Affollatissima di lettori la presentazione di "Umberto" di Roberto Cotroneo. Un evento organizzato da L'Espresso e La nave di Teseo, per ricordare il Professore
«Eco aveva una straordinaria inclinazione al divertimento», dice Mario Andreose, presidente de La nave di Teseo.
«E certo: divertire gli altri era la cosa che prendeva con maggiore serietà», ribadisce lo scrittore Roberto Cotroneo.
Lo scherzo, il motto di spirito, l’ironia erano cose serissime per Umberto Eco. E la serata-omaggio nei dieci anni dalla sua scomparsa, organizzata da L’Espresso e dalla casa editrice diretta da Elisabetta Sgarbi in occasione dell’uscita del libro “Umberto”, non ha tradito quella leggerezza intelligente amata dal Professore.
“Umberto”, libro di memorie - meglio: di intermittenze - raccolta di frammenti di un’amicizia e di una complicità profonde, coltivate da Cotroneo sin da giovanissimo ad Alessandria («è stata la mia prima intervista, gennaio del 1981, nella libreria Dante di Cesarino Fissore. Lui chiese: chi è questo? Io gli feci una domanda che mi pareva di una sfrontatezza necessaria»), è stato il filo conduttore di un incontro molto coinvolgente, nella gremitissima sala della libreria Spazio Sette di Roma.
Ha introdotto l’appuntamento il direttore de L’Espresso Emilio Carelli, che ha voluto dedicare la copertina del giornale ai dieci anni “Senza Eco” e che ha sottolineato come nel libro di Roberto Cotroneo «ci sia il ricordo di tanti momenti passati insieme, raccontati da una delle persone più vicine al Professore, col quale coltivo un forte legame di stima e di complicità».
Enrico Bellavia, vicedirettore de L’Espresso, ha riflettuto sull’Eco-giornalista, autore di indimenticabili Bustine di Minerva: «Eco diceva che la Pravda e The New York Times in fondo nascondevano entrambi la verità: il giornale russo deliberatamente, l’altro perché le centinaia di pagine dei supplementi al quotidiano erano impossibile da leggere per intero. Aveva già colto il rischio dell’infodemia e la necessità di filtri autorevoli».
Brillante e caustico, Mario Andreose, curatore editoriale delle opere di Eco e suo grande amico, ha ripercorso l’epica avventura della diffusione de “Il nome della rosa” nel mondo: una cavalcata tra nomi, luoghi, entusiasmi, scetticismi, anticipi minimi («ma recuperammo presto», scherza) e voglia di scommettere. Fino al momento in cui il libro iniziò quella formidabile circolazione che lo portò a essere il più diffuso nel mondo, dopo Pinocchio. «Voglio ricordare un altro suo bestseller», ha aggiunto Andreose: «Il saggio “Come si fa una tesi di laurea”. Uscito nel 1977 è tutt’ora è diffuso in una trentina di lingue, compreso il russo, l’iraniano, il cinese».
«Eco è la modernità assoluta. Il più moderno di tutti», ha scandito Roberto Cotroneo: «Il sapere e il carisma di Umberto Eco sono una luce accesa: un modo per orientarsi, un’intermittenza nel buio. Confortava e conforta sapere che c’era qualcuno che conosceva le cose che servono, che le ha insegnate, che le ha scritte, che non si è risparmiato, e che ha sempre parlato sapendo quello che diceva».
“Umberto”, questo libro così “echiano” nella sua capacità di stabilire connessioni, unire puntini, colmare amnesie e smemoratezze col senso profondo che gli incontri ci lasciano, è un invito straordinario a rileggere Umberto Eco. Un omaggio affettuoso e un contagioso grazie per l’eredità culturale che ci resta.
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