Cultura
5 febbraio, 2026Prosegue il nostro viaggio nei sentimenti contemporanei. Dopo le emozioni a distanza, protagonista è l’eros. Tra pratiche di conoscenza. E relazioni allargate
Dacché si abbia memoria, amore e carnalità sono un’equazione indissolubile. Terra di conquista nell’antichità, oggetto peccaminoso nel Medioevo, proiezione aliena e angelica nell’Amor Cortese, bandiera corsara negli anni Settanta italiani: ogni epoca ha fatto e fa del rapporto con i suoi «corpi d’amore» un laboratorio in cui progettare vere e proprie rivoluzioni copernicane che non investono solo l’umore sentimentale del proprio tempo, ma il futuro stesso di ogni società. E che tempo è il nostro? Che futuro ci attende? Talvolta (troppo spesso), i corpi d’amore del nostro tempo raccontano storie di paura, di violenza, di possesso e prigionia. Attraverseremo questi temi, inevitabilmente, con delicatezza, ma questa tappa del viaggio vuole raccontare soprattutto un concetto diverso: il corpo come esperienza di conoscenza e liberazione. È questa la nostra epocale, felice rivoluzione.
Per questo mi ritrovo, verso l’una di un’afosa notte milanese, a passeggiare verso il Tempio del Futuro Perduto, a pochi passi dal Cimitero Monumentale, dove è previsto un evento di Educazione tecno-sessuale, «uno spazio sicuro in cui amare ed esplorare» attraverso i corpi. L’ingresso prevede una selezione anti-maleducazione, un dress code con latex o pelle (che ho colpevolmente violato), e alcune istruzioni: chiedere il consenso prima di avvicinarsi a qualcuno, essere gentili ed educati, scusarsi con gli altri se dovuto. Al cancello, dopo una lunga coda, mi viene chiesto di coprire con degli adesivi tutte le fotocamere del mio smartphone. Il giardino cui accedo è un puzzle di anime seminude che si muovono sotto i colpi della cassa dritta, tra luci soffuse, capitelli e piante rampicanti. Ogni anima ha la sua forma, le sue geometrie, le sue cicatrici, i suoi tatuaggi che sudano sulla pelle. All’inizio ho provato un po’ di imbarazzo, lo ammetto. Continuavo a tenere le braccia conserte, evitando di finire sotto l’occhio impudente dei faretti. Mi domandavo se il mio corpo fosse «accettabile», se avrebbe attirato qualcuna. Ma tutt’intorno la giungla rave gridava altro: l’amore e l’attrazione sono un flow, un mood, uno stato mentale. «Non esistono difetti né imperfezioni», solo una luna enorme sotto la quale sentirsi «piccoli e stupendi insieme» mi ha rassicurato una donna mentre prendevo da bere. Ho fatto un piccolo tour dell’evento fino ad arrivare alla «dark room», una sala interna, completamente al buio, in cui è possibile praticare BDSM sotto la guida di assistenti e di un awareness team. Appena varco la soglia nera mi assalgono molte immagini: un uomo portato al guinzaglio, una macchina galvanica, una gabbia, pareti adibite alla fustigazione e una corda che scende dall’alto non promettendomi nulla di buono. E in effetti, ecco che poco dopo da quella corda inizia a penzolare la sagoma di una ragazza, sospinta dalle scudisciate di un master mascherato.
Come molte delle persone che conosco, il mio rapporto con il corpo è sempre stato conflittuale e deludente. Soprattutto, è stato difensivo. Lasciarmi toccare dagli altri non è semplice, mi assale la paura di perdere il controllo della situazione. Farmi legare da un’altra persona, poi, non credo sia nemmeno un’opzione. Eppure su quella corda non finivano i tremolii di corpi che poi ne scendevano sorridenti e appagati. Quale misterioso senso mi sfuggiva?
Ne ho parlato con Marta Santospirito, in arte Tenshiko, che tiene corsi di shibari, seminari di educazione sessuale ed eventi a tema bondage insieme a suo marito Federico Kirigami. Lo shibari è l'arte giapponese di legare il corpo con le corde, e quando si entra nel suo Studio Yugen a Milano si ha l’impressione di essere finiti in Oriente: tatami, vetrine con fruste, peluche sadomaso e shunga. «Quando parliamo di BDSM» racconta Tenshiko «intendiamo una serie di pratiche che vanno dal bondage al sadomasochismo. È una grande sfera della sessualità che in molti ancora considerano “insolita”, ma che in realtà è solo un altro modo di vivere la propria ricerca sessuale attraverso strumenti, oggetti, simboli…». È la loro portata metaforica, mi spiega, a costruire il senso delle pratiche BDSM, non gli strumenti in sé. «Non è semplice spiegare come sia possibile sentirsi più liberi attraverso la sottomissione, ma è così: quando accetto di essere legato da un’altra persona, affido a lui il mio controllo, rimetto a lui ogni responsabilità. È un atto di fiducia, ma anche di liberazione». È una ricerca, quella della costrizione, che smargina nella spiritualità, nell’abbandono illuminato, nel distacco Zen. Una dimensione in cui la sessualità non si ferma a concetti sbrigativi come l’orgasmo o la penetrazione, ma agisce in una profondità diversa: «Smettiamo di avere un obiettivo e di inseguirlo: viviamo il qui e ora, il corpo diviene lo strumento per esplorare, in un subspace, gli abissi delle nostre fantasie». È una discesa nell’amore, ancora prima che nel sesso: «Quando parliamo di queste pratiche si pensa subito all’aspetto fisico, invece c’è sotto un grande discorso amoroso: l’amore verso se stessi. Le corde ci danno la possibilità di fare pace con i nostri desideri, e l’altra persona diventa un Virgilio che ci accompagna nel viaggio». Alle sessioni di shibari di Tenshiko partecipano sia coppie sia single, ma «molto spesso le coppie si dividono e si formano nuovi partner di ruolo». Perfetti sconosciuti, eppure l’imbarazzo dopo un po’ svanisce, lascia spazio a quella «messa in scena che realizza i bisogni di ciascuno». Il corpo dell’altro smette di essere un confine e diventa un ponte. «All’inizio può capitare che le coppie provino un po’ di gelosia. Ma poi si rendono conto che non ce n’è motivo».
La fine di ogni idea di possesso dell’altro: è questo forse il grande comandamento del nostro tempo. Così pochi giorni dopo salgo in macchina per ascoltare la storia di chi, di questo comandamento, ne ha fatto il perno di un modello relazionale nuovo. Viaggio lungo il Grande Raccordo Anulare, in quel traffico allucinato che Federico Fellini ha ritratto nella sua Roma, ma che d’estate si trasforma in un deserto grigiastro e lunare. È un tardo pomeriggio quando Roberto, Alessandro e Antonio mi aprono la porta di casa. Si definiscono una «troppia», ovvero una «coppia a tre». «La nostra relazione è come un triangolo equilatero», racconta Alessandro, «dove tutti hanno la stessa importanza, gli stessi diritti e gli stessi doveri». Continua Antonio: «Gestiamo tre coppie e una troppia, come se vivessimo quattro relazioni insieme. A volte è complicato, perché condividiamo tutto, anche i problemi. Per non parlare della nostra agenda: ci servirebbe una segretaria per coordinare tutti gli impegni…». Dietro la facciata ironica della logistica, però, c’è un lavoro quotidiano contro l’istinto del possesso che la società ci ha inoculato nel corso di millenni. La gelosia, per Roberto, Alessandro e Antonio, non è un tabù ma un ospite indesiderato da trattare con una diplomazia estenuante. «Non è un gioco», precisa Antonio, «è un esercizio di smantellamento. Dobbiamo disimparare che l’amore sia una torta, che se ne dai una fetta a qualcun altro, ne resta meno per te». Tra le decine di aneddoti emersi durante la nostra chiacchierata, mi rimane impresso il loro rituale notturno: «Dormiamo in un letto King Size, cambiando le posizioni ogni notte affinché ognuno possa abbracciare a turno chi è al centro». Una vera e propria coreografia del sonno, una geometria del desiderio perfetta che non esclude nessuno. Ma come metterla con la gelosia? «Abbiamo dovuto lavorarci» racconta Antonio, «e ancora oggi facciamo un percorso di troppia con una psicoterapeuta. Ma nessuno di noi prova più gelosia per gli altri».
Ogni corpo è un corpo d’amore – al di là delle sue ginnastiche sessuali, dei suoi incastri erotici. È un terremoto di cellule, una danza di elettroni. E a volte avere a che fare con i nostri corpi d’amore ci porta a interrogarne anche le più refrattarie molecole. A contestarle, a metterle in discussione per trovare se stessi. È la storia di Antonia Monopoli, fondatrice dello Sportello Trans di Milano, peer educator e attivista che ogni notte con la sua unità di strada «Via del Campo» aiuta le sex workers transgender nelle zone periferiche di Milano. «Durante l’infanzia ero un bambino timido e riservato, sapevo di non essere come gli altri» ci ha raccontato Antonia. «Negli anni Ottanta mi fecero ogni tipo di esami per capire cosa c’era che non andava in me. Un giorno un dottore disse a mia madre che c’era bisogno dell’elettroshock. Per quelli come me, al tempo, c’era un solo posto nel mondo: il manicomio». Poi l’incontro con una comunità queer, la fuga a Milano, il lavoro in strada, gli amori. «Ho avuto relazioni con uomini cisgender, trans eterosessuali, operati, donne cisgender lesbiche… ho sperimentato per capire, per conoscere, per cercare: il corpo dell’altro è sempre un percorso di ricerca». Un vero e proprio cammino di «autodeterminazione di me stessa» e di emancipazione sentimentale: «Tutte le frequentazioni che ho avuto mi mettevano prima o poi davanti a una scelta: o loro o la mia vita, per come ero. Io, alla fine, ho scelto la mia vita». Da quel momento in poi il suo concetto d’amore si sposta, devia, fa fiorire nuove consapevolezze. Diviene cura di una comunità che vuole fare il suo stesso percorso, una famiglia allargata di vite che cercano di riconoscersi insieme a lei. È questo l’amore per Antonia, oggi: «Prendersi cura degli altri, abbracciare un’intera comunità». È la rivincita di quel bambino che volevano spezzare con la corrente elettrica e che oggi pratica l’amore come generatore di microcosmi, come fondatore di nuove collettività e tribù sociali. Ma in quali e quanti modi è possibile farlo? Nel prossimo episodio ne parleremo con chi ha deciso di trasformare l’amore in una forma di resistenza collettiva, costruendo nuovi rapporti dove il noi conta più dell’io.
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