Cultura
26 febbraio, 2026L'autore inglese ha festeggiato gli 80 anni con un nuovo libro, "Partenze". Storia d'amore. E di uno scrittore prossimo al viaggio senza ritorno
Dà al protagonista il suo stesso nome. Racconta esplicitamente di sé, compresa la malattia e fatti biografici noti (“verificate pure su Wikipedia”, dice). Ma senza prendere le distanze, e proprio in un tempo in cui la narrativa non fa che promuovere memoir e autofiction, compie un gesto diverso: allarga il perimetro del romanzo, lo dilata, lo oltrepassa. Confermando arguzia, genialità. E quella scrittura raffinata che ce lo ha sempre fatto amare.
Julian Barnes ha scritto il suo ultimo libro, “Partenze” (pubblicato da Einaudi, nella traduzione di Susanna Basso), uscito in contemporanea mondiale per festeggiare i suoi ottant’anni. E trasforma nel personaggio principale ciò che chiama Involuntary Autobiographical Memory: quella memoria involontaria che uno stimolo sensoriale attiva, riportando in vita un fatto del passato. A patto di avere ben chiaro che non è detto che quel ricordo sia più veritiero di altri smangiucchiati dalle tarme.
Dall’ombra emergono così Stephan e Jean, che lo scrittore di Leicester ha conosciuto a Oxford negli anni Sessanta, e la cui storia d’amore costituisce il cuore del libro: i due si sono amati, si sono lasciati, come in “Jules e Jim” i tre hanno condiviso entusiasmi e delusioni (“ma si soffriva da artisti”, avrebbe chiosato Henri-Pierre Roché). E oggi riaffiorano: come compagni di vita perduti e ritrovati; come emblemi del misterioso congegno mnemonico.
Mai sdolcinato (“si dà il caso che abbia perso gran parte del mio olfatto più di una ventina d’anni fa, cosa che sgombra il campo da eventuali Momenti Madeleine”), Barnes scrive pagine emozionanti e caustiche insieme, come quando racconta della premurosa dottoressa che, da lettrice, si accaparra la sua cartella clinica. Quella diagnosi di malattia, “incurabile ma gestibile”, diventa metafora stessa della vita, fatta di arrivi e di ripartenze: “È solo l’universo che fa il suo mestiere, ma certo può essere irritante lo stesso”. Ecco perché quell’uomo chiamato Barnes invita il lettore a sedere con lui nel dehors di un caffè. L’uno a fianco all’altro, con un dono in mano: un libro per dire grazie.
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