Cultura
15 febbraio, 2026Articoli correlati
Si chiamano Berggruen, Guillon, Mikhelson. Collezionisti miliardari che acquistano antichi palazzi e li trasformano in santuari di bellezza e cultura. Viaggio in città alla vigilia della Biennale
Possedere un pezzetto della città più bella del mondo, come fosse un’opera d’arte in multi-proprietà, è un desiderio sempre più diffuso tra i collezionisti di tutto il mondo. Quadri, sculture e magari pure la residenza fiscale sempre più spesso vengono trasferiti tra le mura di un palazzo veneziano. Molti di questi neo-veneziani dall’accento esotico conducono una vita strettamente privata ma sono in grande crescita quelli che aprono istituzioni pubbliche che arricchiscono il patrimonio culturale della città: creano un nuovo ecosistema sociale e ne modellano le prospettive future al di là degli stereotipi che vogliono Venezia popolata solo da turisti e gabbiani. Google Maps tra calli e campielli ogni volta impazzisce, ribadendo così un concetto piuttosto palese: Venezia segue delle leggi spazio-temporali tutte sue. Forse è proprio questa parvenza di eternità che attrae l’arte contemporanea sempre in cerca di una consacrazione che la traghetti al di là del tempo presente, così incerto.
E poi c’è la Biennale che ogni due anni mette Venezia al centro del sistema artistico globale: l’edizione del 2026 dal titolo “In Minor Keys” inaugura il 5 maggio. Peggy Guggenheim lo aveva capito prima di tutti che era il luogo perfetto per esporre una collezione. Nel 1949 trasferisce opere e cani a Palazzo Venier de’ Leoni, aprendola al pubblico un anno più tardi. François Pinault battezza Palazzo Grassi e Punta della Dogana a sede della propria collezione, rispettivamente nel 2006 e nel 2009 allungando la stagione espositiva in laguna ben oltre gli opening della Biennale. E proprio Punta della Dogana entra ancora di più nell’immaginario collettivo, anche letterario, attraverso il libro di Leila Slimani, “Il profumo che i fiori hanno la notte”.
Adesso gli emuli di questi precursori sono decine: Palazzo Diedo fino al 1989 ospitava una scuola elementare, allora la città contava più di 100mila abitanti, il doppio di oggi, la scuola elementare serviva. Tra gli alunni c’era anche Mario Codognato, che dopo una carriera internazionale è tornato proprio a Palazzo Diedo per dirigere Berggruen Arts & Culture, affiancato dalla curatrice Adriana Rispoli. Il progetto è nato dalla volontà dell’imprenditore Nicolas Berggruen, attivo a Venezia anche con altri investimenti filantropici. Inaugurato durante la Biennale del 2024 con una personale di Ibrahim Mahama, nominato artista più influente del mondo nell’ultima classifica Power100 di ArtReview. Le mostre coinvolgono grandi nomi internazionali e fino al 22 di febbraio troviamo una personale di Olaf Nicolai “Eisfeld II Enjoy / Survive”: protagonista una pista di pattinaggio che sorge in una sala affrescata e fa eco alle olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Di grande valore gli interventi permanenti, che si fondono con le architetture del palazzo settecentesco progettato da Andrea Tirali e diventano patrimonio cittadino. Un affresco di Urs Fischer, le lampade di Sterling Ruby, una scala-scultura di Carsten Höller e un’installazione “invisibile” di Piero Golia, incastonata nel pavimento si rivela al buio come una costellazione luminosa. Per Berggruen Venezia è il luogo dove nella storia est e ovest si incontrano, e ora dialogano attraverso l’arte. Didier Guillon si occupa di bellezza a tempo pieno, è infatti a capo di Valmont uno dei più importanti brand di cosmesi. La fondazione Valmont ha trovato casa a Palazzo Bonvicini e ha un claim piuttosto evocativo – “When art meets beauty” - visto che gli intrecci tra azienda e arte sono continui, anche nel packaging di preziosissimi profumi. La prossima mostra ad inaugurare sarà “PENELOPE, Her Journeys”, una tri-personale al femminile curata da Valentina Secco e Francesca Giubilei, terzo capitolo di una trilogia dedicata all’Odissea. E se Berggruen ha saputo raggruppare i più influenti artisti di oggi, l’approccio all’arte di Guillon è più intimista, legato al proprio vissuto, non a caso il protagonista di una delle opere presenti nella mostra appena terminata è suo figlio Maxence. Per suo desiderio in fondazione si organizzano persino delle sessioni di meditazione aperte gratuitamente alla città, rivelando una visione olistica della cultura. L’amore con Venezia è scoppiato in modo quasi romantico e visionario, qui si sente vivo e circondato da energie creative e la considera un piccolo “villaggio” fragile ed internazionale che va preservato ad ogni costo.
Villaggio globale ma comunque villaggio e negli ultimi due anni, non è passato inosservato l’arrivo della pur riservatissima Victoria Mikhelson. In due anni, la sua creatura, La Scuola Piccola Zattere diretta da Irene Calderoni, già curatrice della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, ha saputo ritagliarsi uno spazio importante nell’offerta culturale cittadina e a Victoria finalmente viene riconosciuto un ruolo che va oltre a quello di essere la figlia del magnate russo Leonid Mikhelson. Non solo spazio espositivo ma soprattutto centro di residenze artistiche, una quindicina l’anno e molta enfasi sulla multidisciplinarietà, tra gli ultimi borsisti troviamo infatti anche il drammaturgo e performer Jacopo Giacomoni: durante il suo periodo di residenza conduce diverse sessioni di un laboratorio di scrittura collettiva aperte al pubblico, il nome è al quanto evocativo Dipartimento di Drammaturgia Parassitaria (Ddp).
Nei giorni di apertura della prossima Biennale verrà presentato un nuovo intervento sostenuto dalla fondazione, un intervento di sicuro impatto e di valore per la collettività alle Tese delle Galeazze all’Arsenale, proprio di fronte al Padiglione Italia. Hyroyuki Maki è un imprenditore giapponese a capo di Melco group, conglomerato industriale attivo in vari settori, arrivato a Venezia nel 2024 come uno dei donatori del Padiglione giapponese alla Biennale, ha trovato grande connessione con la città e ha quindi deciso di investire in prima persona: nel 2025 ha portato in laguna sotto il cappello di Anonymous Art Project una mostra a due di Kengo Kito e Mika Ninagawa. Il nome del progetto, “Anonymous”, racconta la tensione che vive la filantropia nella cultura giapponese tra il valore che viene dato alla riservatezza e il desiderio di avere un impatto collettivo. Maki a Venezia non ha ancora messo radici cosa che stanno invece facendo alcuni suoi connazionali. Questi facoltosi “migranti” fanno di Venezia il laboratorio di uno dei futuri possibili per il nostro Paese dove Il patrimonio artistico diventa un attrattore di investimenti internazionali. Un punto di forza dell’Italia in uno scacchiere globale ipercompetitivo, dove il rischio è quello di diventare irrilevanti e poco attraenti: tra deserto demografico, deficit nell’innovazione tecnologica e burocrazia asfissiante. Un asset strategico forse troppo spesso dato per scontato.
E poi ancora “Ama Venezia” ossia la collezione dell’imprenditore belga Laurent Asscher, collezionista di grande blasone che siede anche nel board of trustees della multinazionale delle gallerie, Gagosian; il prossimo 5 maggio inaugurerà la mostra collettiva “Aura”, secondo capitolo della sua storia espositiva veneziana. Si muove tra arte ed ecologia Ocean Space, presieduto da Francesca Thyssen-Bornemisza, quando le arti diventano un veicolo per sensibilizzare verso i problemi ambientali in particolare degli oceani. Mentre cultura, salute e educazione sono tra i temi al centro dell’associazione SUMus, nata da un’iniziativa dell’ingegnera francese Hélène Molinari. E ancora, a guida francese anche la Fondazione dell’Albero d’Oro a Palazzo Vendramin Grimani. Dal canto suo, il mondo della moda conta molti esponenti di stanza a Venezia, Rick Owens ha trovato casa al Lido e Diane von Fürstenberg ha spostato a Venezia, da Londra, i Dvf Awards, premi dedicati alla leadership femminile. Ma ora tutte l’attesa è per l’apertura, nelle prossime settimane, della Fondazione dello stilista Dries van Noten, già avvistato a parecchie cene in città con il compagno Patrick Vangheluwe. Ha acquisito Palazzo Pisani Moretta, valutato decine di milioni di euro e qui darà spazio all’artigianato di altissimo livello, quasi un omaggio a Homo Faber, celebre progetto della Michelangelo Foundation in collaborazione con la Fondazione Cini, madre di tutte le fondazioni veneziane, aperta sull’isola di San Giorgio nel 1951. Ha un certo valore simbolico il fatto che proprio qui, lo scorso giugno, si sono sposati Jeff Bezos e Lauren Sánchez che con l’arte non c’entrano nulla ma una certa influenza nel plasmare la contemporaneità ce l’hanno eccome. Il fascino di Venezia è trasversale e seduce anche i tecno-miliardari, anche quelli che vogliono conquistare Marte. Venice International Foundation quest’anno compie trent’anni di attività e da qualche mese ha come presidente Katia Da Ros, attivissima imprenditrice trevigiana. La mission è custodire e ridare vita al patrimonio artistico e culturale veneziano. Negli anni Vif ha reso possibile il restauro di vari capolavori di Tiepolo, Canova e Carpaccio ma con incursioni anche nell’arte contemporanea come il sostegno dato alla mostra “Il Museo delle Lacrime” di Francesco Vezzoli al Museo Correr durante la Biennale del 2024. Una comunità di mecenati, luogo di incontro e scambio tra gli associati italiani e stranieri. Porta d’ingresso per quest’ultimi nella vita della città. Uno degli obiettivi del mandato di Da Ros è espandere l’associazione, sia nei numeri che nei confini. Tra gli annunci immobiliari di Christie’s, non un’agenzia qualunque, spicca quello della vendita di Ca’ Dario, palazzo considerato maledetto per chi lo possiede, tra i suoi proprietari del passato si annovera anche l’indimenticato Raul Gardini. Chissà che non sia un’impavida fondazione a spezzare l’incantesimo: per un introvabile affaccio sul Canal Grande vale la pena rischiare.

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