Cultura
4 febbraio, 2026Una mostra e un nuovo inizio: “Ancora qui. Prologo. L'Albergo dei poveri e la memoria delle cose”. E un intreccio di antico e contemporaneo. In un edificio in cui si specchiano civiltà e utopia. Senso della giustizia e sfida al futuro
Il “gigante” è sdraiato su via Foria dalla metà del Settecento. L’architetto Ferdinando Fuga lo immaginò come un colosso, destinato a collegare due città distinte, se non apertamente opposte: potere l’una e margine l’altra, nobiltà e povertà assai di rado in dialogo tra loro.
Il Real Albergo dei poveri, pensato come il più grande edificio d’Europa (la lunghezza della facciata doveva essere 600 metri, non superò i 385), da decenni in paziente restauro e ancora un cantiere aperto in larga parte inaccessibile, non dorme più. Lenzuola bianche e svolazzanti alle finestre aperte, affacciate sulla trafficata Piazza Carlo III, segnalano che la vita ha ripreso a circolare: la Storia è appena ricominciata.
“Ancora qui. Prologo. L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose”, esposizione a conclusione di un anno di festeggiamenti per celebrare il compleanno della città di Napoli, segna un’apertura straordinaria di un luogo imponente e simbolico: un complesso ancora tutto da salvaguardare, ma già visitabile nel suo magnifico e monumentale Refettorio.
Un’occasione da non perdere (fino al 2 marzo) per immergersi in un immenso archivio di cose e di voci, di testimonianze e di emozioni, dove antico e contemporaneo si intrecciano per esaltare non solo la memoria di un posto e di una città, ma una precisa idea di civiltà.
«Un cantiere permanente di sogni. E un’utopia da non dimenticare», esordisce Laura Valente, direttrice artistica di Napoli2500 e curatrice di “Ancora qui”. Si deve a lei, alla sua sensibilità ed esperienza nel maneggiare patrimoni antichi e modernissimi e alla sua visionarietà nell’immaginare futuri (è stata presidente del Museo Madre di Napoli fino al 2021; suo è il progetto scientifico del Museo dedicato a Enrico Caruso e l’ideazione del festival “AlFaro”, svoltosi lo scorso luglio), la capacità di ricostruire storie da brandelli di carta, sponde di letti, scarti, foto, vecchi vestiti, registri ritrovati.
«Questa non è una mostra e neppure un museo. È un punto di partenza», scandisce Valente: «Dal silenzio delle stanze dell’Albergo dei Poveri sono riemersi scarpine, ciotole, letti, frammenti di vita quotidiana. Oggetti semplici, ma capaci di restituire la presenza di chi qui ha vissuto, lavorato, atteso e anche sognato. “Ancora qui” è il prologo di un percorso di ricerca e di racconto: un cammino che parte dalle cose ritrovate, un invito a riconoscere che la memoria non è mai conclusa, ma continua a formarsi e a parlare nel tempo, attraverso ciò che resta. Un lavoro che si costruirà, passo dopo passo, con nuove scoperte, nuovi sguardi, nuove memorie. Perché ogni oggetto, ogni traccia, ogni segno di vita è ancora qui, e continua a parlarci».
A raccontare una storia toccante: voluto da re Carlo III di Borbone – la posa della prima pietra è del 7 dicembre 1751 – e soprattutto da sua moglie Maria Amalia di Sassonia, regina colta e generosa, nata a Dresda e morta a Madrid, donna raffinata e poliglotta, tanto da promuovere opere fondamentali come la Reggia di Caserta tenendo testa a Luigi Vanvitelli, e gli scavi di Pompei ed Ercolano – l’edificio da 103 mila metri quadrati per cinque livelli più due ammezzati era destinato ad accogliere gli indigenti. I più poveri tra i poveri, orfani “figli della forca”, di prostitute, bambini di strada e sordomuti: reietti, insomma, della società. Ai quali l’Albergo garantiva non soltanto un quotidiano sostentamento ma un autentico sogno di redenzione attraverso il lavoro e l’istruzione. Dal 1781 in poi quelle bambine e quei bambini impararono mestieri e furono educati “al fare”: i calzolai, gli scrivani, le sarte, le intagliatrici, le ricamatrici.
“Eravamo i figli di un mondo che non avrebbe voluto metterci al mondo, figli di Pòros e di Penìa, del desiderio e della povertà. Eravamo quello che non si doveva vedere, il rimorso segreto della città, il suo fiato trattenuto, un peccato originale che nessuna indulgenza avrebbe potuto cancellare. Eravamo pezzenti, e siamo ancora qua”, ha scritto per l’occasione l’autrice Viola Ardone, in un testo dedicato “ai figli di nessuno, memoria che non vuole svanire”: “Però eravamo anche speranza, l’indicibile ambizione di una generazione da salvare, il proposito fermo che questo edificio, più maestoso di un palazzo reale, questo Reale Albergo costruito ad uso dei Poveri invece che dei Re, potesse toglierci di dosso la miseria, le croste, l’ignoranza, le malattie, la solitudine, il segno dell’abbandono stampato sulla fronte come un marchio indelebile di Caino. Eravamo noi la città involontaria, noi la miseria e pure la nobiltà”.
Centrale nella storia dell’Albergo è la figura del carismatico Padre Gregorio Maria Rocco, che per tutta la sua vita fu accanto agli ultimi. Così autorevole, grazie al suo impegno dalla parte degli emarginati, da diventare tanto amato quanto importante. Così scrisse Alexandre Dumas alla sua morte: “Nel corso dell’anno 1782 morì a Napoli, in età di 82 anni, un monaco domenicano, più popolare e più celebre pe’ suoi sermoni, di quel che non sono stati in Francia Flechier, Fenelon, Bossuet. Questo monaco si chiamava Padre Rocco. Egli era più potente a Napoli del Sindaco, dell’Arcivescovo, ed anche del Re”.
«Mi piace immaginare la sua figura e quella della regina Maria Amalia recarsi insieme dal sovrano per convincerlo a destinare all’Albergo un piccolo budget ricavato dalla caccia alla quaglia. Una somma di 15 mila ducati, stornati dal divertimento, per trasformare la disperazione e la solitudine in un coro di speranze», continua Valente mentre camminiamo lungo il Refettorio, tra file di scarpe e cumuli di ciotole, piatti e bicchieri, documenti militari, reperti accompagnati non da un’algida catalogazione ma da storie, antiche e universali, strazianti e indimenticabili. Come quella che affiora dal tema di un’allieva e che testimonia attenzione persino alla lingua dei segni. O come le tante vicende di neonati pietosamente salvati dalla ruota dell’Annunziata.
Il brusìo gioioso in sottofondo, i passi veloci, le litanie infantili e le filastrocche parlano qui di vita e non di morte, immergendo tra le voci di quei bambini abbandonati e accolti nelle oltre quattrocento stanze dell’Albergo. Una colonna sonora originale, firmata dal compositore Massimo Cordovani, creata da una sintesi di suoni d’archivio e contemporanei, dà vita intanto alla folla di scugnizzi ritratti in foto: in tute sporche, magliette lise, calzari stretti, impegnati a fare, coi volti intensi e induriti delle ragazze dai capelli tagliati a zero. Corpi femminili mortificati da sempre e ovunque: rasate a segnalare il non ingresso nella pubertà, oltre la quale erano date in sposa al miglior offerente.
Reclusorio, Pia Istituzione, Grande Famiglia, Grande Emporio, Serraglio: ha cambiato nome varie volte il Rap, questo luogo ferito e abbandonato nel 1980 per via dei danni causati dal terremoto del 23 novembre, quando ancora ospitava 3.000 ragazzini. «È stato un sogno di giustizia sociale che continua a interrogarci», sottolinea Valente: «Io credo che le celebrazioni debbano lasciare in eredità gesti e fatti concreti. Questo spazio riaperto, e questi oggetti riportati alla luce e ora visibili, sono testimoni pronti a connettersi a storie che ancora non conosciamo. Questo luogo è il futuro».
Il dialogo con i prossimi progetti è cominciato grazie a interventi artistici originali. Come quello firmato da Norma Jeane, che lavora con la polvere e che, prelevandola da luoghi emblematici di Napoli – dal Maschio Angioino all’Ipogeo dei Cristallini – ha scansionato i materiali ad altissima risoluzione, svelando forme e colori nascosti. La sua opera, ora all’interno dell’Albergo, si intitola “Napoli” e rivela il colore della città: oro puro, conferma più che sorpresa. O come Antonella Romano, poeticissima scultrice di preziosi e teneri manufatti che, intrecciando fili di ferro, riportano alla leggerezza di una scarpa di bimbo, di un racconto sospeso. Si intrecciano con la Storia settecentesca e con i recenti interventi di restauro gli scatti di Luciano Romano: come le ciotole di metallo che hanno contenuto cibo, le scarpe sedimentate di polvere e di pioggia, le carte ammassate che documentano la complessa organizzazione di questo immenso sito.
Più ipnotico di tutti è il segno lasciato dal grande Mimmo Jodice: il fotografo, scomparso a ottobre 2025, aveva visitato l’edificio nel 1999 quando era totalmente abbandonato, firmando una serie di lavori confluiti in una mostra e in un catalogo. Ora investe il visitatore con l’immagine opera 16, in bianco e nero: come la luce, come la miseria. «Questo “progetto” è per me un viaggio nella storia e nella memoria», aveva detto: «È un luogo nato col segno negativo. Non ha mai avuto una vita felice così come non potevano averla i pezzenti del regno che vi trovavano rifugio. Tutto qui mi ricorda un passato di lacrime e sangue».
Eppure, “da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”, sembra fargli eco la poetessa Alda Merini, che risuona nell’attuale allestimento insieme con i moniti e i pensieri di Charles Dickens e di Stendhal, di Curzio Malaparte e di Maksim Gork’ij (che fra l’inverno del 1901 e la primavera del 1902 scrisse l’opera teatrale “Bassifondi”, anche nota come “L’Albergo dei poveri”, sulla vita di un gruppo di residenti di un dormitorio per poveri). O del Nobel austriaco Peter Handke: “Quando il bambino era bambino per lui tutto aveva un’anima”. E quell’anima, da ora, è “Ancora qui”.
Foto © Luciano Romano
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