Mondo
15 febbraio, 2026Articoli correlati
I democratici statunitensi stanno attraversando una crisi d’identità. Tra le nuove generazioni cresce il malcontento verso una leadership troppo anziana e poco incisiva
Per battere Donald Trump, i democratici devono prima fare i conti con se stessi. A sinistra cresce l’insofferenza verso una leadership accusata di aver sottovalutato il rischio Maga e, in seguito, di non aver reagito con sufficiente incisività alla svolta autoritaria impressa dall’amministrazione nel primo anno di governo. Da questa tensione prende forma la frattura che attraversa il campo progressista: i giovani candidati sfidano la vecchia guardia, aprendo primarie in vista delle elezioni di metà mandato, quando a novembre verranno rinnovati la Camera e circa un terzo del Senato.
«Il presidente ignora la Costituzione e i dem hanno bisogno di nuove voci. Per questo ho deciso di candidarmi: la mia comunità ha bisogno di aiuto», spiega a L’Espresso Elijah Manley, giovane insegnante e attivista del Sud della Florida che duella con la titolare in carica, con un profilo di netta rottura rispetto all’establishment. È un messaggio che, con parole simili, si ripete da mesi nei comizi, dalla California al Mississippi. La nuova generazione di leader è insofferente e non si riconosce più nei veterani di Washington. Per molti di loro, la decisione di scendere in campo matura dopo la deludente campagna di Joe Biden: la scelta di correre nonostante l’età e i problemi di salute, dopo aver promesso un solo mandato e il successivo ritiro sono diventati il simbolo di una leadership percepita come inadeguata. E colpevole, in parte, del tridente repubblicano che oggi controlla non solo la Casa Bianca ma anche la Camera e il Senato.
È la posizione, per esempio, di Luke Bronin, 46 anni, l’ex sindaco di Hartford, che in Connecticut ha gettato il guanto al deputato John Larson, 77 anni, in cerca dell’endorsement del partito alla convention statale che si terrà il prossimo maggio. Bronin ha più volte sostenuto di voler scendere in campo per combattere la difficoltà dei suoi a favorire un ricambio generazionale. «I democratici restano spesso in carica fino a 80 o 90 anni, a volte fino alla morte. I repubblicani, invece, di solito si ritirano e magari cominciano a lavorare come lobbisti o nelle corporation, ma lasciano il seggio», argomenta Elijah Manley. «Nel frattempo, preparano la “panchina” partendo dal basso: consigli scolastici, assemblee. Così, quando un deputato anziano se ne va, c’è già un trentenne pronto. L’esempio è Marco Rubio; ha iniziato giovanissimo a livello locale, poi nello Stato, fino al Senato. Questo da noi spesso manca».
Anche dopo la recente uscita di scena della decana Nancy Pelosi e di alcuni altri colleghi, compresa la storica deputata ottantottenne di Washington, Eleanor Holmes Norton, la maggioranza dei membri del Congresso over 80 è costituita da democratici. L’età è diventata così un fattore cruciale in queste campagne elettorali per le primarie perché la mancanza di alternanza, in diversi casi, sembra aver indebolito la leadership.
Tra gli esempi più citati c’è quello della senatrice californiana Dianne Feinstein, morta a 90 anni mentre era ancora in carica. E quello della giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, eroina della resistenza, celebrata in vita ma criticata dopo la morte per non essersi dimessa sotto la presidenza Obama nonostante la salute fragile, consentendo a Donald Trump di nominare una sostituta conservatrice.
«Con la maggioranza risicata alla Camera non possiamo permetterci di perdere posti perché qualcuno, a 80 o 90 anni, non decide di farsi da parte», rimarca il candidato della Florida, ricordando come solo l’anno scorso siano morti tre deputati blu: Gerry Connolly in Virginia, Sylvester Turner in Texas e Raul Grijalva in Arizona.
Ma ridurre la richiesta di un ricambio generazionale a una semplice questione anagrafica sarebbe fuorviante. Più in generale si parla di una crisi di identità del partito. Elijah Manley la spiega, partendo dalla sua storia. Ventisettenne cresciuto a Fort Lauderdale, da bambino ha conosciuto la povertà, quando la famiglia perse tutto con la crisi finanziaria del 2008. «Siamo rimasti senza casa, dormivamo in auto o nei depositi», ricorda. «Ogni mattina, prima di andare a scuola, mi lavavo in spiaggia. La mia infanzia è stata segnata dall’esperienza di essere praticamente senzatetto».
In un distretto saldamente democratico, Manley sfida la deputata Sheila Cherfilus-McCormick, imprenditrice nel settore sanitario in carica dal 2022, oggi al centro di un procedimento federale per presunti illeciti legati a fondi Covid risalenti al periodo precedente al suo mandato. L’attivista afroamericano, oltre a fare leva su questo dossier giudiziario, denuncia la presenza a Washington di troppi politici ricchi e distanti dalla realtà quotidiana degli elettori.
«La nostra generazione è frustrata. Abbiamo la sensazione che i miliardari controllino un Paese sempre più simile a un’oligarchia», sostiene. «Il risultato è che non possiamo permetterci l’accesso alla sanità, una casa o un affitto, cose che per i nostri genitori e nonni erano possibili. Nessuno dei due partiti sta facendo abbastanza. Certo, la nostra compagine resta preferibile a quella dei repubblicani e, quando governa, porta a casa dei risultati. Con Biden l’economia è migliorata, ma non è stato sufficiente: è mancata la rapidità e, soprattutto, quel senso di urgenza che la situazione richiedeva». Per questo, secondo Manley, al Congresso devono arrivare persone come lui: «L’esperienza vissuta conta. Le persone devono vedere al potere qualcuno che conosce davvero le loro difficoltà. Avere più voci della classe lavoratrice si tradurrebbe in una rappresentanza più reale». È la stessa scommessa che accomuna altri candidati della nuova generazione, come Mai Vang, consigliera comunale quarantenne a Sacramento, in California, in corsa contro l’ottantunenne Doris Matsui per un seggio da deputata; fino a Evan Turnage, 34 anni, che in Mississippi ha affrontato lo storico leader dei diritti civili Bennie Thompson. Tutti puntano a dare nuova linfa e a riconquistare il voto dei giovani, meno mobilitati rispetto al passato. «Si sentono alienati dal sistema politico e smettono di partecipare perché lo percepiscono come costruito a misura dei ricchi. C’è rabbia poi per quello che viene visto come il silenzio del partito democratico. Trump va contrastato apertamente», continua Manley. Un malcontento che si concentra soprattutto sulla figura del leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, accusato di aver gestito con troppa cautela lo scontro con l’amministrazione Trump, in particolare nelle trattative sul bilancio, e di non essere riuscito a mantenere compatto il gruppo dei senatori nei voti chiave. Dopo la sconfitta di Kamala Harris nel 2024, tra i liberal il mea culpa è diffuso: per molti l’agenda avrebbe dovuto riassestarsi al centro. Una lettura messa in discussione dalle ultime tornate elettorali, a partire dalla vittoria a New York del democratico socialista Zohran Mamdani.
«Non dico che un progressista possa vincere ovunque, ma nei seggi blu sì. Alla fine, non conta l’etichetta, ma chi è capace di fare qualcosa una volta eletto», dice Manley. Oggi a sinistra «tutti sono arrabbiati con la leadership: i moderati perché non si vince, i progressisti perché non si fa nulla. Puntiamo sui centristi da anni e non ha funzionato». Per la sua generazione, ora, «è tempo di guardarsi allo specchio».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Senza Eco - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 13 febbraio, è disponibile in edicola e in app



