Politica
5 febbraio, 2026Lo stop di Forza Italia alla scelta di Freni alla Consob è solo un capitolo della contesa tra i vice di governo. Tajani punta a marcare il podio, ma la partita si gioca su tutte le nomine
Federico Freni è il nuovo presidente della Consob. Anzi no». Era il concitato pomeriggio del 20 gennaio. Il consiglio dei ministri stava per approvare la delibera che insellava l’avvocato quarantacinquenne Freni, sottosegretario all’Economia in quota Matteo Salvini/Claudio Durigon, a presidente dell'Autorità che vigila sui mercati finanziari col compito di tutelare i risparmiatori e garantire la trasparenza degli investitori. Sembrava davvero l’annuncio ufficiale, un’agenzia di stampa aveva battuto le concorrenti diramando l’annunciata notizia: la delibera, però, è stata presto stracciata.
Il forzista Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, non poteva accettare una nomina così pesante, ignorato dall’altro vicepresidente del consiglio nonché ministro dei Trasporti. Neanche una telefonata. Meloni ha assistito neutrale a questa diatriba fra i vice, o meglio, fra gli azionisti di minoranza del suo governo. Peraltro la designazione anticipata di Freni serviva a raggiungere diversi obiettivi politici: permettere al medesimo Freni, che è deputato, di dimettersi dal seggio di Montecitorio col voto dei suoi colleghi; organizzare le elezioni suppletive per il collegio romano di Monte Mario accoppiandole al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Il piano di Salvini è ormai saltato e la nomina alla Consob rientra, a pieno titolo, nel mercato delle nomine con i partiti di maggioranza, e le correnti interne che ne derivano, pronti a sgambettarsi per piazzare una poltrona in più. Come succede da sempre e come, in questa fase, succede senza troppi convenevoli.
Il nome di chi sostituirà il quasi novantenne Paolo Savona, noto euroscettico con una storia di spessore (un passato in Banca d’Italia, ministro del governo Ciampi), dovrà essere fatto entro l’8 marzo. C’è tempo per trattare. Tajani propone “tecnici” per la Consob, ma la sua strategia – come quella di Salvini – è prettamente politica. Il leghista, che ha consegnato le sue scuse a Freni per la sua involontaria figuraccia, adesso non può certo desistere: la Lega continua a puntare sul sottosegretario al ministero dell’Economia. Tajani è particolarmente proattivo nella vicenda Consob, non per saperi fin qui sconosciuti nel campo della finanza, ma per dimostrare alla famiglia Berlusconi un paio di cose: la prima, di non essere passivo nelle decisioni fondamentali del governo Meloni, soprattutto in ambiti che interessano (e influenzano) le aziende di Pier Silvio, Marina e fratelli; la seconda, che sul podio di governo al secondo posto c’è Forza Italia, mica la declinante Lega di Salvini.
È un bel prologo che anticipa quello che accadrà in primavera quando il governo sarà chiamato a rinnovare i vertici delle più grosse aziende partecipata quotate in Borsa (le grandi cinque, Eni, Enel, Poste, Terna e Leonardo) e tante controllate del ministero del Tesoro o di Cassa depositi e prestiti o di Ferrovie dello Stato. Questa competizione che vedrà la Lega contrapposta a Tajani è, probabilmente, l’ultima per Salvini e dunque per i salviani è scoccata la fatale ora di mettersi al riparo, conservare il posticino strappato tre o sei anni fa oppure trovarne uno nuovo. Come voleva, e vuole fare, il sottosegretario Freni. Nel merito, se ancora è un parametro valido, da sottosegretario Freni è stato abile a intessere il rapporto con i parlamentari allargando le sue relazioni nelle estenuanti sessioni di Bilancio quando c’è da negoziare, limare, cancellare, accogliere e respingere norme che valgono milioni di euro. Freni ha sostenuto apertamente il disegno di legge Capitali, che – in antitesi alle regole del diritto europeo – consente di aumentare il diritto di voto degli azionisti di lungo corso: una norma imposta dal governo al Parlamento, accolta con forti stroncature dai fondi internazionali.
Sempre Freni ha anche difeso l’utilizzo dei poteri speciali, “golden power”, da parte del governo su Unicredit, di fatto bloccando la fusione con Banco Bpm: un’intromissione, per la Commissione europea. Insomma il sottosegretario Freni si è rivelato un valido attuatore dei progetti del governo per le banche conquistandosi la fiducia dei meloniani. Freni si è avvicinato alla Lega di Salvini nel suo massimo periodo di espansione (2018) da consulente giuridico dei gruppi parlamentari. Ha pure soccorso il governatore leghista Attilio Fontana e la Regione Lombardia (gennaio 2021) contro la decisione del governo Conte II di porre il territorio in zona rossa per la pandemia. Fu lui a depositare il ricorso al Tar del Lazio, e vinse. Il suo mentore è Claudio Durigon, di fatto il comandante della Lega nel Centro-Sud, e di conseguenza vicesegretario nazionale, già sottosegretario all’Economia nel governo Draghi e sottosegretario al Lavoro nel governo Meloni. Freni subentrò proprio al dimissionario Durigon nel governo Draghi.
Il candidato alla Consob è da molti anni l’avvocato della Cassa dei giornalisti, l’Inpgi e, assieme a Durigon, ha gestito la crisi dell’ente con il trasferimento all’Inps. L’avvocato Freni conosce l’Inpgi da oltre un decennio. È talmente legato all’Inpgi da aver acquistato dall’ente un lussuoso appartamento di 153 metri quadri, più giardino e terrazzo, cantina e garage ai Parioli, godendo degli sconti riservati agli iscritti, cioè ai giornalisti. Salvini potrà misurare il suo potere residuo dagli sviluppi del tormentone Freni, ma poi dovrà concentrarsi sulle truppe leghiste che aspettano di restare (o di entrare) al prossimo giro in un’azienda di Stato.
Ecco una breve sintesi delle poltrone più calde per la Lega. In perenne ascesa c’è Trifone detto Nuccio Altieri, pugliese di Conversano, portavoce di Antonio Martino ministro della Difesa (2001-2006), ex deputato forzista convertito al leghismo salviniano, infilato nel consiglio di amministrazione di Leonardo e, lo scorso luglio, elevato alla presidenza di Fincantieri Infrastructure, la società controllata da Fincantieri specializzata in ponti, viadotti, strutture industriali. Trifone detto Nuccio è riuscito laddove persino il compianto Beppe Bono, a lungo gran capo della multinazionale della cantieristica, ha fallito: accorciare le distanze tra Fincantieri e Leonardo, mescolando sapienza e competenze. Altieri è un esponente della colonna pugliese di Salvini, un gruppo eterogeneo e coriaceo, capace di progredire all’unisono. Per esempio il Capitano ha spinto la promozione del barese Gianpiero Strisciuglio da amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana (gestore) ad amministratore delegato di Trenitalia (operatore).
Strisciuglio è salito a bordo di Trenitalia con la fermata finale già in vista. Siccome ha sostituito Luigi Corradi con il cda insediatosi a maggio 2023, tra un paio di mesi la polemica, innescata dalle contestazioni della Commissione europea, tornerà di attualità perché Ferrovie dello Stato, la capogruppo, dovrà rinominare Strisciuglio. In Fs c’è Giuseppe Inchingolo, un altro salviniano, pugliese di Andria, che in due anni ha allargato la sua influenza assommando la direzione comunicazione e la direzione affari istituzionali. Un Frecciarossa, di quelli puntuali. La scorsa campagna elettorale per le Politiche, Inchingolo era ancora un consulente di Salvini per la propaganda e, con le sue doti di «studioso e profondo conoscitore della rete» (intendeva la rete internet, non quella ferroviaria, ndr), ha contribuito al successo leghista. La (ri)nomina di Strisciuglio spetta però a Stefano Antonio Donnarumma, ammistratore delegato di Fs, che tre anni fa piaceva a Fratelli d’Italia e due anni fa, con Inchingolo al suo fianco, è piaciuto anche al ministro dei treni e dei ponti. Per piacersi ancora non bisogna smettere di comprendersi, ovvio. Non possiamo salutare la Puglia senza citare il riferimento dei pugliesi salviniani nel mondo: Roberto Marti, senatore leghista e segretario regionale.
Le tracce di Salvini nelle società di Stato non portano soltanto in Puglia. Nel cda di Eni c’è la triestina Federica Seganti, che fu assessora in Friuli-Venezia Giulia e ancora oggi, in epoca del governatore Max Fedriga, è presidente della finanziaria regionale Friulia.
Alla presidenza di Terna, invece, c’è Igor Di Biasio (ex cda Rai), talmente salviniano che, nell’estate del Papeete (2019), fu unito in matrimonio da Matteo sulle colline di Montevecchia, in Brianza. In Poste Italiane, dopo due mandati in Eni (si è dato il cambio con Seganti), sta per uscire Paolo Marchioni. L’ex sindaco di Baveno e Omegna aspira alla presidenza di Trevi (costruzioni), primo azionista Cassa depositi e prestiti: il posto si è reso disponibile dopo le dimissioni di Antonio Maria Rinaldi, l’ex eurodeputato contro l’euro tornato alla politica per espugnare il Campidoglio di Roma sfidando il sindaco Roberto Gualtieri. L’uomo è sempre stato ambizioso. Nell’elenco non compare nessuno del cda di Enel perché l’ad Flavio Cattaneo, nella spartizione di governo, è stato attribuito a Salvini, ma Cattaneo per restare ci pensa da sé.
In cerca di sistemazione c’è Nicola Maione, che dovrebbe – e però non vorrebbe, mancato il salto a Mediobanca – lasciare la presidenza del Monte dei Paschi dopo aver trascorso nove anni a Siena (entrò in cda nel 2017, nel 2018 i gialloverdi gli affidarono la presidenza di Enav). L’ingegnere Jacopo Vignati, segretario pavese del Carroccio, sta per completare la sua prima corsa nel cda di Sogin, la società che si occupa di smaltire i rifiuti nucleari. Anche Sport e Salute, la cassa dello sport, è attesa al tagliando del cda e degli equilibri politici: Salvini aveva già inserito Fabio Caiazzo nel consiglio, campione mondiale di taekwondo, indicato dal ministero dell’Istruzione di Giuseppe Valditara. Per non scadere in equivoci e per non essere accusato di promuovere figure indipendenti, nel frattempo Salvini ha consegnato a Caiazzo il dipartimento leghista dello sport. Ci sono centinaia di poltrone in palio. Che vinca il migliore. O il salviniano.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Pensiero artificiale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 febbraio, è disponibile in edicola e in app


