuta su L’Espresso dal 1985 al 2015. E prima pubblicazione in assoluto della casa editrice La nave di Teseo, che Eco aveva contribuito a fondare quando, nel novembre del 2015, lo storico nucleo redazionale e di autori di Bompiani, ceduta da Rcs a Mondadori, aveva deciso di dare vita a una nuova realtà: a bordo, con lui e con Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose, Eugenio Lio, Anna Maria Lorusso, Sandro Veronesi, Furio Colombo, Edoardo Nesi, Sergio Claudio Perroni, Guido Maria Brera e un editore prestigioso come Jean-Claude Fasquelle, che dal 1980 aveva acquisito “Il nome della rosa” in Francia e inaugurato col gruppo una forte relazione d’amicizia.
Avrebbe dovuto chiamarsi Alamo la neocasa editrice, ma fu proprio l’editore francese a far cambiare idea (ad Alamo erano morti tutti…). Così arrivò l’intuizione definitiva: Eco si ispirò a Plutarco e al mito secondo il quale gli Ateniesi conservarono per secoli la nave su cui Teseo era tornato da Creta, sostituendo le assi marce con parti nuove. Per parlare, attraverso quella metafora di continuità e di identità, pur nel cambiamento. Valori che Elisabetta Sgarbi custodisce, da direttore generale e direttore editoriale, innovando e confermando, valorizzando i classici e guardando alle voci più nuove, puntando al futuro e dando futuro al passato. Una casa editrice “indissolubilmente legata alla figura di Umberto Eco”, di cui Mario Andreose, da sempre curatore editoriale e grande amico dello scrittore, è presidente e Stefano Eco, il figlio, vicepresidente.
Elisabetta Sgarbi, Umberto Eco aveva posto il veto a celebrazioni e convegni su di lui, prima di dieci anni: il tempo per far sedimentare il valore, diceva. Oggi abbiamo dunque anche il suo via libera per celebrarlo e fare i conti con la sua eredità. Partiamo da qui: qual è stata la lezione più grande che Umberto Eco ha lasciato?
«Non so se sia la più grande. Direi la fatica dello studio che diventa divertimento. C’è un punto in cui la fatica di studiare e di capire, il rigore della comprensione si rovesciano in un divertimento assoluto e infinito. Ma bisogna lavorare molto per raggiungere quel punto. Era un grande lavoratore, Umberto. Lui sintetizzava tutto questo nell’esortazione alla “curiosità”».
E quella che è rimasta dentro di lei?
«Io arrivai alla Bompiani da ufficio stampa. E Mario Andreose – allora direttore editoriale, che mi chiamò e che di Umberto era amico, editore, complice, agente letterario – mi chiese di occuparmi di “Sugli specchi”, un saggio che stava uscendo di Umberto Eco, il quale era già non solo il grande studioso, ma l’autore del “Nome della Rosa” tradotto in tutto il mondo. Eco mi insegnò a fare l’ufficio stampa. Detto così sembra poco, ma per un editore è fondamentale saper parlare con i giornalisti. Mi insegnò quanto la promozione dei libri nel mondo della comunicazione fosse un ruolo essenziale per l’editore. Quelle lezioni pratiche e teoriche me le sono portate dietro, hanno cambiato per sempre il mio modo di pensare l’editoria».

Può ripercorrere qualche episodio che le è rimasto impresso, qualche impressione alla quale ha ripensato in questi anni? Di lui ha detto più volte: “Se stavi attento, potevi imparare moltissimo”.
«Ricordo il suo senso dell’amicizia, molto vicino a quello di Franco Battiato, anche se i due erano molto diversi, e forse non si piacevano troppo. Ricordo quanto si spendeva quando credeva in un libro di una persona che stimava. Ad esempio: “Come i delfini”, di Marina Mizzau, una raccolta di racconti da cui poi fu tratto un film, “Come si fa un Martini”, di Kiko Stella. E ricordo la sua generosità, che era il mettere a disposizione la sua autorevolezza per una causa in cui non aveva diretto interesse. Ovviamente in questo senso non posso non menzionare la fondazione della Nave di Teseo. Ma ci fu un episodio, al Festival delle Letterature di Mantova, del tutto gratuito: in hotel, eravamo con Umberto, e c’era anche J. M. Coetzee: Umberto andò a salutarlo, e lo invitò alla Milanesiana, nel senso che gli raccontò del festival, ci presentò, e da lì Coetzee è diventato un ospite ricorrente. E così ascoltavo sempre i suoi suggerimenti: per anni ho concordato con lui il tema della Milanesiana, che lui poi interpretava in una lunga lectio magistralis illustrata, con code fuori dal teatro. Questi suoi interventi sono poi diventati un libro tradotto ovunque, “Sulle spalle dei giganti”.
Eco sapeva guardare lontano: coglieva fenomeni nuovi, univa segni e collegandoli li interpretava. Quale le sembra la sua intuizione più geniale?
«Ci sono alcuni percorsi straordinariamente fertili, intrapresi in momenti insospettabili: l’analisi di alcuni fenomeni di massa (dalla televisione di Mike Bongiorno al fenomeno di Rita Pavone); il fumetto; le analisi dei falsi e delle teorie del complotto; l’idea del “fascismo eterno”, inteso come lotta costante che ciascuno di noi deve fare per sottrarsi a tendenze regressive che sono costanti dell’umanità; e ancora l’idea della “costruzione del nemico” per edificare la propria identità culturale. Ma se ne scoprono continuamente, nelle pieghe dei suoi lavori».
Ce lo racconta un po’ nel privato? Tra i suoi libri, la Biblioteca del mondo da oltre 30 mila volumi; alla scrivania, a cena?
«Non sono la persona giusta, bisogna chiedere a Mario Andreose. Non avevo questo rapporto così intimo con lui, anche perché ne ero molto intimorita. Ci sono tanti momenti che ho bene impressi, questo sì: Eco che suona il flauto. O i quiz che preparava per gli studenti, che testava sugli amici all’ultimo dell’anno: un momento di panico assoluto, perché era certo che noi non avremmo saputo rispondere ad alcune domande. Ma sapeva essere feroce: una volta che sbagliammo un indice nella ristampa di un suo libro, ci disse: “Non cambio editore solo perché mi costerebbe troppa fatica farlo”. Vorrei ricordare la sua fedeltà agli amici: Pier Luigi Cerri (che scegliemmo insieme per disegnare la grafica della Nave di Teseo); Gianni Coscia (suo amico del liceo, fisarmonicista che abbiamo coinvolto in tante Milanesiana); Tullio Pericoli, ritrattista ufficiale, amato per i suoi disegni intelligenti e il suo tratto singolare, ma ce ne erano altri, come Furio Colombo che lo ha accompagnato in tante avventure».
Ha rinnovato il romanzo. Ha scritto testi filosofici condensati nello spazio di una Bustina. E collezioni di testi scherzosi, satirici, parodistici, col gusto di destabilizzare. A proposito della proverbiale ironia del professore: ne ha qualche ricordo particolare?
«Recentemente abbiamo ripubblicato alla Nave di Teseo, “Filosofi in libertà”, un libro di filastrocche illustrate che il giovane Eco compose nel 1958. Un compendio umoristico della storia della filosofia, illustrato con i suoi disegni. Valentino Bompiani, visto il libro, volle conoscerlo e Eco divenne una colonna della Bompiani. Da Bompiani fondò una collana “Amletica leggera”, dove pubblicò per la prima volta Woody Allen, Marcello Marchesi, Paolo Villaggio, per fare solo alcuni nomi. E poi le barzellette: a volte era una sfida, magari con Moni Ovadia. O gli scambi di battute con Pierluigi Cerri».
Aveva una cultura sconfinata, anche all’estero era acclamatissimo. Metteva soggezione? Una sua ex studentessa, la professoressa Giovanna Cosenza, dieci anni fa scrisse proprio su L’Espresso: “Incuteva timore. Non perché fosse severo: ma per le sue conoscenze immense, quasi mostruose”.
«A me metteva tantissima soggezione. Ma, appunto, non era colpa sua. Non era saccente, benché fosse consapevole di sé e del valore del suo lavoro. Era il rigore che aveva, associato al suo immenso sapere, che faceva un po’ paura».
Spronava gli studenti a imparare a memoria le poesie; a leggere, per vivere molte vite; rendeva per loro più accattivante la Storia. Dei giovani osservava tutto: il rapporto con la tecnologia, il modo di viaggiare… Eco e i giovani: ne ha avuto esperienza?
«Qui coglie un elemento molto importante: mi faceva sorridere il fatto che Eco fosse irraggiungibile per alcuni, anche autorevoli, intellettuali o giornalisti, che magari chiedevano a me o a Mario Andreose di fare da tramite; e nello stesso tempo era raggiungibilissimo da uno studente del primo anno di Università a Bologna, a lezione o all’orario di ricevimento. Questa sua dedizione al mestiere di docente mi ha sempre colpito molto, e va sottolineato con forza. E questo i suoi studenti lo sapevano. E lui ascoltava e imparava dai “suoi” ragazzi e allievi in uno scambio continuo: ricordo Anna Maria Lorusso fedelissima e attenta, Siri Nergaard, Elena Kostioukovitch, la sua traduttrice dal russo, Riccardo Fedriga… Ed è forse tutto questo che lo rende ancora molto letto tra i ragazzi».
La nave di Teseo è strettamente legata a Umberto Eco –a partire dal nome. Ripercorriamo il tempo della nascita della casa editrice, l’entusiasmo e le paure, i successi, le complicità?
«Fu un gesto esemplare di libertà, responsabilità, giovinezza, anche se sapeva che non aveva molto tempo davanti a sé. Ricominciare tutto da capo, quando si è alla fine, non è semplice. Ma lui disse: lo faccio per i miei nipoti, intendendo l’esemplarità di un gesto. Ma ricordo un momento particolare: eravamo intorno a un tavolo, e io gli illustravo quali autori avremmo potuto sperare di coinvolgere. E allora gli dissi, un po’ avventatamente, e superficialmente, che avremmo avuto bisogno di un suo nuovo romanzo. E lui mi rispose con una vena di malinconia profonda, una delle pochissime che ricordo: “No, non c’è tempo per quello”».
Un libro tra quelli pubblicati in questi anni, che sarebbe certamente piaciuto a lui?
«Umberto Eco fu il primo in Italia a rendersi conto di quanto fosse interessante “Sapiens” di Yuval Harari. Lo avevo appena pubblicato, nessuno lo conosceva, all’estero era ancora inedito, salvo in Israele. E lui mi chiamò con un raro entusiasmo dicendomi che era un libro geniale. Lo dico perché Umberto era anche un editore straordinario. E dico sempre a Mario Andreose che dovrebbe raccontare in un libro Umberto Eco editore. Non menzionerei però un libro, per tornare alla sua domanda, ma una operazione importante che ha fatto La Nave di Teseo, e che abbiamo fatto pensando a lui: l’acquisizione della rivista Linus (che lui aveva battezzato nel 1965) e la nostra incursione nel mondo del fumetto con Oblomov, diretta da Igor Tuveri. Da questa curiosità è nato “Il nome della rosa” di Milo Manara, bestseller in Francia e in Italia, un successo che ha dato ulteriore impulso al romanzo di Umberto Eco».
Da intellettuale vero interveniva nella politica tutte le volte che vedeva valori e ideali in pericolo. In una lettera al figlio, sui regali di Natali, scriveva: “Ti regalerò fucili, Stefano. Ma non ti insegnerò a sparare agli indiani. Ti insegnerò a sparare ai trafficanti di armi, agli schiavisti del Sud, ai mercanti d’avorio. Giocheremo dalla parte degli Arabi contro Lawrence e, se giocheremo ai romani, staremo dalla parte dei Galli”. Immaginiamolo oggi, tra guerre e sovranismi, discriminazioni e prepotenze.
«Una lettera bellissima quella, che assume ancora più valore oggi che Stefano e Carlotta hanno dato vita a una Fondazione nel nome del padre e che Stefano Eco è vicepresidente della Nave. Eco prendeva posizione, era un intellettuale impegnato e libero. Tutti i temi per cui ha combattuto sono peraltro attualissimi: il conflitto di interesse, il tema della giustizia. E la lettera da lui scritta al Corriere della Sera invocando l’antitrust, nel 2015, sul tema delle concentrazioni editoriali, è più viva che mai. Siamo stati certamente sconfitti su questo tema, ma non è detto che Umberto Eco non avesse ragione. E l’andamento del mercato può esserne una spia».
Ha innovato il romanzo, ha reso l’autore un personaggio tra tanti. È stato l’intellettuale che manca. Anche soltanto sotto qualche aspetto, ha mai incontrato uno scrittore, un filosofo, uno studioso sul suo solco?
«Un intellettuale della sua ampiezza di interessi no. Direi proprio di no. Romanziere, editore, saggista, autore televisivo, corsivista, pamphlettista, professore, tutto a livelli altissimi, e tutto con una massima risonanza internazionale».
Un libro di Umberto Eco da riscoprire, secondo lei non abbastanza capito o non adeguatamente valorizzato?
«Anzitutto mi sembra importante dire che in dieci anni siamo riusciti a portare tutto il suo immenso catalogo alla Nave di Teseo, come lui voleva e come ci siamo impegnati a fare con lui al momento della Fondazione. Per rispondere alla sua domanda, direi il suo ultimo romanzo, “Numero zero”. Una radiografia del presente e del modo in cui nel presente possiamo trasformare il passato».
E un titolo per chi è più giovane dal quale iniziare a leggerlo, per scoprirlo?
«Direi sempre “Numero zero”. È una lezione, in forma di romanzo, sul modo con cui ci si deve confrontare con il mondo della comunicazione e sui falsi che girano ovunque».
Foto di Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco: courtesy La Nave di Teseo
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Senza Eco - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 13 febbraio, è disponibile in edicola e in app



