Cultura
26 febbraio, 2026L’attore interpreta il giudice Giorgio Fontana, che istruì la causa contro il conduttore tv nel 1983. Il clamoroso errore giudiziario al centro della nuova serie tv “Portobello”: “In Italia non si perdona chi usa la tv per accusare o giustificarsi”
«Lei non ha nessuna idea del perché in tanti l’accusano?». Lo chiede Alessandro Preziosi nei panni del giudice istruttore Giorgio Fontana a Fabrizio Gifuni, che interpreta l’accusato Enzo Tortora. È una scena di “Portobello”, la nuova colossale serie firmata Marco Bellocchio su Hbo Max, incentrata sul clamoroso errore giudiziario nei confronti di Tortora, arrestato nel 1983 e accusato di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico. La performance di Preziosi è spietatamente misurata, il suo personaggio è l’emblema di quello che l’attore definisce «il demone della burocrazia». Con un passato remoto da legale e due genitori avvocati sfoggia dimestichezza con il linguaggio processuale. E ha addirittura potuto conoscere di persona lo stesso magistrato Fontana, racconta a L’Espresso, mentre sorseggia un cappuccino accompagnato da un cornetto alla crema.
Chi è il suo Fontana?
«Una specie di Ratatouille, un topino che crede di dover a tutti i costi portare a casa un lavoro legato alle sue abitudini e attitudini».
L’ha conosciuto di persona…
«Poco prima di girare, il caso ha voluto che fosse amico della mia famiglia. Anche mio padre si era occupato di quel processo, era molto giovane all’epoca. E pure mia madre era presente in aula, quando le chiesi se conoscesse Fontana con una tenerezza di altri tempi rispose: “Aspetta, fammi vedere sull’elenco telefonico se c’è ancora”».
Che tipo le è sembrato?
«Non ha perso quell’aria estremamente meticolosa. Non parla mai di “torto” o “ragione”, ma di responsabilità. Ha avuto un provvedimento disciplinare dal ministero di Grazia e giustizia, ha smesso di fare il magistrato, per lui e per altri è stato un inferno a livello psicologico. È anche vero che istruendo il processo con quella modalità».
Quale?
«Fontana cercava coscienziosamente di farsi dire da Tortora quello che Tortora non poteva dirgli. Io credo di essere stato fedele nel mostrare il suo tentativo di mettere in scacco la coscienza di Tortora, come nell’Amleto si mette in scacco la coscienza del re. Il suo sforzo secondo me era: “Aiutami a capire e a dire che non sei colpevole”».
Colpisce la sua cifra interpretativa contenuta, volta a non far trasparire nessuna emozione.
«Confesso che a tratti l’ho trovato quasi noioso. Quando l’ho visto ho detto: “Dio, che palle!” (ride, ndr). C’erano pochi elementi su cui poter basare un vezzo della personalità. Mi è venuto in mente un episodio assurdo che mi è capitato con un ufficio locale di carabinieri che mi avevano convocato».
Cosa successe?
«Mi fanno accomodare e mi dicono: “Un attimo solo Preziosi, il collega arriva subito”. Aspetto cinque minuti, poi arriva il collega: “Buongiorno Preziosi. Allora, senta, le volevo dire, mi scusi un attimo”, si alza e se ne va. Aspetto altri cinque minuti, ritorna: “Allora Preziosi… scusi, mi faccia sentire un attimo la signora venuta prima di lei”, e se ne va un’altra volta. E dire che ero stato convocato con urgenza, stavo girando un film, mi ero preoccupato pensando a mio figlio, a me, a chissà cosa fosse accaduto, invece alla fine era una sciocchezza, tutto si è risolto, ma io lì ho pensato al sadismo della pubblica accusa che a volte, involontariamente o volontariamente, rende l’attesa e l’attenzione del suo interlocutore veramente snervante».
Cosa può dire la serie “Portobello” al pubblico di oggi?
«Credo sia un’occasione per contestualizzare quel momento di grande e raffinata televisione. La serie non esalta solo un uomo e rende eclatante l’ingiusta fine che fa, ma racconta un padre di famiglia, un grande intrattenitore, un uomo intellettualmente sano, messo di colpo al centro di qualcosa di più grande. Il tutto raccontato alla Bellocchio, con un’evidente passione documentaria di precisione matematica. La sua serie è un affresco di che cos’era la televisione di allora e cosa si erano inventati e poi mostra l’errore più eclatante, più mostruoso dell’ingiustizia, lasciando che sia lo spettatore a chiedersi: “È possibile che sia successa una cosa del genere?”. Sì, è successa».
Secondo Tortora in Italia tutto si può perdonare, anche i crimini più efferati, ma non il fatto di essere antipatici. Concorda?
«Quello che non si perdona in Italia è usare la televisione come mezzo attraverso il quale accusare o giustificarsi. Tutte le volte che abbiamo assistito – penso a Paolo Bonolis, Michele Santoro, Antonio Ricci attraverso altri, Fabio Fazio – a un utilizzo del mezzo televisivo per rispondere in maniera puntuta, e quindi eclatante, a qualcosa, quello rischia di determinare una forma di antipatia. Usare la tv per replicare è un modo improprio, tutto quel gioco che è il mezzo della tv attraverso cui si intrattengono le persone si perde in un uso personale. Non so se poi Tortora fosse simpatico o meno, a chi, perché o in cosa, credo che però usasse la tv in maniera estremamente pungente, era fatto così».
Condivide la sfiducia nelle istituzioni, altro tema problematizzato nella serie?
«Uno dei motivi per cui non ho fatto l’avvocato è perché ho avuto modo di vedere quanto il diritto fosse legato a un concetto di opinione e non di verità, di dottrina e non di documentazione del fatto, di orientamento giurisprudenziale e non di approfondimento reale. Ero assistente di diritto tributario, mi sembrava che il diritto tributario fosse tutto interpretabile, bastava un cavillo, una virgola per cambiare le sorti. Detto questo, le istituzioni sono fatte di uomini passibili di tante fragilità e regole, al di là della politica spesso è l’esperienza del giudicante a determinare una presa di posizione. Più che sfiducia, bisogna sempre ricordarsi quando c’è la fiducia nelle istituzioni. Mi piacerebbe avere la cultura di Bobbio per parlarne».
Passiamo al suo Yanez di “Sandokan”, serie ben diversa, che ha avuto un notevole successo.
«Mi sono divertito ad andare sopra le righe e costruire un personaggio quasi da cartone animato, è stato un successo personale che mi ha molto intenerito, mi imbarazza anche un po’ perché ricordo tutto lo sforzo di attenzione e concentrazione impiegato a teatro, nel “Van Gogh” come ne “La vita bugiarda degli adulti”, in “Sandokan” invece ha dominato la leggerezza. Ha avuto successo per tanti motivi, intanto gli attori, Ed Westwick e Can Yaman, la prima volta che l’ho visto ho pensato fosse nato per fare Sandokan. Poi il merito va ai registi e ai temi affrontati, ma anche al fatto che ci sono delle comunità filippine che oggi si muovono per tutto il mondo e sono la mano d’opera più ricercata che c’è. Per loro, vedere raccontata la loro storia è il loro affrancamento, per tutti quelli che hanno cercato di estorcere loro ogni cosa. Ora aspettiamo di realizzare la seconda stagione, dove ci saranno delle tematiche altrettanto interessanti».
E il suo L’Arte di leggere?
«Viene dai reading fatti durante il Covid, la lettura è sempre stata una mia passione, un piacere silenzioso. È uno spettacolo sotto forma di intervista in cui utilizzo dei testi, tratti dai giornali o da pagine di Dante, Pessoa, Sant’Agostino, Erri De Luca che mi piace condividere con il pubblico, per spingere sempre più persone ad appassionarsi alla lettura».

LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Glovalizzazione - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 febbraio, è disponibile in edicola e in app


