Televisione
23 febbraio, 2026Articoli correlati
Bella, straziante e folle. La serie di Marco Bellocchio su Hbo Max passa dagli studi tv all’aula del processo. Dagli applausi del pubblico a quelli dei pentiti. Per raccontare l'Italia e il suo doppio. E chiedersi, alla fine: "Dove eravamo rimasti?"
«Non ho più voglia di giocare», dice con un filo di voce dolorosa, scavata dall’assenza di respiro e di libertà. Ha i capelli ormai imbiancati e l’aspetto di un Fabrizio Gifuni che ha regalato al suo Enzo Tortora ogni attimo di corpo, entrando nella vicenda come una trivella nel burro, che schizza macchie perpetue, ormai indelebili, nella tovaglia sulla tavola dell’oggi.
Sono le ultime parole di uno sguardo spento, che ha corso nel buio per quattro interminabili anni, tradotti nei sei episodi di “Portobello” (Hbo Max). E che Marco Bellocchio prende per mano e scorta sino alla fine, fermando lo spettatore davanti a quel piccolo schermo per dirgli che sì, siamo anche quel Paese lì. Quello del popolo folle, che cerca le parole da un pappagallo come un pentito che vuota il sacco, e se sia vero o falso poi ci si penserà.
Il Paese che si incolla alla tv, che crede nella telepatia e segue i fili mossi dalla Camorra come un burattinaio oculato, che benedice il terremoto dell’Irpinia per la pioggia di denari da cui poter attingere, mentre balla la tarantella e costruisce la distruzione di un uomo per una pila di centrini.
Il Paese dei campanelli che grida alla libertà mentre viene catturata dal circo televisivo, degli Arlecchini che sorridono come le loro losanghe, stretti davanti alla cravatta di un presentatore che quella televisione l’aveva inventata tutta in un solo, unico programma. E che all’improvviso, come una folata di vento inaspettata, si trova a guardare ventotto milioni di telespettatori che gli girano le spalle, senza appello. Lui colpevole di ogni male. Lui antipatico, lui che sniffa e spaccia e spende, spietato criminale, drogato, camorrista, distributore, ma soprattutto traditore, del suo pubblico fedele.
Così la serie, e che serie, e i suoi attori, e che attori, sbattono in prima pagina la tragedia, l’errore giudiziario, le manette e l’abisso. Ma in più regalano quello sguardo doppio, in bilico sul filo della follia del palcoscenico, che ti strattona in un andirivieni continuo dagli applausi in studio a quelli del tifo dei pentiti, nelle aule del processo.
È l’arte della commedia, parola che costella ogni episodio, abbigliata con la toga o sulle spalle di un elefante del circo felliniano, per difendere e accusare, trovare le prove e ignorarle con la stessa cura di un copione che guarda al precipizio. E in questo alternarsi straziante di teatri, di posa e di realtà, si passa dal massimo della finzione televisiva per le famiglie adoranti, alla costruzione immaginaria, che si finge vera, e fredda come le sbarre.
«Dove eravamo rimasti?», chiede Tortora alla fine di tutto, al pubblico della sua nuova, brevissima vita. Siamo ancora lì, siamo rimasti lì.
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